ISLAMABAD — «Quando uscirà il primo rame da Reko Diq?». Alla domanda che Islamabad si fa da anni Dawn, il principale quotidiano in inglese del Pakistan, ha dato lunedì una risposta provvisoria: non prima del 2030, due anni dopo la data promessa. Fonti di governo e dell’industria spiegano al giornale che il calendario del più grande giacimento di rame e oro del Paese, nel deserto del Belucistan a una cinquantina di chilometri dal confine iraniano, dipende ormai da due condizioni esterne: una sicurezza migliore nella provincia e una de-escalation della guerra in Medio Oriente.Barrick Mining, il gruppo canadese che controlla metà del progetto, riprenderebbe lo sviluppo a pieno ritmo solo da metà 2027, al termine della revisione interna avviata in febbraio. Lo slittamento pesa: Reko Diq custodisce riserve per 14,6 milioni di tonnellate di rame e 25,6 milioni di once d’oro, e il Pakistan, attraverso la provincia e tre società pubbliche, ne possiede l’altra metà. Barrick non ha risposto alle richieste di commento, e nemmeno i funzionari federali e del Belucistan.Quanto costerà il ritardo? Qui le fonti divergono. Un operatore privato di un altro progetto minerario nella provincia stima che, anche riprendendo i lavori entro un anno, il conto possa salire di 8-10 miliardi di dollari, su un budget già passato da 7 a 9,1 miliardi; oltre due anni di fermo, dice, renderebbero la miniera «proibitiva». Una fonte vicina alla società del progetto definisce la stima «al limite dell’assurdo»: al massimo un rincaro del 10%, fra 450 e 900 milioni, con un clima «migliorato nelle ultime settimane».Barrick resterà? L’amministratore delegato Mark Hill, a settembre al Mining Forum Americas di Denver, non ha fissato date né quantificato l’impatto: «Lo stiamo rivedendo perché ci serve un qualche miglioramento della sicurezza prima di imbarcarci in un calendario di costruzione completo». Nel novembre 2025, appena nominato ad interim, aveva detto a Reuters che la società «resta impegnata su Reko Diq e sul Pakistan», mentre il consiglio valutava uno spacchettamento degli asset con la possibile vendita della miniera. Il presidente del cda, John Thornton, è atteso a Islamabad entro novembre per il forum sugli investimenti minerari.Il cantiere nel desertoSul sito il lavoro non si è fermato del tutto. I 700 dipendenti permanenti e i circa 2.000 lavoratori a contratto sono rimasti, mentre sono scaduti alcuni contratti di servizio con terzi. «Ricerca, lavoro amministrativo e progetti per le comunità procedono normalmente», dice a Dawn un dipendente, che bolla le voci sul futuro del progetto come «infondate e alimentate da elementi male informati o irresponsabili». Un funzionario ricorda che è già stato investito quasi un miliardo di dollari: «I fattori esterni possono ritardarlo, ma la posta è troppo alta perché un azionista, il minatore o il governo, se ne vada adesso».Chi paga, e con quali garanzie? Il pacchetto di prestiti in costruzione supera i 2,6 miliardi di dollari e coinvolge l’International Finance Corporation, il braccio per il settore privato della Banca Mondiale, e la Banca asiatica di sviluppo; la banca americana per l’export ha promesso 1,25 miliardi, dopo che l’investimento saudita a lungo atteso non si è materializzato. La stessa Banca asiatica finanzia l’ammodernamento della ferrovia verso Karachi, il porto da cui il minerale dovrà partire, subentrando alla Cina.E la sicurezza, la condizione che tutti pongono, chi la garantisce? Il Belucistan è teatro da vent’anni di un’insurrezione separatista che si è intensificata, con gli attacchi più che raddoppiati nel 2024. La coalizione di gruppi armati baluci nota come Bras ha intimato a Barrick di stare lontana dalla provincia. Il progetto era già stato sospeso nel 2011 per una disputa sulle licenze ed è ripartito solo con l’accordo del 2022. Da quest’anno si è aggiunta la guerra nel vicino Iran, che Barrick ha citato in marzo per rallentare i lavori e allungare di dodici mesi la revisione.Il ritardo arriva in un mercato che del rame ha fame. Gli analisti interpellati da Reuters attendono per il 2026 un prezzo medio intorno a 11.975 dollari la tonnellata e un deficit mondiale di 150.000 tonnellate, trainato da reti elettriche e centri dati per l’intelligenza artificiale; Goldman Sachs, in controtendenza, vede un leggero surplus. A regime, la sola prima fase di Reko Diq dovrebbe produrre 200.000 tonnellate di rame l’anno.