Israele senza maggioranza. Eisenkot guarda ai partiti arabi, Netanyahu alla grande coalizione

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La politica israeliana si prepara ad affrontare uno dei passaggi più delicati della sua recente storia parlamentare. Mercoledì 4 novembre, il presidente Isaac Herzog avvierà le consultazioni con i rappresentanti delle forze politiche uscite dalle elezioni del 27 ottobre. Il voto ha consegnato una Knesset profondamente frammentata, nella quale nessuno dei due principali schieramenti dispone dei numeri necessari per governare autonomamente. La soglia da raggiungere è quella dei 61 seggi, pari alla maggioranza assoluta dei 120 componenti del Parlamento israeliano.L’aritmetica fotografa con chiarezza il problema: il blocco che sostiene Benjamin Netanyahu ha conquistato 53 seggi, mentre le forze di opposizione raccolte attorno a Gadi Eisenkot ne hanno ottenuti 48. A completare il quadro sono i 19 deputati delle formazioni arabe, ripartiti tra Lista Comune e Ra’am. Questi ultimi rappresentano il potenziale ago della bilancia di una partita nella quale i numeri, da soli, non bastano a garantire la governabilità.Netanyahu arriva all’appuntamento con Herzog in una posizione di debolezza rispetto alla precedente legislatura. Il suo schieramento ha perso la maggioranza parlamentare e deve fare i conti con una coalizione che non dispone più dei numeri necessari per proseguire autonomamente l’esperienza di governo. Da qui la necessità di esplorare formule più ampie, capaci di coinvolgere interlocutori esterni all’attuale maggioranza.L’apertura a un governo allargato, evocata nelle scorse ore dal premier, risponde anzitutto a un’esigenza tattica: frammentare il fronte avversario per impedire che possa aggregarsi attorno a una maggioranza alternativa. Netanyahu deve però confrontarsi con un ostacolo politico considerevole. Una parte consistente delle forze di opposizione ha costruito la propria identità proprio sulla necessità di voltare pagina rispetto alla sua leadership e alla stagione politica segnata dagli attacchi del 7 ottobre 2023 e dalla successiva gestione della crisi.Sul versante opposto, Gadi Eisenkot si presenta come il principale candidato alla costruzione di un’alternativa. Il suo schieramento dispone di 48 seggi e può aspirare a raggiungere la maggioranza assoluta attraverso un’intesa con le formazioni arabe. Sulla carta, il calcolo è semplice: 48 più 19 significa 67 deputati, sei in più rispetto alla soglia necessaria per governare.È proprio qui, tuttavia, che l’aritmetica si scontra con i limiti della politica. L’apertura di Eisenkot a un possibile sostegno dei partiti arabi non può essere considerata un’intesa già raggiunta, né tantomeno un’operazione priva di conseguenze sulla tenuta dell’esecutivo. Le formazioni arabe rappresentano due realtà distinte, con sensibilità e strategie differenti, mentre all’interno dello stesso campo anti-Netanyahu persistono riserve profonde sulla possibilità di affidare loro un ruolo determinante nella nascita del nuovo governo.Occorre soprattutto distinguere tra l’ingresso dei partiti arabi nella coalizione di governo e un eventuale sostegno esterno a un esecutivo di minoranza. Nel primo caso si tratterebbe di una maggioranza organica, con responsabilità ministeriali e partecipazione diretta alle decisioni. Nel secondo, il governo potrebbe invece contare su accordi parlamentari circoscritti, senza necessariamente coinvolgere i partiti arabi nella compagine ministeriale. Una differenza sostanziale, che non eliminerebbe comunque le difficoltà politiche.C’è poi un elemento che rende particolarmente delicata la posizione di Eisenkot: durante la campagna elettorale, il leader di Yashar ha escluso che Ra’am possa entrare in un governo da lui guidato, indicando precise condizioni politiche e programmatiche per un’eventuale collaborazione con le forze arabe. Tra queste figurano il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e democratico, il rispetto dei principi della Dichiarazione d’indipendenza e il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica da sconfiggere. Eisenkot ha successivamente ribadito che l’adesione a questi principi rappresenta una condizione necessaria per la formazione di un governo ampio, dichiarandosi disponibile a coinvolgere qualsiasi parlamentare disposto ad accettarli. Non si tratta, dunque, di un’apertura senza condizioni: è proprio questo il nodo politico che dovrà sciogliere.Le resistenze non mancano neppure all’interno del fronte anti-Netanyahu. Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beytenu, mantiene una posizione particolarmente rigida rispetto alla possibilità di una collaborazione politica con le formazioni arabe. Il rischio, per Eisenkot, sarebbe quello di costruire una maggioranza numericamente sufficiente, ma politicamente instabile, esposta a tensioni continue sui temi della sicurezza, della politica estera e dell’identità dello Stato.La seconda strada conduce invece a una soluzione di segno opposto: una grande coalizione nazionale, costruita attraverso il superamento, almeno parziale, dei veti personali e politici che hanno caratterizzato la campagna elettorale. In questo scenario, Netanyahu potrebbe tentare di coinvolgere le componenti più moderate dell’opposizione, mentre Eisenkot dovrebbe valutare se accantonare la pregiudiziale nei confronti del premier uscente.Un’operazione tutt’altro che semplice. Una coalizione di questo tipo richiederebbe infatti una profonda ridefinizione degli equilibri parlamentari e l’esclusione delle componenti più radicali dell’attuale maggioranza, a partire dalle formazioni guidate da Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. Anche il coinvolgimento di Lieberman resterebbe problematico, considerata la sua opposizione alla permanenza di Netanyahu alla guida del governo.Una grande coalizione potrebbe trovare la propria giustificazione nella necessità di garantire stabilità istituzionale a Israele, in una fase segnata dalle conseguenze del 7 ottobre, dalle tensioni regionali e dalle pressioni internazionali. Ma la stabilità non si costruisce soltanto sommando i seggi: serve una convergenza programmatica che consenta di superare le divergenze sulla sicurezza, sul servizio militare obbligatorio, sui rapporti con i palestinesi e sul futuro delle istituzioni.È questo il vero banco di prova delle consultazioni presidenziali. Herzog non è chiamato semplicemente a individuare il leader che raccoglierà il maggior numero di raccomandazioni, ma a valutare quale parlamentare abbia le maggiori possibilità di formare un governo. La legislazione israeliana gli consente di conferire l’incarico a un membro della Knesset, al quale vengono assegnati 28 giorni per formare l’esecutivo, con la possibilità di ottenere un’ulteriore proroga di 14 giorni.La partita, dunque, resta aperta. Eisenkot può tentare di trasformare i 67 seggi potenzialmente disponibili in una maggioranza effettiva, ma deve fare i conti con le resistenze del proprio schieramento e con le condizioni poste dalle forze arabe. Netanyahu, dal canto suo, può puntare su una coalizione più larga, ma dovrebbe rinunciare ad alcuni dei suoi alleati più radicali e convincere avversari politici che hanno fatto della sua uscita di scena una priorità.Tra queste due possibilità si profila anche lo spettro di un nuovo stallo, con il rischio di ulteriori tentativi falliti e, persino, di un ritorno alle urne.