L’esercito israeliano si è ritirato la mattina di lunedì 2 novembre dai quartieri di Ein Deir Bahha e al-Jalda, a Hebron, dopo un’operazione cominciata nella notte tra il 23 e il 24 ottobre. «Completate tutte le attività operative, le forze si sono ritirate dal quartiere», ha riferito alla stampa un ufficiale dell’esercito. Il via libera alla conclusione era arrivato domenica sera dal ministro della Difesa Israel Katz, cinque giorni dopo le elezioni politiche del 27 ottobre.Promessa alla vigilia del voto come la distruzione del quartiere degli attentatori, l’operazione è rimasta molto più limitata ed è stata conclusa a urne chiuse, con un bilancio operativo modesto e dopo che il capo di stato maggiore ne aveva già chiesto la fine. La sequenza suggerisce che la politica di sicurezza in Cisgiordania abbia seguito anche il calendario elettorale, con un costo ricaduto su migliaia di civili senza un legame accertato con l’attacco.L’attacco risale a venerdì 23 ottobre. Due abitanti di Hebron, Mohammad e Firas Jaaba, hanno aperto il fuoco contro un posto di blocco alla periferia della città, uccidendo due soldati, il sergente maggiore Ron Yonatan Roytman e il sergente Yuval Shai Svilem, e ferendone altri tre, prima di essere uccisi. Il primo ministro Benjamin Netanyahu e Katz hanno promesso che l’esercito avrebbe «distrutto» il quartiere da cui provenivano gli attentatori. Nella notte successiva le famiglie dei due quartieri hanno ricevuto l’ordine di lasciare le case; secondo testimonianze raccolte da Al Jazeera, alcune hanno avuto cinque minuti, alle due di notte, per prendere medicine, telefoni e documenti.I risultati dichiarati dall’esercito sono circoscritti. Secondo il Times of Israel, i soldati hanno fermato e interrogato decine di persone, perquisito centinaia di edifici e sequestrato quattro armi da fuoco, oltre a giubbotti ed equipaggiamento militare; secondo l’AFP hanno individuato e sigillato uno spazio sotterraneo vicino alla casa di uno degli attentatori, demolito le abitazioni dei due e abbattuto costruzioni prive di permesso vicino al posto di blocco, in Area C, la parte della Cisgiordania sotto pieno controllo civile e militare israeliano. Lo stesso giornale riferisce che il capo di stato maggiore Eyal Zamir aveva raccomandato di chiudere l’operazione due giorni dopo l’inizio e che Netanyahu aveva respinto la proposta.Il costo civile è stato molto più ampio. Il comune di Hebron ha parlato il 26 ottobre di 3.189 sfollati; il governatorato, citato dall’agenzia palestinese Wafa, di circa 3.300 persone colpite. Nel ricorso presentato alla Corte suprema israeliana le cifre del comune salgono a 780 famiglie, fino a quasi 5.000 persone. Le autorità locali contano quindici tra case e strutture demolite, 327 negozi chiusi e perdite dirette superiori a 12 milioni di shekel al giorno, circa 3,8 milioni di dollari; circa 80.000 studenti della città non hanno potuto frequentare la scuola. Sono dati di parte palestinese che nessuna fonte indipendente ha ancora verificato, ma l’ordine di grandezza è coerente con la stima iniziale di almeno 2.000 evacuati riportata dal Jerusalem Post.Dubbi sulla giustificazione di sicurezza arrivano anche dalla stampa israeliana. Secondo il Jerusalem Post l’esercito ha collegato gli sfollati a un clan familiare vicino ad Hamas, ma non ha fornito elementi che leghino la maggior parte di loro a reati specifici; il giornale definisce l’operazione «apparentemente una misura di punizione collettiva». L’Associazione per i diritti civili in Israele ha chiesto il ritorno immediato dei residenti: «Nessun attacco, per quanto grave, autorizza l’esercito a punire un’intera città», ha dichiarato la direttrice Noa Sattath. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aveva presentato le demolizioni come un modo per «creare deterrenza e far pagare un prezzo».L’unico limite formale è venuto dai giudici, ed è rimasto provvisorio. Già il 23 ottobre, su un primo ricorso urgente di proprietari di attività vicine al posto di blocco, la giudice Gila Canfy Steinitz aveva chiesto allo Stato di rispondere e di non modificare la situazione in attesa di una decisione. Il 29 ottobre l’organizzazione Adalah ha presentato alla Corte suprema, in funzione di Alta corte di giustizia, un secondo ricorso per conto del comune e di sette residenti, chiedendo di fermare sgomberi e demolizioni e invocando il divieto di punizioni collettive e di trasferimenti forzati previsto dalla Quarta Convenzione di Ginevra. Al momento del ritiro non risultava una decisione nel merito.La durata si potrebbe spiegare con ragioni operative: la ricerca di complici, armi e tunnel richiede tempo, e la Cisgiordania resta un fronte attivo, tanto che l’ufficiale ha precisato che le operazioni «continuano in tutta la Giudea e Samaria». La raccomandazione di chiusura del capo di stato maggiore, respinta da Netanyahu, rende però questa spiegazione meno convincente e indica che sulla durata ha deciso il governo, contro il parere dei vertici militari.Al ritiro le forze di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese hanno ripreso il controllo dell’area, ha detto il governatore di Hebron Khaled Dudin. L’operazione lascia un’economia locale ferma per dieci giorni, in un governatorato di circa 800.000 abitanti, e un precedente: lo sgombero di interi quartieri dopo un attacco, senza prove di un coinvolgimento dei residenti.Molto dipenderà dal prossimo governo israeliano. Dal voto del 27 ottobre nessuno schieramento è uscito con la maggioranza, Netanyahu resta in carica per gli affari correnti e il presidente Isaac Herzog dovrà affidare l’incarico entro l’11 novembre. Se i partiti che hanno sostenuto la linea delle demolizioni, a partire da quello di Smotrich, conserveranno il controllo sulla politica in Cisgiordania, il modello di Hebron potrà ripetersi al prossimo attacco; resta da vedere se la Corte si pronuncerà sul ricorso di Adalah, che con il ritiro potrebbe essere dichiarato superato, e se fisserà un limite giuridico a sgomberi di questo tipo.