Della nostra civiltà si può dire tutto il male che si vuole e anche quando accuse e critiche sono infondate calunnie, i responsabili non subiscono conseguenze, non ne devono rispondere in nessun modo. Parlare di colpe dell’Occidente, anzi, apre molte porte. Invece, criticare altre culture e società equivale ad avventurarsi su un campo minato. Ne ho fatto esperienza diretta, personale più volte.Anni fa, ad esempio, fui chiamata a tenere una conferenza sull’Africa alla Facoltà di architettura di Torino. Erano presenti molti studenti stranieri, per lo più egiziani. Durante una breve ricostruzione storica, accennai alle conseguenze in Africa della colonizzazione e della tratta degli schiavi arabo islamiche. Fui interrotta. Gli studenti egiziani insorsero perché secondo loro gli arabi non avevano colonizzato l’Africa e neanche deportato schiavi africani. Si arrabbiarono con i docenti che mi avevano invitata e se ne andarono.Rischia reazioni violente anche chi critica la propria stessa cultura. Axelle Kabou, camerunese, 30 anni fa ha scritto un libro dal titolo eloquente: “E se l’Africa rifiutasse lo sviluppo?”. L’Harmattan, la casa editrice che lo ha pubblicato, subì minacce e più volte la presentazione del libro in Francia richiese l’intervento della polizia per contenere le reazioni furiose del pubblico: Kabou era venduta all’Occidente, aveva tradito per interesse la propria cultura, aveva rinnegato le proprie radici, dissero.Dimostra dunque coraggio l’editore Massari che ha deciso di pubblicare il libro di Tidiane N’Diaye, “La tratta arabo-musulmana. 13 secoli di razzismo e stermini”. Ha coraggio e va ringraziato perché si deve a lui se finalmente anche in Italia è possibile conoscere questa pagina dolorosissima della storia dei popoli neri e dell’intera umanità.La tratta transatlanticaNon si parla praticamente mai della tratta arabo-musulmana degli africani, né in Italia né altrove. L’unica deportazione di africani fatti schiavi che viene commemorata è quella transatlantica, che portò circa 12 milioni di africani nelle Americhe in quattro secoli, tra il XVI e il XIX secolo.Le Nazioni Unite hanno istituito nel 2007 la Giornata internazionale in ricordo delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi celebrata il 25 marzo di ogni anno e quest’anno proprio in quel giorno con 123 voti a favore, 3 contrari e 52 astenuti l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione presentata dal Ghana con la quale si riconosce che la tratta transatlantica degli schiavi è stata “il più grave crimine contro l’umanità” e si chiedono risarcimenti per i danni che ha causato.Il documento esorta i Paesi responsabili ad ammettere le loro colpe, presentare scuse formali, concedere risarcimenti finanziari ai popoli danneggiati, restituire i manufatti loro rubati e assicurare di non commettere mai più simili azioni. Mai niente del genere è stato fatto per quanto riguarda la tratta arabo-musulmana (o islamica) degli africani. Di essa ovviamente non si fa cenno il 25 marzo, ma neanche il 23 agosto, Giornata internazionale per la commemorazione della tratta degli schiavi e della sua abolizione che sembrerebbe includere tutti i commerci di schiavi, in ogni luogo e tempo.Invece è stata promossa dall’UNESCO, nel 1997, per “imprimere nella memoria di tutti i popoli la tragedia” della tratta transatlantica degli schiavi e “offrire un’opportunità di riflessione collettiva sulle cause storiche, i metodi e le conseguenze di questa tragedia, nonché un’analisi delle interazioni che essa ha generato tra Africa, Europa, Americhe e Caraibi”. Fu scelta la data del 23 agosto perché nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1791, a Santo Domingo iniziò una rivolta di schiavi che ebbe un ruolo decisivo nella abolizione della tratta transatlantica.La tratta arabo-musulmanaEbbene, la tratta arabo-musulmana degli schiavi africani è durata 13 secoli, dal VII al XX, durante i quali furono fatte schiave e deportate da 12 a 18 milioni di persone. Il commercio si sviluppava su due rotte: di terra, transahariana, per portarle dall’Africa centrale e occidentale al Nord Africa, e di mare, dalle coste dell’Oceano Indiano verso Medio Oriente, Persia e India.È stata resa possibile da un altro evento storico taciuto o addirittura, come si è visto, negato: la colonizzazione arabo-musulmana del continente africano, iniziata poco dopo la morte nel 632 del profeta Maometto. Per la maggior parte delle persone c’è stata una sola colonizzazione in Africa, quella europea.Tidiane N’Diaye era un antropologo senegalese (è deceduto lo scorso ottobre). Ha pubblicato il libro ora diffuso anche in Italia nel 2008, con il titolo “Le génocide voilé”, il genocidio nascosto. Scrive nella prefazione al suo libro N’Diaye:Sono stati 13 e senza interruzione i secoli in cui gli arabi hanno razziato l’Africa subsahariana. La maggior parte dei milioni di persone che deportarono scomparve a causa dei trattamenti disumani, ai quali si aggiunse la pratica della castrazione. Sarebbe veramente l’ora che la genocida tratta schiavistica arabo-musulmana fosse esaminata e inserita nel dibattito, allo stesso titolo della tratta transatlantica. Anzi, benché non esistano gradi nell’orrore né monopolio della crudeltà, si può sostenere, senza rischio di sbagliare, che il commercio schiavistico arabo-musulmano e le jihad (guerre sante) – messe in atto da spietati predatori per procurarsi dei prigionieri – furono per l’Africa nera ben più devastanti della tratta transatlantica.Nei nove capitoli successivi Tidiane N’Diaye ha raccontato dove, come e perché è successo.L'articolo L’unico schiavismo di cui non si parla, quello arabo-islamico proviene da Nicolaporro.it.