Jolán Földes, Via del Gatto pescatore (tit. orig.le A halászó macska utcája), presentazione Ibolya Dézsi, traduzione Andrea Rényi, ed. GM.libri, 2026«Rue du Chât-qui-pêche, via del Gatto pescatore. Chiamarla via è uno scherno perché è larga appena due passi e lunga trenta; […] La via del Gatto pescatore porta alla Senna e collega Quai St. Michel con la più piccola e movimentata Rue de la Huchette […] la nostra viuzza si trova in una zona preminente, nel centro cittadino »Attorno a questa viuzza parigina nel 5° Arr. che chissà quanti di noi, passeggiando lungo il Quai o per la piccola ma movimentatissima, coloratissima Rue de la Huchette hanno solo intravisto distrattamente ruota questo romanzo, una delle opere di narrativa che ho letto con più piacere quest’anno.E’ qui, in questa stradina – la più stretta di Parigi – che negli anni ’30 del secolo scorso ha abitato la scrittrice ungherese Jolán Földes, l’autrice di questo romanzo. Nata nel 1903 a Kenderes, un villaggio dell’Ungheria, dopo gli studi della scuola secondaria a Budapest viene travolta dalla disfatta della Prima Guerra Mondiale e dal Terrore bianco. Parte allora per Vienna e in seguito per Parigi, dove frequenta assiduamente la Facoltà di Lettere esercitando contemporaneamente diversi mestieri. Nel 1936 scrive Via del Gatto pescatore, romanzo nel quale rievoca i suoi anni parigini e che sarà selezionato per il gran Premio Internazionale del Romanzo. La giuria internazionale, riunita a Londra, assegna il premio a lei, Jolan Földes. Il libro viene tradotto e pubblicato in 22 lingue ed il premio ha l’effetto immediato di renderla l’autore ungherese più letto e più conosciuto nel mondo.Via del Gatto pescatore racconta la vita difficile di una famiglia di emigranti ungheresi della classe operaia – i Barabás – a Parigi dopo la Prima Guerra mondiale. Alla fine della guerra e dopo il Trattato di Versailles la situazione economica in quello che è stato l’Impero austro ungarico è disastrosa, la disoccupazione dilaga. La famiglia Barabás vende tutto, sale su un treno nella speranza di rifarsi una vita in Francia dove – si dice – il lavoro non manca. Barabás è un esperto pellicciaio, sua moglie un’ostetrica diplomata e qualificata. I figli sono piccoli: la più grande, Annush, ha dodici anni, Jani nove, Klári sette. La famiglia trova alloggio proprio in Rue du Chat qui pêche, prima in un alberghetto e poi in un minuscolo appartamentino. Il romanzo segue il loro arrivo nella capitale francese, i loro primi passi falsi, il lento ambientamento, la sperimentazione del sentimento di esclusione e l’attaccamento e la nostalgia per il paese natale.I Barabás vanno a vivere dunque nel cuore della Parigi storica. Il padre Gyula trova subito lavoro come pellicciaio, la moglie non può utilizzare in Francia il suo diploma di ostetrica e si adatta a fare la lavandaia. I due figli più piccoli (Jani e Klári) a scuola mentre Hannush (Anne per i francesi) va a fare l’apprendista come sarta in un atelier parigino molto rinomato. La vita quotidiana non è facile. La famiglia è alle prese con salari insufficienti, le prese in giro dei francesi, le malattie e soprattutto l’inevitabile nostalgia del Paese che hanno lasciato. Una nostalgia del paese natale (“la casa”) che ben presto si ritrovano a condividere con altri immigrati russi, lituani, spagnoli, italiani. Attorno a questo nucleo familiare di emigrati ungheresi si forma infatti ben presto tutto un gruppo di rifugiati di varie nazionalità che hanno lasciato il loro paese di origine per i motivi più vari e che animano la scena del romanzo con i loro drammi, gli amori, i dolori e le gioie di tutta Europa. Tra loro c’è di tutto: l’insegnante di matematica lituano socialista fuggito dai russi bianchi, il banchiere russo fuggito dai comunisti e che a Parigi se la cava insegnando francese ai nuovi emigrati che continuano ad arrivare; troviamo il pittore anarchico spagnolo e il greco fuggito dalle truppe di Kemal Ataturk cui i turchi hanno trucidato moglie e tre figli, i russi Vasja e Fiodor, un Ministro italiano con moglie e figlia fuggiti dal regime di Mussolini…Ciascuno ha la sua storia…Tutti questi stranieri si incrociano, si raggruppano, si comprendono, si aiutano nonostante opinioni politiche come si può immaginare molto spesso divergenti se non addirittura opposte.I ragazzini intanto crescono, vivono i loro primi amori, compiono scelte di vita. I figli dei Barabás si adattano alla nuova vita: Klári non solo reagisce alle provocazioni degli altri studenti che non la vogliono tra loro, ma diventa la migliore della sua classe; anche Jani incontra difficoltà. Nella sua classe viene scambiato per africano e gli viene chiesto perché non sia nero.“Non vengo dall’Africa ma dall’Ungheria”.“Dice di venire dall’Ungheria” trasmise il portavoce la notizia agli altri alle sue spalle.“E non è in Africa?” Si meravigliò un ragazzo.“Ma no, è in America!” Insistette un altro.“No, è in Australia!”Il gruppetto bisticciò. Jani provò a sovrastarli con la voce e far tornare l’attenzione su di sé.“Fatemelo dire, io lo so! Abito lì, Ungheria, Europa!”“Europa?” Un ragazzo lo guardò incredulo. “Allora è qui…”“L’anno scorso avevamo un compagno zulù”spiegò un altro “era nero”Ma Jani diventa anche lui il migliore della classe e guarda dall’alto in basso coloro che non sanno nemmeno che l’Ungheria non si trova in Africa.Annush (che ormai tutti chiamano Anne, alla francese), la figlia maggiore, impara in fretta la lingua e le buone maniere. Lavora in un importante atelier alla creazione di abiti, e alla fine riesce a farsi strada fino a raggiungere una posizione di responsabilità intermedia sul posto di lavoro.Proprio quando sembra che le cose si mettano tutte per il meglio, ecco però che ancora una volta intervengono la politica e la grande Storia perché nonostante i Barabás si adattino a fare lavori umili, a essere malpagati, per quanto onesti e pronti a sacrificarsi, trovano datori di lavoro pronti a licenziarli per l’acredine che molti hanno nei confronti dell’Impero austroungarico. «Mi dispiace molto. Ma deve capire. Dopo quello che il suo popolo ha fatto alla Francia, non posso più assumere un ungherese», si sentono dire molto spesso.Poi, quando finalmente le acque si calmano, ecco che Alessandro I, il primo re di Jugoslavia, viene assassinato a Marsiglia alla fine del 1934. È vero che l’assassinio viene compiuto da croati e macedoni, ma le conseguenze sono praticamente le stesse per tutti gli emigrati.Papà Barabás, quando anche a Parigi comincia a scarseggiare il lavoro tenta, assieme ad Hannush, di cercare fortuna in Sudamerica, ma anche lì sembrano destinati a fallire.Si pensa allora ad un ritorno “a casa”, in Ungheria, ma arrivato a Budapest Barabás (che è andato in avanscoperta da solo e senza la famiglia) si rende presto conto che questo rientro è ormai senza senso. Non solo non c’è lavoro ma soprattutto i rimpatriati ungheresi vengono visti come traditori dagli stessi compaesani, perché hanno fatto fortuna all’estero. Così l’unica soluzione sembra essere quella di tornare in Francia…Pittoreschi e commoventi, i Barabás e tutti coloro che li circondano entrano ben presto nella mente e nel cuore di molti lettori. Che si tratti di Anne o di suo fratello o di sua sorella, di suo padre che non smette mai di lottare per il lavoro e per assicurare il benessere della famiglia, della madre – commovente esempio di sacrificio e di modestia -, tutti lasciano un segno nella memoria di chi legge. Le loro vite e quelle dei loro amici compongono uno dei romanzi contemporanei più avvincenti.Jolán Földes rappresenta la situazione dell’emigrazione, l’essere guardati con disprezzo per le proprie origini, la malinconia per la vita che ci si è lasciati alle spalle e per i parenti rimasti. I nuovi conoscenti della famiglia Barabás sembrano vivere di nostalgia e di rammarico. Nient’altro. Mentre la famiglia ungherese riesce a superare le ostilità e con fatica e abnegazione affronta le difficoltà di essere stranieri. Non c’è posto nel testo di Jolán Földes per il sentimentalismo o per il patetico.L’arco temporale in cui si svolgono le vicende di questi nostri amici emigrati (perché si, dopo poche pagine cominciamo ad affezionarci a loro ed a percepirli come amici) va dagli anni ’20 del Novecento – gli anni immediatamente successivi alla Grande Guerra – fino al 1934-35 (con tutto quello che queste date per noi lettori di oggi evocano di funesto e di catastrofi in arrivo).Sradicamento e nostalgia. Ciascuno dei personaggi del romanzo ha la sua storia individuale ma c’è qualcosa di universale, un sentimento comune in questa narrazione che li attraversa tutti ed è il sentimento comune di essere stati esclusi dal paese natale al quale nonostante tutto sono irrimediabilmente e ciecamente attaccati. E’ effettivamente l’esistenza sradicata di coloro che la crudeltà dei tempi, le crisi politiche ed economiche dei loro paesi hanno privato della loro patria (che nonostante tutto indicano e chiamano sempre come “la casa”) che, assieme alla nostalgia costituisce a mio parere il nucleo centrale del romanzo.“La nostalgia di casa non muore mai. Si fa solo sentire meno, resta in silenzio, si trasferisce nella corrente più bassa dell’anima, dove fruscia, scroscia soffocata come una cascata sotterranea”…Emigrazione e sradicamento con le loro differenze, analogie. Nostalgia di casa. Ma il romanzo parla anche di molto altro e sempre in modo equilibrato, talvolta anche molto moderno: il rapporto con l’altro, il rapporto con lo straniero, i rapporti tra i sessi, il trascorrere del tempo… crescere, diventare grandi… invecchiare… Il percorso di vita della famiglia Barabás e dell’altra “famiglia” – quella dei loro amici rifugiati – mostra molto bene le difficoltà che quella generazione di immigrati ha dovuto affrontare.Tema importante inevitabilmente strettamente connesso ai primi due è sicuramente quello dell’integrazione. Perché di fatto nessuno dei personaggi del romanzo riesce ad integrarsi davvero con la società che li ha accolti.“Annush si rese conto sbalordita che Albertine era la prima francese a varcare la loro soglia. Vivevano a Parigi da più di dieci anni e […] non era mai venuta nemmeno una vicina a chiedere due uova in prestito! […] forse era il destino degli stranieri in tutte le città del mondo. Vivevano in mezzo ai francesi e non si sarebbero amalgamati mai. Di chi era la colpa? meditò Annush mentre chiacchierava distrattamente. […] Da un decennio vivevano come un corpo estraneo nel corpo del paese”“Così vivevano loro, i senzapatria”. Dopo l’assassinio di un ministro francese e del Re Alessandro di Jugoslavia per mano di un estremista croato, Anne perde l’impiego perché le clienti dell’atelier non vogliono più avere a che fare con una straniera. Anche il padre Gyula perde il lavoro per lo stesso motivo. “La politica non ha riguardi per le persone semplici” commenta mestamente Gyula Barabás.Quando queste difficoltà cominciano ad apparire insormontabili, i Barabás ed anche altri pensano di trovare sorte migliore in Argentina“si dice che l’America è l’altoforno che amalgama tutti gli stranieri”“Così si dice. Non sappiamo di quelli che dentro si bruciano”Pensano anche di ritornare definitivamente in Ungheria, ma finiscono sempre per tornare a Parigi, anche se, certe volte, vi si sentono sempre stranieri. Sperano che almeno i loro figli, se non addirittura i loro futuri nipoti, troveranno finalmente il loro posto.Tutti i personaggi del romanzo, questo gruppetto di “senza casa” si forma e si deforma a seconda delle circostanze della vita. La complessità delle relazioni umane con le loro sfumature, le spigolosità, inesplicabili o commoventi ci vengono porte con uno stile sobrio e semplice, in modo naturale ed un leggero tocco di ironia. E’ un libro che parla di “quelli che non lasciano traccia”.“La proporzione fra i fuoriusciti, gli emarginati, gli emigrati, era questa e sarà sempre questa la proporzione. Uno o due mettono le tende in terra straniera. Gli altri? Scompaiono, lentamente e senza lasciare traccia”Via del Gatto pescatore è un romanzo allegro e triste al tempo stesso, pieno di voglia di vivere ma nello stesso tempo un racconto pieno di nostalgia perché in realtà questi immigrati nonostante tutto, non si ritrovano più “a casa loro” da nessuna parte. La parola “casa” ricorre innumerevoli volte nel romanzo, indicando il paese natale, il paese d’origine ed allora leggendo il mio pensiero andava sempre – non potevo farne a meno – alla meravigliosa e forse intraducibile parola Heimat della lingua tedesca…perché è proprio di una loro Heimat che tutti i personaggi del libro hanno nostalgia e di cui vanno in cerca…La condizione di esiliati (anche se volontariamente auto esiliati) è analizzata con una grande finezza e sensibilità ed al tempo stesso con un grande humor perché l’autrice crea un gruppo di personaggi interessanti, picareschi e…molto veri.Romanzo di grande successo ai tempi del premio ma poi piuttosto dimenticato si rivela ancora oggi, grazie a questa scelta editoriale ed alla bella traduzione di Andrea Rényi ancora oggi un romanzo che appare fresco ed autentico.Nelle mie ricerche sul Web ho trovato parecchie pagine su questa scrittrice ma… tutte solo in ungherese, lingua per me purtroppo inaccessibile. Molto utili mi sono perciò risultati gli Appunti di presentazione del romanzo di Ibolya Dézsi posti all’inizio del volume; forniscono infatti alcune notizie che permettono di conoscere almeno l’indispensabile a proposito di Jolán Földes, autrice ungherese brillante, capace di commuoversi davanti alla natura umana e di parlare di cose serie e gravi con grande semplicità, tanto famosa un tempo ed ora immeritatamente a molti sconosciuta.Fonte https://divany.hu/offline/2026/04/09/magyar-ironot-olvastak-100-eve/Ho trovato su Marginalia una interessante ed a mio parere preziosa Intervista rilasciata dalla traduttrice Andrea Rényi dal titolo “La letteratura ungherese alla fine dell’era di Viktor Orbán” dalla quale una volta di più risulta chiaro quanto ancora abbiamo da scoprire e da conoscere circa la letteratura (narrativa e non) dell’Ungheria e dell’Europa centrale più in generale, conoscenza purtroppo ostacolata per troppi anni sia dall’esistenza della Cortina di Ferro che dalla difficoltà costituita per gran parte del resto dell’Europa dalla sin troppo scarsa conoscenza delle lingue alcune delle quali per molti di noi davvero impervie…Spero che il successo del lavoro compiuto negli ultimi anni da coraggiose case editrici e bravi traduttori e traduttrici possa non solo continuare ma crescere sempre di più.https://associazioneliberi.substack.com/p/dal-nobel-a-krasznahorkai-alla-caduta