Dalla Sco ai Brics, come riempire il vuoto lasciato dall’Onu. Scrive Castellaneta

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Il vertice della Shanghai Cooperation Organisation (Sco) che si è svolto nei giorni a scorsi a Bishkek (capitale del Kirghizistan) ha fatto notizia soprattutto per l’immagine dell’incontro tra Xi Jinping e Vladimir Putin. Tuttavia, quella foto è solo la punta dell’iceberg di un processo ben più profondo: il progressivo sgretolamento dell’ordine multilaterale costruito intorno alle Nazioni Unite e la sua sostituzione, ancora disordinata, con organizzazioni regionali e coalizioni tra Paesi accomunati più da una condivisione di interessi che di valori.La Sco riunisce oggi dieci Stati, tra cui Cina, Russia, India, Pakistan e Iran; non è “nata ieri” (a Bishkek sono stati infatti celebrati i 25 anni del forum), ma da alcuni anni la sua importanza sembra essersi accresciuta, proprio in corrispondenza dell’arretramento dell’ordine multilaterale. Al summit kirghiso, Xi e Putin hanno ribadito il coordinamento tra Pechino e Mosca; Narendra Modi ha chiesto una soluzione pacifica in Ucraina, mentre la presenza del presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha collegato il vertice alla crisi mediorientale. Il tutto mentre la priorità di Donald Trump era focalizzata sulla ridenominazione del Lago Ontario in “Lake America”.Il summit si è svolto intorno a un paradosso: la sessione “Sco Plus” era dedicata al ruolo dell’Onu in un ordine giusto e multipolare. Eppure la rilevanza della Sco è anche la conseguenza dell’impotenza delle Nazioni Unite, incapaci di risolvere i conflitti in Ucraina, a Gaza e in Iran. Il Consiglio di sicurezza è paralizzato dai veti e l’Assemblea generale rischia di ridursi alla ‘passerella’ dei leader che si svolge ogni anno a settembre, una sorta di Davos della diplomazia nel quale tutti parlano, ma senza prendere alcuna decisione concreta.Come in natura, anche nelle relazioni internazionali il vuoto trova sempre il modo di essere riempito. Lo sta facendo la Sco, ma ci stanno provando anche i Brics (che non a caso ruotano anch’essi attorno alla Cina), il cui forum annuale si terrà fra pochi giorni in India, mentre appare sbiadito il G20 tenuto ad Asheville/ North Caroline con unica novita della partecipazione peraltro contestata di un ministro russo.E non ci sono iniziative che provengono solo dall’esterno dell’Occidente, ma anche alcune orchestrate proprio dagli Stati Uniti di Donald Trump, altrettanto ostile all’ordine multilaterale per come lo abbiamo conosciuto. Pensiamo ad esempio al Board of Peace per la ricostruzione di Gaza che, pur inserito in una cornice approvata dal Consiglio di sicurezza, nasce per impulso americano e si affida a un gruppo limitato di Stati. Resta da verificarne l’efficacia, ma la tendenza è chiara: quando le istituzioni universali non decidono, le potenze costruiscono meccanismi alternativi.Comunque, a rendere ancora più evidente l’emergere di un ordine alternativo a quello controllato dagli Usa è la guerra contro l’Iran. La dichiarazione finale del vertice di Bishkek ha condannato gli attacchi contro Teheran e le misure coercitive unilaterali. Gli Stati Uniti minacciano invece sanzioni secondarie contro chi commercia con l’Iran: anzitutto la Cina, principale acquirente del suo petrolio, ma anche Turchia, Pakistan e Iraq. Washington dispone inoltre di una leva energetica: è un grande esportatore netto di energia e il primo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto.Questa strategia comporta però dei rischi che potrebbero accelerare una serie di processi già in corso e che potrebbero cambiare la mappa dei flussi economici e delle alleanza globali. La crisi di Hormuz, dal quale prima della guerra transitava circa un quinto del petrolio mondiale, si somma all’instabilità di Bab el-Mandeb e alla vulnerabilità di Malacca. Se questi chokepoints entrano insieme in tensione, la frammentazione si traduce in aumento dell’inflazione e insicurezza degli approvvigionamenti. Anche l’uscita degli Emirati dall’OPEC e l’ipotesi che il Venezuela li segua mostrano quanto sia difficile conservare coesione.La trasformazione potrebbe essere anche monetaria. Le sanzioni alimentano nei Paesi membri della Sco (ma anche nei Brics) l’interesse per pagamenti in valute nazionali e per il renminbi. Il debito americano e i titoli del Tesoro detenuti dalla Cina rafforzano questa prospettiva. Ma sostituire il dollaro sarà un processo lungo e incerto: per liquidità, affidabilità e convenienza, nessuna valuta offre oggi un’alternativa completa. Pechino stessa non ha interesse a destabilizzare la moneta nella quale conserva molte attività.La fotografia di Bishkek dice dunque che l’ordine mondiale non è ancora multipolare: è anzitutto più frammentato. Xi, Putin e gli altri leader della Sco occupano lo spazio lasciato dall’Onu e da un’Europa priva di politica estera comune. Sarebbe un errore liquidarli come una semplice coalizione antioccidentale, ma anche scambiarli per un nuovo equilibrio già consolidato. Quanto sta accadendo rivolge implicitamente una sfida anche per l’Europa, che sembra rimanere sempre più come uno spettatore sullo sfondo ma che dovrebbe cercare invece di recuperare capacità politica e diplomatica. Perché quando il multilateralismo universale arretra, avanza più spesso la legge dei rapporti di forza.