Occhiali smart a tavola: alcuni ristoranti ne stanno limitando l'utilizzo

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Abbiamo passato anni a chiedere alle persone di mettere via il telefono a tavola. Ora che qualcuno ha spostato la telecamera direttamente sugli occhiali, il problema è diventato molto più complicato da risolvere, perché non puoi chiedere a qualcuno di "mettere via" qualcosa che indossa sul naso. Gli smart glasses con AI, come i Ray-Ban Meta, assomigliano sempre più a normali occhiali da vista, ma possono fotografare, registrare e rispondere a domande in tempo reale. E questa invisibilità tecnologica sta iniziando a creare problemi concreti nei luoghi in cui le persone si aspettano un minimo di riservatezza.Per esempio, in Gran Bretagna il ristoratore londinese Jeremy King ha vietato gli smart glasses nei suoi locali, la catena Wetherspoon (oltre 800 pub) ne proibisce l'uso per registrare clienti e personale, e Soho House si riserva il diritto di chiedere agli ospiti di toglierli. Restrizioni simili sono arrivate anche nei teatri, nei cinema e nei tribunali di Inghilterra e Galles.Ricordiamo che Meta segnala l'attivazione della telecamera con un LED sulla montatura, ma c'è una differenza sostanziale tra sapere di poter essere visti e sapere di poter essere registrati. Un ristorante è uno di quei luoghi sospesi tra spazio pubblico e intimità, e l'idea che le nostre facce o le nostre conversazioni possano finire in un video senza che ce ne accorgiamo è comprensibilmente scomoda. In Italia il tema non è nuovo, perché già nel 2021, con i Ray-Ban Stories, il Garante per la protezione dei dati personali aveva chiesto a Facebook chiarimenti sulle garanzie per chi poteva essere ripreso. Cinque anni dopo quegli interrogativi sono rimasti aperti, mentre gli occhiali hanno imparato a fare molte più cose.C'è però un secondo livello della questione, più sottile. Il semiologo Gianfranco Marrone aveva già colto il paradosso del food porn: fotografare un piatto non è più solo un ricordo, è diventato parte dell'esperienza gastronomica stessa. Come scrive Marrone, "si mangia per scattare, si scatta per condividere, si condivide per vantare uno scampolo d'identità personale". Il risultato è che oggi molte persone scelgono cosa ordinare perché lo hanno già visto fotografato online, non perché gli va di mangiarlo.Lo chef milanese Diego Rossi di Trippa ha risposto a questo meccanismo in modo provocatorio, in quanto ha tolto dal menu il vitello tonnato e le tagliatelle al burro, due piatti diventati così famosi e instancabilmente fotografati che molti clienti arrivavano già sapendo cosa avrebbero ordinato. Gli smart glasses si inseriscono esattamente in questo contesto e lo spingono un passo più in là: con loro, vedere e fotografare possono quasi coincidere. Non c'è più il gesto deliberato di tirare fuori il telefono, inquadrare, scattare. Il confine tra esperienza e documentazione dell'esperienza diventa ancora più sfumato.Sarebbe però sbagliato liquidarli come il nuovo nemico della convivialità. Gli smart glasses hanno usi genuinamente utili a tavola, visto che possono tradurre in tempo reale un menu in lingua straniera, aiutare a identificare un piatto o un ingrediente sconosciuto, fornire informazioni senza costringerci a consultare continuamente il telefono. Lo chef britannico Tom Kerridge ha sottolineato anche le possibilità in cucina: una preparazione ripresa attraverso gli occhi del cuoco permette di osservare gesti, cotture e impiattamento da una prospettiva completamente nuova.Il problema non è la tecnologia in sé, ma il fatto che siamo ancora in una fase in cui le regole sociali non hanno tenuto il passo con quella tecnica.L'articolo Occhiali smart a tavola: alcuni ristoranti ne stanno limitando l'utilizzo sembra essere il primo su Smartworld.