Dalla stagione 2026/27 i club di Premier League non possono più esporre operatori di scommesse o casinò online come sponsor principale sul fronte delle maglie da gara. Il divieto, tuttavia, non determina l’uscita del settore del gioco dal massimo campionato inglese: i marchi possono continuare a comparire sulle maniche, sui kit di allenamento, sulla cartellonistica negli stadi e attraverso altre forme di partnership commerciale.Quando la misura fu approvata, nell’aprile 2023, erano otto le società che mostravano un operatore di gioco sul petto. Nell’ultima stagione prima dell’entrata in vigore del divieto, la 2025/26, il numero era salito a undici club su venti. Il cambio di scenario impone ora soprattutto alle società esterne alla cerchia delle Big Six di trovare partner in grado di garantire valori economici paragonabili a quelli offerti dal settore del betting.Il divieto della Premier League sugli sponsor di scommesse e casinò onlineIl provvedimento nasce da un’intesa approvata dai club nell’aprile 2023, al termine del confronto con il Department for Culture, Media and Sport (DCMS). Secondo Sky Sports, la proposta ottenne diciotto voti favorevoli e due astensioni.La Premier League divenne così il primo campionato professionistico britannico ad adottare volontariamente una misura di questo tipo, come sottolineato nel comunicato ufficiale della Premier League. Ai club furono concesse tre stagioni di transizione, fino alla conclusione del 2025/26, per portare a termine gli accordi esistenti e riorganizzare la propria offerta commerciale.Il perimetro del divieto resta però circoscritto al fronte delle maglie utilizzate nelle partite. Gli operatori possono quindi continuare a investire in altri spazi, comprese le maniche delle divise, i kit da allenamento, la cartellonistica led e le partnership che attribuiscono la qualifica di official betting partner.Al momento dell’approvazione della misura, gli otto contratti in essere valevano complessivamente circa 60 milioni di sterline a stagione. Ad aprile 2026, un dirigente citato dal Guardian aveva stimato per la Premier League una possibile perdita fino a 80 milioni di sterline, pari a circa 91 milioni di euro.Quanto pesa il divieto sui ricavi dei clubL’effetto più rilevante riguarda le società che non possono contare sulla forza commerciale e sulla visibilità internazionale dei principali club inglesi. Gli operatori di scommesse hanno infatti rappresentato negli ultimi anni una delle categorie disposte a investire maggiormente per acquisire lo spazio principale sulle maglie.Nella primavera del 2026 nove club non avevano ancora annunciato un main sponsor per la stagione successiva. Nei mesi seguenti diverse società hanno concluso nuovi accordi, ma in alcuni casi a valori inferiori rispetto a quelli garantiti dal betting. Bournemouth e Brentford, per esempio, hanno trovato partner per cifre stimate tra quattro e cinque milioni di sterline a stagione.Le dimensioni economiche restano molto diverse nella fascia più alta della Premier League. Il precedente accordo fra Tottenham e AIA per il fronte maglia valeva complessivamente 320 milioni di sterline in otto anni, pari a circa 40 milioni a stagione. Da luglio 2027 l’assicuratore assumerà invece il ruolo di global training partner, nell’ambito di un’intesa valida fino al 2032.Il confronto evidenzia la distanza fra i club in grado di attirare multinazionali con una presenza globale e le società che dipendono maggiormente dai settori tradizionalmente più aggressivi sul mercato delle sponsorizzazioni sportive.Betting e casino si spostano sulle maniche e sui kit di allenamentoIl denaro proveniente dal settore del gioco non è comunque uscito dalla Premier League. Nella stagione 2026/27 diciassette club su venti mantengono almeno un rapporto commerciale con un operatore di scommesse o casino online, attraverso asset diversi dal fronte maglia.Betway è fra i marchi più presenti e risulta legato, con accordi di natura differente, ad Arsenal, Brighton, Chelsea, Manchester City, Manchester United e Sunderland. Aston Villa e Tottenham hanno rapporti con Betano, mentre il Liverpool ha suddiviso la propria partnership fra Ladbrokes per il Regno Unito e Interwetten per Germania e Austria. Il Newcastle lavora invece con BetMGM e 8Xbet.Anche al di fuori dei principali club la presenza resta significativa. Il Bournemouth ha accordi con MrQ e CopyBet, il Fulham con Sbotop, il Leeds con BoyleSports, il Nottingham Forest con Bally Bet, l’Ipswich con 8Xbet e il Brentford con Hollywoodbets.Crystal Palace, Hull City e Coventry City risultano invece le uniche società senza partnership commerciali con operatori del settore. Il Crystal Palace, in particolare, ha sostituito sul fronte maglia il precedente sponsor NET88 con la società tecnologica Temporal.Il quadro mostra quindi come il divieto abbia modificato la distribuzione degli investimenti, senza allontanare betting e casino online dal campionato.Il confronto con l’Italia e il Decreto DignitàIl modello inglese resta sensibilmente più permissivo rispetto a quello italiano. Il Decreto Dignità – il decreto-legge 87/2018, successivamente convertito nella legge 96/2018 – vieta infatti qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi e scommesse con vincite in denaro.Il divieto italiano non dipende dallo spazio sul quale compare il marchio. La norma comprende le manifestazioni sportive, culturali e artistiche, le trasmissioni televisive e radiofoniche, la stampa, le affissioni e i canali digitali, inclusi i social media.La disciplina vigente prevede, per le violazioni, una sanzione pari al 20% del valore della sponsorizzazione o della pubblicità e comunque non inferiore a 50.000 euro per ciascuna violazione. La vigilanza è affidata all’AGCOM e il perimetro comprende tanto le scommesse sportive quanto i casinò online autorizzati.Uno dei casi più significativi degli effetti della normativa sul calcio italiano riguarda la Roma. Nel luglio 2019 il club interruppe, dopo una sola stagione, l’accordo con Betway, che compariva come partner sui kit di allenamento.Come ricostruito da Il Tempo, la conclusione anticipata della partnership comportò per la società giallorossa la perdita di circa cinque milioni di euro a stagione. Nello stesso periodo altre quattordici società di Serie A furono chiamate a rivedere accordi commerciali legati al settore del gioco.Da allora il mercato italiano delle sponsorizzazioni calcistiche si è ricomposto intorno ad altri comparti. Le linee guida adottate dall’AGCOM nel 2019 hanno inoltre definito la distinzione fra pubblicità vietata e comunicazioni meramente informative consentite, chiarendo l’applicazione della normativa anche a strumenti come product placement, gadget, social media e influencer.Il perimetro riguarda sia le scommesse sia le piattaforme di slot con licenza, quando il contenuto assume una finalità promozionale. La regolamentazione italiana non presenta quindi la possibilità, prevista invece in Inghilterra, di trasferire semplicemente il marchio dal fronte della maglia a un altro spazio commerciale.Premier League, cosa può ancora cambiareIl quadro normativo britannico potrebbe diventare ulteriormente restrittivo. Il 15 luglio 2026 il DCMS ha aperto una consultazione, con scadenza fissata al 9 settembre, per valutare l’introduzione di un divieto legislativo alle sponsorizzazioni e alla pubblicità degli operatori privi di licenza britannica.La proposta avrebbe una portata più ampia del calcio, perché riguarderebbe tutti i settori. In base alle regole attuali, un operatore senza licenza può sottoscrivere una sponsorizzazione nel Regno Unito a condizione che impedisca ai consumatori britannici di accedere alla propria piattaforma. Il governo considera tuttavia questo sistema insufficiente, anche per la possibilità di aggirare i blocchi attraverso strumenti digitali.«Non è giusto che operatori di gioco senza licenza possano sponsorizzare alcuni dei nostri club più grandi», aveva dichiarato Lisa Nandy annunciando la revisione nel febbraio 2026.Fra gli accordi potenzialmente interessati rientra quello dell’Everton con Stake.com. Dopo essere uscito dal fronte maglia, il marchio si è spostato sulla manica attraverso un contratto triennale. Stake.com ha rinunciato alla licenza britannica nel 2025 e una futura modifica legislativa potrebbe impedire la prosecuzione della partnership.La consultazione è stata però avviata quando l’accordo dell’Everton era già stato definito. In precedenza, la Gambling Commission aveva scritto ai club per avvertirli dei rischi connessi alla promozione di operatori privi di licenza qualora le relative piattaforme fossero risultate accessibili ai consumatori britannici.Come riporta SportsPro, uno dei casi centrali riguarda TGP Europe, che ha rinunciato alla licenza britannica dopo un’indagine sui controlli applicati ai partner commerciali e sul rispetto delle norme antiriciclaggio.L’eventuale approvazione del nuovo divieto restringerebbe ulteriormente gli spazi disponibili per gli operatori di gioco nella Premier League. Il modello inglese rimarrebbe comunque differente da quello italiano: in Italia una sponsorizzazione di questo tipo ricadrebbe già nel divieto generale introdotto dall’articolo 9 del Decreto Dignità.