Samurai tradito dall’Auto-Tune: tutta la verità sul più famigerato degli effetti della musica contemporanea

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Qualche giorno fa Samurai Jay ha avuto un problema tecnico sul palco durante un concerto a Montesilvano, cosa naturalmente non sfuggita all’occhio (digitale) vigile della platea, come sempre composta in larghissima parte da smartphone. Nei video che impazzano in rete si vede che il ragazzo si accorge della debacle, l’Auto-Tune per qualche istante non risponde all’appello, ma lui prosegue eroicamente nell’esibizione che però, è evidente, alla fine risulta tutt’altro che perfetta. Non è la prima volta che accade, naturalmente, ricordiamo “figuracce” simili di Sfera Ebbasta, di Fedez, artisti non esattamente sulla scia di Domenico Modugno, ma che comunque hanno contribuito fortemente a rendere l’Auto-Tune l’elemento più famigerato forse dell’intera storia della musica italiana, perlomeno da quando è cantata. Questo spinge a fare una riflessione che sia più neutra possibile per far chiarezza su un effetto che va necessariamente contestualizzato nel periodo storico musicale che stiamo vivendo.A cosa serve l’Auto-Tune Partiamo da una spiegazione il più semplice possibile: l’Auto-Tune è un software/processore audio di correzione dell’intonazione, analizza in tempo reale o in post-produzione la frequenza della voce e la modifica per avvicinarla alla nota musicalmente corretta. Quindi sì, è un effetto che serve per cantare meglio, ma ridurlo a un semplice scaltro espediente spesso mortifica un approccio per certi versi paragonabile al distorsore per una chitarra elettrica, che prende il segnale pulito e lo modifica, aggiungendo armoniche e alterandone il timbro, fino a produrre il caratteristico suono “sporco”, aggressivo e saturo che tanti nerd, al contrario dell’Auto-Tune, giustamente, celebrano. Insomma, sembra banale doverlo sottolineare, ma parliamo di un effetto che, come tutti gli effetti, dovrebbe essere valutato per la consistenza artistica che ne scaturisce. Quando c’è, è chiaro.Quando l’Auto-Tune è pura artePerché esistono casi, spesso perfino eclatanti, di un utilizzo molto affascinante dell’Auto-Tune. Qualcuno, per dire, oserebbe alzare la mano per commentare Believe di Cher? Che decide, forse per la prima volta nel pop mainstream, di evidenziarlo fino a farlo diventare elemento di narrativa all’interno del brano. Cosa che poi farà anche Kanye West, che fa più o meno la stessa cosa nel rap, che utilizzandolo pone l’accento sul senso di alienazione che ha dato a brani come Heartless, Love Lockdown o Paranoid. Future, altro rapper d’alta scuola, ne fa un tratto distintivo, lo assorbe totalmente nella propria poetica trap, tanto da rendere i suoi pezzi decisamente più rarefatti, provare per credere con Turn On the Lights o Codeine Crazy. Cosa che Travis Scott porta a livelli del tutto cantautorali in brani come Antidote, 90210, Goosebumps o Sicko Mode, ponendo l’accento su una sorta di alienazione robotica, del tutto consona ai tempi della musica iperfluida e digitale che stiamo vivendo, che diventa magnificamente esplicita, per esempio, nel futurismo musicale dei Daft Punk. Justin Vernon dei Bon Iver in 715 – CR∑∑KS ne fa un utilizzo talmente spudorato da aprire interessantissime finestre di sperimentazione sull’argomento, una sorta di manifesto intellettuale dell’Auto-Tune.I più eclatanti casi italiani Checché se ne scriva largamente sui social, specie quando esplodono video virali come in quest’ultimo caso con Samurai Jay, anche in Italia ci sono artisti che sono riusciti in maniera esemplare ad abbracciare un utilizzo dell’Auto-Tune in maniera del tutto genuina, del tutto artistica. Il giovanissimo Thasup attorno all’applicazione, generica, della tecnologia, ha costruito (sta costruendo) una narrativa semplicemente entusiasmante. Venerus ne ha fatto elemento di una ricerca musicale che, pensandoci bene, senza tecnologia non risulterebbe così intrigante, come se provasse costantemente a portare il suo puro cantautorato sempre un po’ oltre il confine del già sentito. E il fascinoso lamento nelle interpretazioni di Blanco, che lo rende così dannatamente generazionale? No, non sarebbe identico senza quel tocco tecnologico che inchioda quella poetica al qui e subito, rappresentando così tanto per così tanti ragazzi che, ragionevolmente, non si riconoscono in quella melodia a tutti i costi che caratterizza la nostra tradizione pop.Elio contro l’Auto-TuneQuando la cosa è stata fatta notare a Elio, che in Italia è certamente l’artista che più si è esposto contro l’utilizzo dell’Auto-Tune, in particolare ci riferiamo al caso Cher, lui ha risposto: «L’ha utilizzato ma sapeva già cantare da Dio». Quello il punto vero, lo stesso Elio a fine luglio lo ha confermato proprio a noi di Open in un’intervista: «La tecnologia – ha detto – ha sempre accompagnato l’espressione artistica, non si nega, ma la tecnologia deve essere un metodo per migliorarsi, cioè per scrivere, per comporre, per creare delle cose nuove che non erano mai state fatte prima. Non deve essere, come invece è attualmente, una scorciatoia per fare meno sforzo, perché quello è un trucco orrendo».Quando l’Auto-Tune diventa un trucchettoElio colpisce nel segno: servirebbe saper distinguere quando l’Auto-Tune è un effetto che, come tutti gli altri tanti effetti che la moderna tecnologia presta alla musica, diventa un tratto narrativo e quando risulta effettivamente un espediente per portarsi a casa un’esibizione, per rifugiarsi in un suono particolarmente in hype oppure, per dirla cruda, a giocare a fare una cosa che, evidentemente, non si sa fare. Perché, se è vero che demonizzare un effetto sulla voce e, spesso, contestualmente, esaltare il bel canto all’italiana, è mortificante rispetto i passi in avanti, notevoli, compiuti in termini di ricerca musicale, anche nel pop italiano, nonché esercizio di analisi musicale decisamente superficiale, è ugualmente vero che si, accade, non abbiamo fatto calcoli per certificare in quale misura, che l’Auto-Tune “dopa”, per ricitare Elio, l’approccio alla musica, consentendo a ragazzi che non hanno mai mostrato un briciolo di talento di farsi passare per artisti con un pubblico, non c’è niente di male nella sottolineatura, quasi sempre impreparato e in balìa di trend social(i) che di artistico non hanno alcunché. Chiunque spacci oggettività quando si tratta di musica non andrebbe preso mai troppo sul serio, come potrebbe quando la materia in questione assume un senso nel momento stesso in cui matcha con l’emotività di una singola persona, che si crea attraverso un vissuto ben definito e, soprattutto, unico? Non sta né in cielo né in terra additare un fan di Sfera Ebbasta come ignorante, come se anche gli appassionati più talebani fossero musicalmente cresciuti partendo direttamente da De André e i Pink Floyd, ma c’è anche un altro lato della medaglia da valutare e riguarda il pubblico generalista, ormai totalmente incapace di aprirsi a qualcosa che vada oltre il già sentito, un pubblico per cui Rondodasosa e Marracash fanno lo stesso mestiere, in cui tra un Achille Lauro e un Fulminacci non c’è alcuna differenza, gettando, per comodità, tutto nello stesso calderone della musica “di oggi”, “brutta” di default, sempre, a prescindere. Anzi, quel già sentito di cui sopra viene esaltato, anche quando non aggiunge nulla a quanto già detto in epoche passate; basti pensare a fenomeni revival come Il Volo o a Laura Pausini, giusto per fare l’esempio più palese, cui espressività e sostanza risulta sorniona, furbetta e plastificata tanto quanto quella di un trapperino qualsiasi.Un problema di sostanzaEcco, appunto, la sostanza. Non è questione di intonazione, di “bellezza” di una canzone, a pensarci bene non lo è mai stato. L’epoca dei Domenico Modugno non è passata oggi che in classifica ci troviamo Capo Plaza, Shiva e Anna, ma è stata riposta, con cura e rispetto, sia chiaro, in soffitta con l’avvento della nostra più splendente tradizione cantautorale, quella delle voci graffiate alla Vasco Rossi, Nada e Gianna Nannini, quella delle voci intimiste, roche, scure alla Paolo Conte e Vinicio Capossela, quella ai confini del recitativo alla Guccini, Jannacci, Gaber o Giovanni Lindo Ferretti, quella delle voci sottili alla Ivan Graziani o Lucio Battisti. E poi, ultimamente, da una nuova generazione di cantautori che ha rotto la monotonia delle cover da talent che stavano drammaticamente prendendo possesso del mercato discografico italiano, puntando tutto sul carattere della propria voce, anche quando meravigliosamente spreciso, come Calcutta, Gazzelle, Motta, I Cani di Niccolò Contessa, Tommaso Paradiso da Thegiornalista e non, Tutti Fenomeni o Tananai. Quel bel canto all’italiana di cui sopra già da tempo ha perso totalmente di valore, l’intonazione non è più da tempo il metro per misurare il talento di un artista, specie quando oltre quell’intonazione non si trova niente di significativo. Così non possiamo che dedurne che tutto il circo denigratorio, a prescindere, quando notiamo un utilizzo più o meno consistente dell’Auto-Tune sia tanto gratuito quanto inutile.L'articolo Samurai tradito dall’Auto-Tune: tutta la verità sul più famigerato degli effetti della musica contemporanea proviene da Open.