In questi giorni, i social sono letteralmente invasi dai filmati (cinesi, guarda caso) con robot umanoidi che fanno le gare sui 100 metri ed altre discipline olimpiche. A parte la goffaggine intrinseca di una macchina che si sforza di compiere movimenti squisitamente umani; a parte l’inutilità di certe gare sintetiche, resta da capire perché si spendano tanti soldi e si dedichi tanta ricerca al genere “umanoide”.Qui, il discorso si sposta dall’ambito tecnologico a quello umanistico e filosofico. Ecco alcuni punti fermi.Le macchine facciano le macchineLa progettazione e sperimentazione di robot umanoidi è vecchia circa un secolo e, in ambito tecnologico, tale intervallo di tempo corrisponde a un’era geologica. Se in tanti anni i robot dalle fattezze (vagamente) umane sono rimasti goffi, immediatamente riconoscibili e per nulla utili alla società, probabilmente è causa di malinteso connubio che non funziona in origine: quello uomo-macchina.L’uomo è un capolavoro di ingegnerie genetica e creativa (ma vorrei inventare il termine “creazionale”) che i credenti attribuiscono a Dio, inteso come essere immensamente superiore a qualunque altra creatura e dotato di onnipotenza irraggiungibile ed ineffabile.Ciò premesso, indipendentemente dall’orientamento positivistico e razionale che caratterizza la ricerca scientifica, il problema è quello di far coesistere senza criticità di rilievo uomo e macchina, ponendo quest’ultima al servizio del primo. Gli uomini facciano gli uomini e le macchine facciano le macchine. Questa potrebbe essere una linea-guida assai più etica di quanto sembri dalla brutalità dell’assunto sopra esposto.Il prezzo del progressoUna macchina che non sia utile è qualcosa che non può essere usata dall’uomo, come chiaramente indica l’etimo dell’aggettivo, derivato dal verbo latino “uti”, ossia usare, adoperare.Sappiamo anche che il più consistente pericolo derivante dalla civiltà delle macchine sia proprio quello che le macchine, da noi create, prendano il sopravvento e si sottraggano in qualsiasi modo al nostro controllo.Potremmo dire, a questo punto, che rendere una macchina sempre più simile a noi è già rischiare di facilitarle il lavoro nella sua possibile scalata tendente a raggiungere il nostro livello e persino superarci.Sia ben chiaro: non si sta dicendo che le macchine non debbano essere sempre più perfezionate e capaci perfino di compiere (alcune) azioni meglio dell’uomo, ma ciò avviene grazie alla loro velocità, precisione di movimenti e possibilità di memorizzare una serie virtualmente infinita di dati, per recuperarli in pochi millisecondi quando abbisogni.Bene, fin qui: viva le macchine. Basterebbe considerare quante vite umane salvino ogni singolo istante per rendere insostituibile e necessario il loro costante sviluppo. Che, poi, servano anche per fare la guerra è inevitabile quanto lo è il lato cattivo dell’animo umano. Ma sarà sempre un essere umano (o, perlomeno, vogliamo sperarlo) a premere un grilletto, un pulsante, un comando cibernetico che possa scatenare eventi forieri di distruzione e di morte.Guai a noi se fosse la macchina a deciderlo autonomamente, anche se sarà sempre stato un umano a dotare la macchina di tale possibilità di decisione autonoma. È il prezzo da pagare per un progresso sociale quasi interamente basato sull’implementazione di sempre nuove e potenti macchine, perché, ora più che mai, quello basato sui principi umanistici e sulla valorizzazione della cultura e dell’arte è morto e sepolto e, comunque, ampiamente subordinato a quello tecnologico.Perché simili all’uomo?Ma il vero problema dei robot che vediamo battere il record sui cento metri di Usain Bolt, quando non si schiantino miseramente a terra tra fumo ed ingloriose scintille, è chiedersi perché diavolo si cerchi (con risultati molto modesti, in verità) di progettare e costruire robot che debbano scimmiottare l’uomo.Menti bacate che di tali ridicoli ominidi di plastica e metallo non ne faranno mai niente di buono. Esistono già macchine, anche remotizzate o pseudo-autonome, create per battere record di velocità e/o di resistenza. Ma perché diavolo, soprattutto i cinesi, continuano a volerle fare simili all’uomo? Quale utilità specifica potrebbero avere questi orrendi umanoidi scemelacchi rispetto a macchine con forme a scatola?Gli appassionati di fantascienza (e fu pure Isaac Asimov a preconizzarlo) potrebbero pensare ad un progetto perverso di sostituzione umana persino sganciato dai fini bellici diretti. Non v’è alcun vantaggio a creare macchine da guerra che procedano in modo tanto instabile come il nostro camminare o correre.Quale vantaggio potrebbero trarre dette menti bacate a farne strumenti offensivi in genere, cancellando d’un balzo tutti i vantaggi acquisiti dalle tecnologie belliche per proteggere la fragilissima corporatura di cui siamo dotati, creando una macchina che addirittura cada a terra tanto facilmente quanto noi? Mistero.Solo l’ultima modaVogliamo sperare che quella dei robot antropomorfi che corrono all’impazzata con movimenti tanto isterici quanto comici sia soltanto una moda e l’ennesima buffonata da social. Piuttosto, si dedichino più risorse economiche e ricerche per proteggere la vita umana, quella alimentata da un cuore di carne e muscoli, peraltro ampiamente profuso di sentimenti e passioni che soltanto gli esseri viventi possono avere.Lasciamo ai cinesi quelle orrende creature e, casomai ci trovassimo ad assistere per caso ad una competizione sportiva per umanoidi, sommergiamoli di sonore e salvifiche pernacchie, per niente sintetiche ed accompagnate dal gesto dell’ombrello.L'articolo L’umanoide pazzoide: considerazioni semiserie sui robot olimpionici proviene da Nicolaporro.it.