Cattolici popolari, il dovere di esserci alle prossime elezioni. La riflessione di Merlo

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Ci sono dei momenti nella storia democratica di un Paese dove il dovere della presenza sostituisce il diritto alla testimonianza. Quello che si sta aprendo adesso e in vista delle ormai prossime elezioni politiche è uno di quei momenti. Un momento, cioè, che richiede la presenza politica, culturale e programmatica dei cattolici popolari. E dei cattolici sociali. Non per civetteria o arroganza ma quasi per senso di responsabilità. Una presenza che, purtroppo, in questi ultimi anni si è progressivamente impoverita sino al punto di inabissarsi. Ne è un esempio, persino plateale, il Pd di Schlein dove si è rispolverata la storia, nobile e gloriosa, dell’esperienza dei cattolici eletti nel Pci negli anni ‘70 e ‘80 come “indipendenti di sinistra”. Una formula, come nota a tutti del resto, che consegnava all’irrilevanza e all’insignificanza politica e progettuale quegli eletti all’interno di un partito che aveva un altro progetto politico, un’altra ragione sociale e, soprattutto, un’altra cultura politica di fondo. Esattamente come avviene oggi, e seppur mutatis mutandis, nel Pd di Schlein. Cioè in un partito che, e del tutto legittimamente, dispiega una cultura radicale e massimalista del tutto estranea ed esterna rispetto alla storia, alla tradizione e al pensiero del cattolicesimo popolare e sociale. Per non parlare dei partiti dell’attuale centro destra dove il ruolo dei cattolici popolari e dei cattolici sociali è puramente personale e ridotta, appunto, ad una presenza sostanzialmente testimoniale.Ora, preso atto che l’attuale assetto politico del nostro Paese, almeno per come si è configurato negli ultimi tempi, non è particolarmente funzionale e compatibile con la tradizione culturale e politica del cattolicesimo popolare e sociale, forse si rende necessario e opportuno rafforzare un progetto politico – con un’impronta centrista, riformista, democratica e di governo – che sia in grado di valorizzare e di esaltare le ragioni di quel filone di pensiero. Una cultura che, è inutile negarlo, è stata determinante nei tornanti più difficili e più delicati della storia democratica del nostro Paese. E non solo per l’intero periodo della prima repubblica che è coinciso con la presenza attiva e determinante della Democrazia Cristiana, ma anche con l’avvio della cosiddetta seconda repubblica la presenza e il ruolo dei cattolici popolari e sociali sono stati importanti in alcuni partiti e nelle stesse coalizioni di riferimento. Al punto che i grandi partiti riformisti non potevano fare a meno della cultura del cattolicesimo popolare e sociale per potere garantire una vera cultura di governo alle rispettive coalizioni. Una cultura che, lo ripeto, si è progressivamente dissolta anche e soprattutto per l’insipienza e per la negligenza dei protagonisti stessi di quella cultura.Ora, e tenendo conto della situazione che concretamente si è venuta delineando nel nostro Paese con le due coalizioni maggioritarie, è indubbio che la presenza dei cattolici popolari e sociali si rende semplicemente necessaria e indispensabile. Per non disperdere quella cultura in primo luogo ma, soprattutto, per dare un contributo decisivo e di qualità alla politica italiana in un momento in cui la radicalizzazione del conflitto politico e la conseguente polarizzazione ideologica hanno oggettivamente indebolito l’intera politica. In sintesi, un rinnovato protagonismo di questo filone di pensiero deve essere in grado di declinare una vera ed autentica “politica di centro” da un lato e, dall’altro, restituire alla politica la sua antica funzione che non è quella di delegittimare moralmente il nemico per poi annientarlo politicamente ma, al contrario, contribuire a creare una credibile cultura di governo.