Mentre si discute di alleanze, candidature e futuro della coalizione progressista, una parte del Partito democratico, in primo luogo, la minoranza riformista guidata da Lorenzo Guerini, coltiva una speranza ben precisa: che le primarie per la leadership e la scelta del candidato premier non si facciano mai. Del resto, di fronte a chi spinge sull’acceleratore delle primarie, lo stesso Guerini avrebbe tagliato corto con i suoi con una battuta rivelatrice: “Ma chi l’ha detto che passa questa legge elettorale?”Il timore che attraversa i dem non è soltanto di natura procedurale, ma esistenziale. Da un lato, c’è la consapevolezza che una consultazione aperta, in assenza di una figura interna dotata di un carisma indiscutibile, finirebbe per trasformarsi in un logoramento devastante per il partito e per l’intera coalizione. Dall’altro, lo spettro politico che più preoccupa i riformisti è la figura di Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 Stelle continua a riscuotere consensi trasversali, intercettando anche una fetta non trascurabile dell’elettorato dem. L’ipotesi che Conte possa vincere le primarie, imponendosi politicamente sul partito di Elly Schlein e portandolo sotto una leadership esterna e populista, viene vissuta dalla componente riformista come un rischio inaccettabile.Ecco perché la vera strategia del centrosinistra moderato si sposta altrove e punta direttamente a frenare la riforma della legge elettorale. Senza una nuova legge che introduca la scelta del candidato premier, verrebbe meno anche l’obbligo di ricorrere alle primarie di coalizione. Per bloccare il provvedimento, tuttavia, i numeri delle opposizioni non bastano: serve un significativo soccorso parlamentare che arrivi direttamente dai banchi della maggioranza di governo.Le speranze dei riformisti dem guardano così a due sponde ben precise del centrodestra. Da un lato, alla componente nordista e ai governatori della Lega, da settimane in rotta con la segreteria nazionale di Matteo Salvini: un fronte territoriale che, in caso di approvazione della nuova legge elettorale, teme di vedere svanire la certezza dei collegi uninominali blindati al Nord, dove il radicamento locale garantisce la rielezione, e favorire la linea della segreteria. Dall’altro, si guarda a quella parte di Forza Italia meno incline ad accettare diktat centralizzati e una segreteria spesso percepita come troppo schiacciata sulle posizioni di Palazzo Chigi, e più sensibile agli equilibri parlamentari e alla conservazione dell’identità e dell’autonomia del partito. Insomma, dalle parti del Nazareno l’auspicio è che le crepe nella leadership di Matteo Salvini e Antonio Tajani possano regalare un dispiacere a Giorgia Meloni.Il disegno che prende forma è un incrocio di calcoli, equilibri instabili Ma chi l’ha detto che passa? Il piano di Guerini contro la legge elettorale convenienze tattiche. Se la legge elettorale dovesse arenarsi nelle secche del Parlamento, il Pd eviterebbe il trappolone delle primarie, scongiurando il rischio di finire subalterno a Conte e, al tempo stesso, blindando gli assetti interni. Una partita a scacchi giocata sottotraccia, nella quale il futuro del centrosinistra si regge sulla fragile speranza che, paradossalmente, a stoppare le riforme siano proprio gli alleati del governo Meloni.