Piervincenzi: «Iniziai con la Gruber, poi me ne andai. La Rai? C’è un filtro»

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Oggi il Centro ripropone una vecchia intervista al futuro conduttore di Report Daniele Piervincenzi, fatta quando ricevette il premio Antonio Russo nel 2025. Al collega Giuliano Guida Bardi Piervincenzi si definì “artigliere” dell’informazione, che rifiutava la comodità delle veline per preferire il lavoro boots on the ground. La sua carriera nasce lontano dal giornalismo d’assalto: «Vengo dallo sport. Sono un ex rugbista che ha avuto la fortuna di essere cresciuto professionalmente a La7. Prima ho fatto la gavetta, giustamente: lo sport, poi i programmi del mattino, dalle fotocopie alle scalette. Poi la fortuna vera, essere mandato a Otto e mezzo con Paolo Pagliaro e Lilli Gruber. Quella è davvero una trasmissione seria: si fa il matching degli ospiti, non si cerca la faccia, ma il contenuto. Lì ho capito cos’è il grande giornalismo: la complessità resa comprensibile a tutti».La capocciata di Spada e la svolta sulle mafieIl passaggio al programma Nemo su Rai 2 segna la svolta verso il racconto immersivo, culminato nel celebre e drammatico episodio dell’aggressione subita a Ostia da Roberto Spada nel 2017. «La capocciata di Spada è stata – racocnta – forse, la fine di quella libertà da cronista che avevo avuto sino ad allora. Dopo quella fiammata mediatica iniziale, solo fastidi: la tutela dei carabinieri per mesi, difficoltà familiari, l’essere fermato per strada come “quello della capocciata”, ma soprattutto il grandissimo disagio di essere diventato la notizia, non più quello che la racconta».L’Ucraina da freelance: 13 ore sotto i bombardamenti a MykolaïvNel 2022, allo scoppio del conflitto russo-ucraino, la scelta drastica di rescindere il contratto con Rai 2 per partire come report indipendentemente. «Avevo 40 anni e mi sono detto che questa sarebbe stata la grande guerra di questa epoca. Rai 2 mi proibì di andare, quindi ho rescisso il contratto e sono partito come un pazzo, tutto a spese mie. Affittai un’auto a Trieste: completamente da solo, un telefono, una GoPro e la voglia di esplorare il fronte sud». Durante quella missione sul campo si consuma uno dei momenti più rischiosi della sua vita: «A Mykolaïv rimasi bloccato tredici interminabili ore sotto le bombe russe in un capannone insieme a un gruppo di soldati ucraini. Un incubo. È stata la prima volta che ho guardato negli occhi la guerra e lì ho capito che stavo cominciando a perdere la misura del rischio».Precariato, Rai e filtri editoriali Interrogato sulle condizioni del giornalismo italiano e sul controllo editoriale, il reporter ha tracciato un quadro disincantato delle redazioni e del servizio pubblico. «In Rai avverto che c’è un filtro che dà una prima scrematura. Ed è una cosa molto preoccupante. Posso dire tutto, ma la bilancia che si usa per pesare le parole non ha a che fare col merito o col pluralismo: si avverte uno strano fumo tarato sull’appartenenza politica». Sul precariato economico: «Io sono un precario assoluto, non ho più neanche l’esclusiva e alla Rai vendo i servizi. Ma incontro colleghi giovanissimi che vanno nei posti brutti spinti dal sacro fuoco e prendono 8 o 10 euro a pezzo: è vergognoso. Una mia missione da 10 giorni costa circa 3.000 euro di spese vive, contro i 25.000 euro di una troupe Rai strutturata». «Quella del giornalista ormai non è più una professione, è un mestiere artigianale. Anzi, ancor più che un mestiere, il consumare le scarpe e il sacrificio sono le forme più pure di giornalismo. È una missione», dichiarò nemmeno un anno fa a Il Centro. L'articolo Piervincenzi: «Iniziai con la Gruber, poi me ne andai. La Rai? C’è un filtro» proviene da Open.