Il “docu” su Malafarina, il suo talento raccontato da una grande famiglia

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E’ passato un anno da quando in una bella serata di fine estate a Bovalino si inaugurò la finestra sul mare, l’opera in puro marmo bianco di Carrara che lo scultore Felice Tagliaferri realizzò in ricordo di Antonio Giuseppe Malafarina. In quel crepuscolo ventoso, c’era anche la troupe della regista Irene Magnani che raccoglieva impressioni, ricordi, emozioni dei tanti amici di Antonio intervenuti alla cerimonia. Quella madeleine di testimonianze è diventato un documentario, bello sin dal titolo “Un sorriso – I percorsi di Antonio Giuseppe Malafarina” che stasera, 29 agosto, viene presentato ancora a Bovalino, la terra che ha dato una brusca sterzata al destino di Antonio.Nell’opera, visibile sulla piattaforma Chili, c’è tutto Antonio, personalità ricchissima, poliedrica, sorprendente che è riuscita a cambiare i paradigmi della disabilità pur costretto in un corpo totalmente paralizzato dal collo in giù dopo un tuffo insolito e sfortunato all’età di 18 anni, proprio in quel mare di Bovalino. E’ uno scorrere della grande famiglia di Antonio, dall’instancabile papà Bruno alla mamma Pina, dalla nipote Tiziana ai medici dell’ospedale, dai colleghi giornalisti ai ricercatori tecnologici. Antonio ha dato insegnamenti a tutti, con la capacità di lottare per le sue idee, di ascoltare, di essere introspettivo. “L’incidente non mi ha cambiato la vita, ma il modo in cui mi rapporto ad essa”, diceva. E’ soprattutto la sua voce, che costella ognuno dei percorsi, a stagliarsi lucida, limpida, lirica. Le parole delle sue poesie segnano la fine e l’inizio di ogni capitolo. “Ho deposto la mia croce sulle spalle dei miei / sulla clavicola, la cervicale, le braccia di coloro che sostengono il mio corpo con il loro corpo / in un costante sacrificio” “Quando qualcuno calerà il sipario/ uscirò dalla vita di ognuno/uscirò dalla porta principale silenziosamente, sommessamente”. E’ stato proprio così, tradito da una malattia repentina due anni e mezzo fa. Ma per dirla con i versi di Attilio Bertolucci: la sua assenza è una piu’ acuta presenza.Giornalista, scrittore, poeta: Antonio ci ha insegnato che, pur nei limiti fisici oggettivi, la voglia e la possibilità di fare non hanno limiti. In una serie di foto e filmati di altra epoca lo si vede sperimentare i primi computer che gli facilitavano la comunicazione attraverso la guida della lingua. Si è sempre messo al servizio della tecnologia, l’Avatar lo riempiva di gioia, era il suo strumento di libertà che gli aveva permesso di visitare i musei, compreso quello della Ferrari, un luogo, la casa di Maranello, dove da piccolo sognava di poter lavorare.Il documentario ci restituisce un Antonio vivo, con la sua eleganza (amava sempre presentarsi con un foulard al collo) e la sua arguzia di cui dava il meglio negli aforismi (“Non vinco, trionfo”, “Se son fiori appassiranno”). Ma anche con la sua profondità, la sua capacità di introspezione. Colonna della Fondazione Castorina, fu con Simone Fanti  il creatore del Festival delle Abilità e con Claudio Arrigoni e Lorenzo Sani firmò il prezioso libro “Comunicare la disabilità-Prima l’uomo”. E con l’architetto Giulio Ceppi accettò la scommessa del design con Diwergo. “Voglio essere la mia parte del tutto, con le mie responsabilità”, diceva. Una lezione per ognuno di noi, come spesso ci impartisce il mondo della disabilità. Sarà un’altra bella serata di fine estate a Bovalino. Con l’omaggio a un suo grande figlio e la speranza di un mondo in cui la parola disabilità si disperda nella brezza del crepuscolo.