di Enrico Oliari – L’Islanda dice No, almeno per ora, alla riapertura del percorso verso l’Unione Europea. Lo scrutinio del referendum si è concluso con il 52,8% dei voti contrari alla ripresa dei negoziati di adesione, mentre i favorevoli si sono fermati al 47,2%. L’affluenza ha raggiunto l’82,5%, il dato più alto registrato dalle elezioni parlamentari del 2009.Il voto non riguardava direttamente l’ingresso dell’Islanda nell’Unione Europea. Una vittoria del Sì avrebbe infatti conferito al governo il mandato per riaprire i negoziati con Bruxelles e verificare le condizioni di un’eventuale adesione. Un accordo sarebbe stato successivamente sottoposto a un secondo referendum.La premier Kristrún Frostadóttir aveva sintetizzato così il percorso previsto: “Gli islandesi avranno la prima e l’ultima parola”. Con la vittoria del No tuttavia il processo si ferma prima ancora di tornare al tavolo negoziale.Per Reykjavík non si tratta del primo confronto con la prospettiva europea. L’Islanda presentò formalmente domanda di adesione nel 2009, nel pieno delle conseguenze del collasso del proprio sistema bancario, e i negoziati con Bruxelles iniziarono l’anno successivo. Nel 2013 il nuovo governo euroscettico decise però di sospenderli. Nel frattempo l’economia islandese si era ripresa e il consenso verso l’adesione era diminuito. Nel 2015 Reykjavík chiese quindi all’Unione europea di non considerare più il Paese come candidato all’ingresso.La questione è tornata nell’agenda politica con il governo insediatosi nel 2024, in uno scenario internazionale profondamente cambiato. La guerra in Ucraina, la crescente competizione strategica nell’Artico e le tensioni intorno alla Groenlandia hanno rafforzato il dibattito islandese sulla sicurezza e sui rapporti con l’Europa.Il ministro degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir aveva sostenuto la necessità di rafforzare i rapporti con Bruxelles, osservando che, in un sistema internazionale che “sta tremando”, un legame più stretto con l’Unione Europea rappresentava “una variabile chiave”.Il tema della sicurezza ha un peso particolare per un Paese che non dispone di proprie forze armate permanenti. L’Islanda è membro della NATO e per la propria difesa fa affidamento anche sul rapporto strategico con gli Stati Uniti, regolato dall’accordo bilaterale del 1951.A determinare il risultato delle urne sembra però essere stato soprattutto il dossier economico, a cominciare dalla pesca. Il settore ittico rappresenta quasi il 40% delle esportazioni islandesi ed è considerato non soltanto una risorsa economica fondamentale, ma anche una questione di sovranità nazionale. Il fronte contrario alla riapertura dei negoziati ha insistito in particolare sui rischi derivanti dall’applicazione della Politica comune della pesca dell’Ue, temendo una perdita del controllo nazionale sulle acque territoriali e sulle relative risorse.SFS, la federazione islandese del settore ittico, aveva avvertito che l’adesione all’Unione Europea avrebbe sottratto all’Islanda “il potere di agire come Stato costiero indipendente”.Il risultato del referendum lascia quindi invariato l’attuale equilibrio. L’Islanda resta fuori dall’Unione Europea e i negoziati di adesione non saranno riaperti, ma il Paese continuerà a partecipare al mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo e a fare parte dell’area Schengen.