di Shorsh Surme – Il rapporto tra arabi e iraniani non è sempre stato caratterizzato dal conflitto. Lunghi periodi di coesistenza all’interno di un quadro politico e culturale condiviso si sono susseguiti fin dagli albori dell’Islam, attraversando le epoche omayyade e abbaside fino al periodo selgiuchide.Le profonde trasformazioni avvenute nei secoli successivi, a partire dall’invasione mongola e dal consolidamento delle divisioni confessionali sotto la dinastia safavide, hanno tuttavia posto le basi di una progressiva divergenza, ulteriormente accentuata dall’ascesa del nazionalismo persiano durante l’era pahlavi.Nel corso del XX secolo i rapporti tra Iran e mondo arabo si sono sviluppati all’interno di un complesso scenario regionale e internazionale. Mentre gli Stati arabi erano impegnati nella lotta contro il colonialismo, l’Iran adottò una politica pragmatica, fondata su una combinazione di cooperazione e competizione: mantenne rapporti con gli Stati del Golfo vicini all’Occidente e si contrappose ai regimi espressione del nazionalismo arabo.Con il ritiro della Gran Bretagna dalla regione all’inizio degli anni Settanta, Teheran cercò di affermarsi come principale potenza regionale, mentre il Medio Oriente rimaneva inserito nella contrapposizione tra i due blocchi della Guerra fredda. Il cambiamento decisivo arrivò però con la Rivoluzione iraniana del 1979, che aprì una fase di forte tensione tra la Repubblica islamica e le monarchie del Golfo, soprattutto dopo l’adozione da parte di Teheran della politica di “esportazione della rivoluzione”.La guerra tra Iran e Iraq, iniziata nel 1980, aggravò ulteriormente la frattura. Diversi Stati arabi intensificarono il sostegno a Baghdad, mentre il confronto assunse progressivamente anche una dimensione confessionale e nazionalista. Parallelamente gli Stati Uniti sfruttarono le crescenti tensioni per rafforzare la propria presenza militare e politica nel Golfo, inserendo sempre più i rapporti tra Iran e Paesi arabi nelle dinamiche strategiche internazionali.Un nuovo cambiamento degli equilibri arrivò nel 2003, con l’invasione americana dell’Iraq e la caduta di Saddam Hussein. La scomparsa del principale contrappeso regionale consentì all’Iran di ampliare considerevolmente la propria influenza in Iraq e, negli anni successivi, in Siria, Libano e Yemen. Una crescita che alimentò le preoccupazioni delle monarchie del Golfo, soprattutto nel quadro della rivalità tra Teheran e Riyad, progressivamente trasformatasi in un confronto regionale combattuto anche attraverso alleati e gruppi armati.Le rivolte della cosiddetta “Primavera araba” accentuarono ulteriormente questa dinamica, con Iran e monarchie del Golfo schierati su fronti opposti in diversi scenari regionali.Durante il primo mandato di Donald Trump l’escalation tra Washington e Teheran ebbe conseguenze dirette anche sui rapporti tra Iran e Stati arabi. Una delle eccezioni più significative fu rappresentata dalla crisi del Golfo del 2017, quando Iran e Turchia sostennero il Qatar dopo l’isolamento imposto da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto.Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano nel 2018 e il ripristino delle sanzioni accentuarono nuovamente le tensioni. Washington rafforzò contemporaneamente i propri partenariati strategici con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri Paesi della regione, consolidando un fronte che considerava l’espansione dell’influenza iraniana una minaccia diretta alla propria sicurezza.Durante l’amministrazione Biden, in un clima di crescente incertezza strategica, Iran e monarchie del Golfo hanno invece avviato un percorso di de-escalation. Il passaggio più significativo è stato il ripristino nel 2023 delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, favorito dalla mediazione della Cina. Parallelamente si è consolidata la tregua nello Yemen e diversi Paesi arabi hanno avviato un processo di normalizzazione dei rapporti con Damasco, culminato nel ritorno della Siria nella Lega araba.Gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra nella Striscia di Gaza hanno nuovamente modificato gli equilibri regionali. Il progressivo coinvolgimento dell’asse sostenuto da Teheran, dal Libano allo Yemen, ha ampliato il confronto con Israele e aumentato il rischio di un conflitto regionale.La successiva caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria, alla fine del 2024, e l’indebolimento di Hezbollah hanno rappresentato un duro colpo per la rete di influenza costruita dall’Iran nel Levante. Teheran ha così cercato di mantenere aperti i canali con le monarchie arabe e di evitare che il confronto con Israele e gli Stati Uniti si trasformasse anche in uno scontro diretto con i Paesi del Golfo.Durante la guerra dei dodici giorni questa impostazione è apparsa ancora più evidente: pur nel quadro di una grave escalation regionale, l’Iran ha mantenuto un atteggiamento relativamente prudente nei confronti degli Stati arabi. Una scelta che riflette il mutamento degli equilibri mediorientali e la necessità, per Teheran, di evitare l’apertura di nuovi fronti mentre la propria tradizionale architettura di influenza regionale attraversa una fase di profonda trasformazione.