di Daniele Di Vuono – Alla fine di agosto la produzione russa di benzina è scesa a circa il 70 percento della domanda interna. Secondo fonti dell’industria citate da Reuters, il Paese produceva intorno alle 80 mila tonnellate al giorno, contro un fabbisogno estivo stimato in circa 115 mila. Mosca ha reagito aumentando le importazioni, mantenendo restrizioni alle vendite in diverse regioni e prolungando i divieti all’esportazione di carburanti. Per uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio, che si trova ora a ricorrere anche a forniture estere di benzina e di altri prodotti raffinati, è un rovesciamento che va oltre la dimensione economica.A pesare sul nuovo calo è soprattutto la campagna ucraina contro le infrastrutture energetiche russe. Negli ultimi mesi droni a lungo raggio hanno colpito raffinerie, depositi e altri impianti in profondità nel territorio della Federazione Russa, costringendo diverse strutture a sospendere o ridurre le attività. Nell’ultima settimana di agosto sono stati fermati, tra gli altri, impianti nelle aree di Perm, Nizhny Novgorod e Yaroslavl, tutti importanti per la produzione di carburanti destinati al mercato interno.Per la precisione da giugno sono state colpite e messe fuori uso le raffinerie di Kapotnya a Mosca (16 giugno); Omsk (oblast di Omsk, 6 luglio); Syrzan (oblast di Samara, 12 luglio); Ryazan (oblast di Ryazan, 29 luglio); Volgograd (oblast di Volgograd, 31 luglio); Saratov (oblast di Saratov, 2 agosto); Yaroslav (oblast di Yaroslav6 agosto); Ilsky (territorio di Krasnodar, 8 agosto); Orsk (oblast di Orenburg, 11 agosto); Salavat (Bashkortostan), 13 agosto); Ufa (Bashkortostan, 19 agosto); Nizhnekamsk (Tatarstan, 19 agosto); Perm (territorio di Perm, 21 agosto); Afipsky (territorio di Krasnodar, 25 agosto); Novoshakhtinsk (oblast di Rostov, 25 agosto); Kstovo (oblast di Nizhny Novgorod, 26 agosto); Yaroslav (oblast di Yaroslav, 28 agosto); Kirishi (oblast di Leningrado, 30 agosto). Sono quindi in totale 18 le raffinerie ad oggi messe fuori uso dagli attacchi ucraini.La logica militare è evidente. Colpire una raffineria non significa impedire alla Russia di estrarre petrolio. Significa intervenire nel punto in cui il greggio viene trasformato in benzina, diesel, carburante per aviazione e altri prodotti necessari all’economia civile e alla macchina militare. È una differenza fondamentale. Un Paese può possedere enormi riserve energetiche e continuare a essere vulnerabile se perde parte della capacità di trasformarle, immagazzinarle e distribuirle nel luogo e nel momento in cui servono.Per decenni la forza energetica russa è stata misurata soprattutto attraverso pozzi, oleodotti ed esportazioni. La guerra sta mostrando l’altra faccia del sistema: le raffinerie sono grandi impianti industriali, difficili da proteggere completamente e complessi da riparare. Alcuni componenti richiedono tempi lunghi di sostituzione e le restrizioni tecnologiche occidentali possono rendere più difficile reperire determinate apparecchiature. Il problema non è quindi soltanto il danno provocato dall’attacco, ma il tempo e le risorse necessari per riportare l’impianto alla piena capacità.Gli attacchi non hanno paralizzato l’intero sistema energetico russo, né questo sembra al momento vicino al collasso. Mosca continua a estrarre ed esportare grandi quantità di greggio e dispone di un vasto apparato industriale. La vulnerabilità emerge piuttosto nel margine con cui il sistema può assorbire nuovi danni: ogni impianto costretto a fermarsi lo riduce. Quando più raffinerie vengono colpite nello stesso periodo, le conseguenze possono trasferirsi rapidamente dal settore industriale al mercato interno.Già a giugno la Russia aveva predisposto rare importazioni marittime di benzina dall’Asia. Fino a quel momento il ricorso a forniture esterne di questo tipo era rimasto eccezionale per un Paese che nel 2025 aveva esportato quasi cinque milioni di tonnellate di benzina. A luglio era emersa anche la possibilità di importare carburante per aviazione proveniente dall’Asia nordorientale. Alla fine di agosto erano attese circa 270 mila tonnellate di prodotti petroliferi via mare dall’Asia, mentre le importazioni di benzina dalla Bielorussia erano stimate intorno alle 150 mila tonnellate nel mese. Complessivamente, secondo le stime riportate da Reuters, in agosto erano già arrivate in Russia circa 220 mila tonnellate di benzina importata.Le forniture estere non bastano però a compensare completamente la riduzione della produzione interna. Sommando produzione nazionale, blocco delle esportazioni e importazioni, il mercato russo avrebbe potuto coprire in agosto circa l’85 per cento della domanda di benzina. È per questo che alcune amministrazioni regionali hanno reintrodotto limiti agli acquisti o sistemi di vendita regolati, dopo che alla fine di luglio alcune restrizioni erano state allentate.La risposta del governo mostra quanto la questione sia diventata sensibile. Il 29 agosto Mosca ha prorogato fino al 30 settembre il divieto alle esportazioni di diesel da parte dei produttori, estendendolo anche al carburante marino e ai gasoli. Le esportazioni di benzina restano vietate fino alla fine di gennaio 2027, mentre quelle di carburante per aviazione sono state limitate fino alla fine di novembre. L’obiettivo dichiarato è stabilizzare il mercato interno e trattenere una maggiore quantità di prodotto all’interno del Paese.Qui la crisi cambia scala. La Russia non è soltanto un grande consumatore di carburanti: è anche uno dei maggiori esportatori mondiali di prodotti raffinati. Quando Mosca trattiene diesel e benzina per proteggere il mercato interno, la pressione si trasferisce sui Paesi che negli ultimi anni avevano costruito una parte delle proprie forniture sulla disponibilità russa.La Turchia offre un esempio evidente. Nel 2025 circa l’85 per cento delle sue importazioni di diesel proveniva dalla Russia. Nell’agosto 2026, con le forniture russe ridotte, Ankara ha aumentato gli acquisti dagli Stati Uniti e dall’India fino a livelli record. La quota russa sul diesel importato dalla Turchia è scesa intorno al 20 per cento. È un adattamento commerciale, ma anche la dimostrazione di come un attacco contro una raffineria centinaia di chilometri all’interno della Russia possa modificare rotte energetiche molto più lontane dal fronte.È proprio questo il risultato strategico più interessante della campagna ucraina. Kiev non deve necessariamente distruggere l’intera capacità energetica russa per produrre effetti. Le basta aumentare progressivamente il costo necessario a mantenerla operativa. Ogni raffineria deve essere protetta, ogni riparazione assorbe risorse, ogni riduzione della produzione può richiedere importazioni o nuove restrizioni alle esportazioni. La pressione diventa cumulativa.Naturalmente, non è ancora possibile stabilire quanto questa strategia possa incidere sulla capacità della Russia di sostenere la guerra nel lungo periodo. Un grande sistema energetico possiede ridondanze e capacità di adattamento; gli impianti danneggiati possono essere riparati e le importazioni possono attenuare le carenze. Sarebbe quindi prematuro trasformare le difficoltà attuali nella prova di un cedimento strutturale imminente.Ma gli attacchi hanno contribuito a produrre un cambiamento importante. Mosca è stata costretta più volte a privilegiare il mercato interno rispetto alle esportazioni. E questa scelta tocca uno dei punti sui quali la Russia ha costruito per anni la propria influenza: la capacità di essere contemporaneamente grande produttore, grande esportatore e fornitore di energia ai propri partner.La guerra energetica sta così assumendo una forma diversa da quella immaginata nei primi mesi del conflitto. Allora il centro dello scontro erano soprattutto le sanzioni occidentali, il tetto al prezzo del petrolio russo e la capacità di Mosca di deviare le esportazioni verso Cina, India e altri mercati asiatici. Oggi alla pressione economica esterna si aggiunge una pressione fisica sulle infrastrutture interne.Le due dimensioni non producono automaticamente gli stessi effetti e non fanno parte di un unico meccanismo. Agiscono però entrambe sulla capacità del sistema energetico russo di adattarsi. Le restrizioni economiche e tecnologiche possono aumentare il costo di accesso a mercati, servizi e apparecchiature; gli attacchi obbligano invece a utilizzare risorse per proteggere e riparare gli impianti e per compensare la produzione temporaneamente perduta.Il paradosso è che la Russia continua ad avere petrolio. Ciò che gli attacchi mettono sotto pressione è il passaggio successivo: trasformare quella ricchezza in carburante disponibile, dove serve e nella quantità necessaria.È qui che emerge una delle lezioni più importanti della guerra industriale contemporanea. La sicurezza energetica non coincide con il possesso delle risorse naturali. Dipende dalla resilienza dell’intera catena: estrazione, raffinazione, stoccaggio, trasporto e distribuzione. Una potenza può essere molto forte nel primo anello e diventare più vulnerabile quando un avversario riesce a colpire ripetutamente quelli successivi