Sopravvivere all’ecosistema MUTEK

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Questa è un’esperienza cinematografica. Attiva e corporea. Nient’altro che un cinema 4D di Mirabilandia, ma spalmato su una piccola porzione della downtown di Montréal: che per quel che posso raccontare dopo un mese che ci vivo, è un binario 1 dell’arte. Una grande città dove tutte le energie sembrano scorrere esattamente un centimetro sotto l’asfalto. Tipo le nuove pavimentazioni dei palasport americani in vetro e luci LED.Ma andiamo per gradi. L’altro giorno cazzeggiavo in biblioteca e mi sono incidentato sulla fanzine di Sage Pantony dal titolo How to keep making art. Dove in sostanza afferma che il desiderio di creare è un dono che arriva per portare gioia nelle nostre vite. E poi la butta lì: abbracciate il ridicolo, fate arte senza senso, non preoccupatevi di ciò che “conta”. È una sintesi che condivido. È tutto ciò che credo dopo vent’anni di hobbismo artistico che spaccio per lavoro e viceversa. Al MUTEK però questa urgenza primordiale del fare arte senza senso non viaggia mai da sola. Viene presa, cablata a un server e sparata in un ambiente in cui il caso, apparentemente, non esiste. E qui capisci perché definire MUTEK un festival è riduttivo. MUTEK è un ecosistema. Se a un festival normale togli l’incasso della birra forse fallisce. Ma MUTEK si comporta come un organismo biologico complesso che vive in simbiosi con la sua città: abita la cupola della SAT, occupa la Maison Symphonique, respira grazie agli hub universitari sull’Intelligenza Artificiale. C’è una catena alimentare perfetta in cui l’innovazione tecnologica nutre l’arte; e gli artisti (hackerando e “rompendo” i software sul palco) nutrono la ricerca tecnologica. Ogni elemento ha un bisogno vitale dell’altro per sopravvivere. Per decodificare questa giostra schizofrenica mi è servito un colpo di fortuna. Stavo scrollando su Instagram con il cervello in folle, lobotomizzato, quando è successa una piccola magia algoritmica. Mi è apparso lo schema The Sound System as a Boundary Object v2 di Simon-Luc Laporte, in arte SIM. Un tetraedro che dimostra come la musica elettronica non sia fatta di compartimenti stagni, ma sia uno spettro di collaborazione tridimensionale. E i live a cui ho assistito in questi giorni si incastrano in queste collisioni geometriche con una precisione quasi inquietante.(Una carrellata di foto, per “vedere” il sapore; continua sotto) Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da MUTEK Montréal (@mutekmontreal)Prendiamo la prima faccia della piramide: quando il regno Creativo e quello Scientifico collidono, emerge l’innovazione nell’arte elettronica. È la zona in cui la macchina viene spinta all’allucinazione. Prendi il live degli Hermanos Riffo Gómez: onestamente, il set più figo di tutti. Il loro palco non era un dj-booth, ma letteralmente un laboratorio di biologia. Uno dei due fratelli proiettava immagini di microrganismi viventi e piante rubate da un microscopio, mischiandole in tempo reale con una CGI aliena. L’altro gli sparava contro frequenze da una muraglia di synth modulari. Ti fa sentire microscopico e onnipotente allo stesso tempo. Sempre nella cupola della Satosphere, Florence-Delphine Roux ha trasformato lo spazio in un rituale immersivo di radio art, suonando fisicamente delle antenne. È un’avanguardia che tortura i circuiti per cercarvi un’anima, un po’ come Honeydrip, collegata a tubi luminescenti agganciati alla schiena come flebo cyberpunk con telecamere che le deformavano il volto e proiettavano sui muri dell’Espace SAT, o come il turbamento industriale di Sara Persico e Mika Oki, partorito direttamente a Twin Peaks.C’è però una seconda faccia della piramide, molto meno cerebrale e squisitamente carnale. Quando il regno Creativo converge con quello Sociale, si forma la scena. Che è il lato umano del MUTEK. L’ho respirato all’Esplanade Tranquille, il ventre gratuito e all’aperto dell’ecosistema. Qui Ida Toninato ha inaugurato le danze, e sempre qui ho visto wetdogg: che ha suonato un synthpop minimale, meravigliosamente sporcato da qualche sbavatura esecutiva. Che in un mondo dove i computer non mancano mai il tempo è la dichiarazione che lì sopra ci sono degli esseri umani. Un concetto ribadito a colpi di cassa dalle percussioni suonate dal vivo da Brad Weber con Pick a Piper.(“Never trust a dj who doesn’t dance”; continua sotto) Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da frickenmia radio (@on_fm_radio)Quando cala la notte si entra nei club e la scena si fa liturgia. Cleo Leigh ha officiato una vera e propria Messa techno all’MTELUS (nuova denominazione del Métropolis), una discoteca dagli spazi straordinari che sembrano un set Belle Époque. Su quei pavimenti collosi la teoria collassa nel puro istinto animale, trascinata dalla drum and bass chirurgica di A Guy Called Gerald (che in un’intervista ha detto “Never trust a DJ who doesn’t dance”).Eppure, c’è un momento in cui Montréal impone di fermarsi, di smettere di ballare e di sottoporsi a un esame di coscienza sonoro. Alla Maison Symphonique, il festival si toglie le vesti e ordina un deep listening spietato. Il concerto per pianoforte e archi di Kara-Lis Coverdale e la performance per organo di Kali Malone hanno cristallizzato il tempo, inchiodandoti alla poltrona. Ascoltare un organo a canne in mezzo a una rassegna di elettronica significa ricordarsi che manipolare l’aria per spostare pensieri ed emozioni è in fondo una tecnologia antichissima.Che tu stia grattando su una chitarra un accordo distorto su un palco, o che tu stia spingendo un software di intelligenza artificiale fino all’allucinazione dentro una cupola geodetica, il punto di contatto è lo stessoAlla fine del suo manifesto visivo su Instagram, Laporte suggerisce di usare la sua mappa per l’autoriflessione: dove ti vedi situato all’interno del sound system? A conti fatti me lo sono chiesto intensamente, con la macchina fotografica in mano, intento a fissare i microrganismi dei Riffo Gómez che oscillavano a tempo di modulari. Ho pensato a questi anni passati negli spazi e nei tempi delle band in cui suono. L’attitudine indipendente, il rumore, le chitarre, quell’urgenza viscerale e sgangherata di cui parlava la fanzine di Sage Pantony. E allora che c’entra il nostro desiderio-dono di fare arte senza senso con la perfezione clinica e algoritmica di un ecosistema (tanto identitario e ragion d’orgoglio quebecchese) come il MUTEK? Ho capito che stiamo tutti esattamente lì, al centro della piramide. Che tu stia grattando un accordo distorto su un palco, o che tu stia spingendo un software di intelligenza artificiale fino all’allucinazione (come i live dei pliq e JS Baillat e Mateo Murphy) dentro una cupola geodetica, il punto di contatto è lo stesso. È il tentativo ostinato e bellissimo di far convivere la gioia carnale del cazzeggio con la matematica del cosmo. Solo che al MUTEK, al posto dei plettri, usano i pulsantoni.The post Sopravvivere all’ecosistema MUTEK appeared first on Soundwall.