Italiani e tecnologia, tutti i paradossi della ‘fotografia’ Eurispes

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“Sappiamo che i social ci fanno male, sappiamo di perdere tempo e perfino che stiamo cedendo pezzi della nostra libertà, eppure continuiamo a scorrere, a cliccare, a cercare like per poi sprofondare nella sensazione di essere meno di ciò che gli altri mostrano di essere”. A sottolineare la contraddizione messa a nudo dall’ultima indagine Eurispes su italiani e tecnologia è Francesco Branda dell’Unità di Statistica Medica ed Epidemiologia Molecolare dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. Ma cosa ci dice la ricerca? Il 65,8% dei connazionali considera problematico il proprio rapporto con le tecnologie digitali. “È come se fossimo divisi in due. La parte razionale del nostro cervello riconosce il pericolo, ma la parte più antica, più primitiva, quella che cerca approvazione e appartenenza, continua a guidare le nostre dita sullo schermo”. “Questa scissione interiore è forse il sintomo più profondo del nostro tempo: non siamo dipendenti perché non sappiamo, siamo dipendenti perché sappiamo troppo bene cosa cerchiamo. E lo cerchiamo proprio lì, in quel flusso infinito che ci promette connessione e ci consegna solitudine, che ci offre riconoscimento e ci restituisce inadeguatezza, che ci dice che siamo parte di qualcosa e intanto ci isola in una bolla di stimoli senza profondità”, ragiona Branda.Dalla sveglia al momento di dormire: il richiamo della tecnologiaD’altra parte la presenza del digitale nella quotidianità è ormai universale: il 94,3% degli italiani utilizza regolarmente lo smartphone, ci dice l’Eurispes. E il 51,3%, controlla le notifiche appena sveglio. “È come se la paura di essere esclusi fosse più forte della nostra capacità di restare presenti a noi stessi. Questo automatismo, racconta di una condizione che ha smesso di essere una scelta per diventare un riflesso condizionato”, afferma Branda a LaSalute di LaPresse.Italiani e tecnologia: il caso dei giovaniA colpire è anche il fatto che a segnalare le maggiori criticità siano i giovani: il 41,9% fra i 18-24enni e il 30,2% fra i 25-34enni, per poi scendere fino al 28,3% degli over 64, anche se in questa fascia è più alta la quota che esprime la valutazione estrema (10,2% molto problematico).“Il paradosso più problematico è quello dei giovani: i social sono lo spazio nel quale si cerca appartenenza e si trova esclusione, nel quale si cerca conferma e si trova giudizio, nel quale si cerca distrazione e si trova ansia”, commenta lo scienziato.Un lavoro sempre più dilatato per colpa della tecnologiaC’è poi il mondo del lavoro, “dove la tecnologia ha cancellato quei confini che proteggevano la nostra vita personale. Il 48,2% degli italiani svolge un’attività che richiede un uso intensivo e costante del digitale, e il 77,3% controlla email o messaggi professionali fuori orario. Il 75,2% risponde durante il tempo libero, il 68,1% anche in ferie. Il diritto alla disconnessione è diventato un lusso che non possiamo più permetterci. Ma questa erosione ha conseguenze che il corpo manifesta quando la mente non smette mai di rispondere”. Così il 68,6% degli italiani ha sperimentato sintomi di stress o affaticamento legati alla tecnologia come mal di testa, stanchezza oculare, ansia. “E il 72,9% fatica a staccare mentalmente: il cervello non trova mai il tempo per elaborare, per riposare, per essere semplicemente inattivo. Non è solo stanchezza, è qualcosa di più profondo: è la sensazione di non appartenersi più, di essere sempre in attesa del prossimo segnale, sempre meno capaci di ascoltare il silenzio”, sottolinea l’esperto.Usare o essere usati? Come difendersiPer Branda la domanda da farsi è: stiamo ancora usando la tecnologia o siamo noi a essere usati da lei? “La responsabilità, in questa storia, non può ricadere solo sugli individui“. Come ha evidenziato l’ultima vicenda giudiziaria che ha coinvolto Meta, “le piattaforme digitali non sono strumenti neutrali: sono macchine progettate per massimizzare il tempo di permanenza. Feed infiniti, notifiche intermittenti, algoritmi che conoscono le nostre debolezze meglio di quanto le conosciamo noi. Non siamo di fronte a una questione di forza di volontà, ma a una questione di potere. Le piattaforme sanno come tenerci agganciati e noi, con i nostri desideri e le nostre fragilità, siamo il prodotto che vendono”. Perché la sfida non è limitare la tecnologiaLa sfida a questo punto “non è limitare o contrastare la diffusione delle tecnologie, sarebbe irrealistico e forse nemmeno desiderabile, ma governarne l’impatto, ridurre le disuguaglianze, tutelare le vulnerabilità. Per farlo, dobbiamo agire su tre livelli: individuale, aziendale e normativo. Non bastano le leggi, per quanto necessarie, né la buona volontà dei singoli, per quanto preziosa. Serve una risposta organica, che coinvolga tutti i livelli della società”.Barriere fisiche e mentali per la tecnologia in casaCome regolarci? “Dobbiamo creare barriere fisiche e mentali: trasformare la camera da letto in una ‘zona senza schermi’, impostare timer che disattivino automaticamente le app dopo un certo utilizzo, programmare alternative alle attività digitali, leggere un libro, fare una passeggiata, stare semplicemente nel silenzio. Il tempo di inattività non è tempo sprecato: è il terreno nel quale crescono la creatività, la riflessione, la capacità di elaborare le esperienze”, conclude Branda.Italiani e tecnologia Foto: APQuesto articolo Italiani e tecnologia, tutti i paradossi della ‘fotografia’ Eurispes proviene da LaPresse