Libia. Accordo per elezioni entro due anni, Tripoli e Bengasi cercano una nuova intesa

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di Giuseppe Gagliano – Le amministrazioni rivali della Libia hanno raggiunto un accordo che prevede elezioni presidenziali e legislative entro ventiquattro mesi, la revisione delle leggi elettorali e la riforma dell’organismo incaricato di organizzare il voto. L’intesa rappresenta un nuovo tentativo di superare la divisione istituzionale che continua a contrapporre Tripoli e l’Est del Paese.L’accordo è stato raggiunto attraverso il comitato ristretto 4+4, composto da rappresentanti del Governo di unità nazionale, dell’Alto Consiglio di Stato, della Camera dei rappresentanti e dell’Esercito nazionale libico. Il coinvolgimento delle principali strutture civili e militari riconosce il peso che il controllo delle forze armate, delle istituzioni e delle entrate petrolifere continua ad avere negli equilibri politici libici.La scadenza di ventiquattro mesi dovrebbe consentire di preparare le condizioni necessarie per il voto, ma garantisce contemporaneamente alle attuali autorità un ulteriore periodo di permanenza al potere. Dopo il fallimento delle elezioni previste per dicembre 2021, restano infatti irrisolte le questioni relative alle candidature, al governo incaricato di organizzare la consultazione e alle garanzie sul riconoscimento dei risultati.Il premier del Governo di unità nazionale Abdelhamid Dbeibah e il comandante dell’Esercito nazionale libico Khalifa Haftar hanno entrambi espresso sostegno all’accordo. Dbeibah mantiene il controllo dell’amministrazione di Tripoli, mentre Haftar conserva la propria struttura militare nell’Est, dove anche i figli e gli uomini a lui vicini hanno assunto un peso crescente nelle istituzioni politiche ed economiche.Uno dei passaggi più delicati sarà la costituzione di un’autorità esecutiva unificata incaricata di accompagnare il Paese alle elezioni. La scelta del capo del governo e dei responsabili dei ministeri dell’Interno e della Difesa potrebbe riaprire lo scontro tra le diverse componenti.Rimane inoltre il problema del blocco istituzionale tra la Camera dei rappresentanti con sede a Tobruk e l’Alto Consiglio di Stato di Tripoli. Il sistema costruito per obbligare le due istituzioni al compromesso ha spesso prodotto un meccanismo di veto reciproco che ha impedito l’approvazione definitiva delle regole elettorali.L’intesa stabilisce che, in assenza di approvazione da parte delle due assemblee entro un mese, verranno cercati strumenti nazionali più ampi per trasformare l’accordo in un documento costituzionale, con il sostegno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Un eventuale aggiramento delle istituzioni esistenti potrebbe però provocare nuove contestazioni sulla legittimità del processo.Al problema politico si aggiunge quello della sicurezza. Nell’Ovest operano milizie e apparati armati concorrenti capaci di condizionare le autorità di Tripoli, mentre nell’Est esiste una struttura militare maggiormente centralizzata sotto Haftar. Organizzare elezioni richiederà quindi garanzie per seggi, candidati, commissioni elettorali e trasporto del materiale necessario alle votazioni.Le recenti esercitazioni alle quali hanno partecipato forze appartenenti ai due schieramenti rappresentano un segnale di avvicinamento, ma non equivalgono ancora all’unificazione delle strutture militari. Senza un dispositivo di sicurezza condiviso, un’eventuale contestazione dei risultati elettorali potrebbe provocare nuove tensioni armate.Un altro elemento centrale riguarda il petrolio. Le parti hanno raggiunto un’intesa su un quadro comune della spesa pubblica, il primo dal 2013. La distribuzione delle entrate degli idrocarburi costituisce uno dei principali fattori della competizione interna, perché permette di finanziare amministrazioni, sovvenzioni e strutture di sicurezza.La stabilizzazione dei rapporti tra la Banca centrale, la compagnia petrolifera nazionale e le autorità dell’Est e dell’Ovest potrebbe favorire la produzione e gli investimenti, riducendo contemporaneamente il ricorso al blocco di giacimenti e terminali come strumento di pressione politica.Sul processo pesano anche gli interessi delle potenze straniere. Stati Uniti e Turchia hanno rafforzato il coordinamento sulla Libia, mentre Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia e Italia mantengono interessi politici, militari ed economici nel Paese. La posizione geografica, le riserve energetiche e il controllo delle rotte tra Mediterraneo e Sahel rendono infatti la stabilizzazione libica una questione strategica internazionale.L’accordo apre quindi una nuova fase della transizione, ma il successo dipenderà dalla capacità delle amministrazioni rivali di trasformare la promessa elettorale in regole condivise e soprattutto di accettare il risultato delle urne. I prossimi ventiquattro mesi stabiliranno se l’intesa rappresenterà il percorso verso l’unificazione istituzionale della Libia oppure l’ennesima proroga delle strutture di potere nate dalla divisione del Paese.