Forza Italia al bivio, tra crisi di identità e ipotesi scissione pilotata

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Forse il problema di Forza Italia non è chi se ne sta andando. È capire perché qualcuno dovrebbe ancora arrivare. La politica tende a contare deputati, senatori, consiglieri regionali, coordinatori e percentuali. Ma esiste un numero che compare raramente nelle analisi e che qualche volta racconta molto più di un sondaggio: quello delle sedie vuote.I dibattiti politici pubblici che non richiamano più persone, le sale che faticano a riempirsi, gli appuntamenti nei quali finiscono per incontrarsi soprattutto dirigenti, amministratori e addetti ai lavori sono un segnale che un partito dovrebbe temere più di qualche decimale perso nelle rilevazioni.Perché le fuoriuscite fanno rumore. Il deserto no. Eppure è il deserto che dovrebbe preoccupare.L’intuizione di BerlusconiForza Italia nacque esattamente dall’intuizione opposta. Silvio Berlusconi comprese che fuori dai palazzi esisteva un’Italia che non si sentiva più rappresentata. Imprenditori, professionisti, commercianti, lavoratori autonomi, moderati, liberali, garantisti. Un mondo che chiedeva meno Stato, meno burocrazia e una politica capace di considerare l’impresa una risorsa prima che un sospetto.Prima vennero quelle persone. Poi arrivò il partito. Trent’anni dopo il rischio è che l’ordine si sia rovesciato: prima viene il partito, poi gli equilibri che lo tengono insieme, quindi gli incarichi da distribuire. E soltanto alla fine ci si domanda chi dovrebbe ancora sentirsi rappresentato.Il dopo-BerlusconiÈ qui che compare una parola poco elegante ma terribilmente comprensibile: poltrone. La gestione del dopo Berlusconi aveva bisogno di stabilità. Antonio Tajani ha avuto il merito indiscutibile di evitare che la morte del fondatore provocasse la dissoluzione immediata di un movimento che per quasi trent’anni si era identificato con il proprio leader.Ma esiste una differenza enorme fra garantire la sopravvivenza di un partito e garantirne il futuro. Quando la stabilità diventa conservazione permanente degli equilibri, il rischio è che a essere tutelato non sia più il progetto politico, ma chi quel progetto lo amministra.E allora la domanda diventa inevitabile: Forza Italia esiste per rappresentare un pezzo d’Italia oppure quel pezzo d’Italia serve ormai soltanto a mantenere in piedi Forza Italia? Le tensioni che attraversano il partito rendono la questione meno teorica di quanto possa sembrare.Fuoriuscite e contestazioniCi sono le fuoriuscite. Ci sono i malumori nei territori. Ci sono congressi contestati e richieste di maggiore democrazia interna. In Calabria Domenico Giannetta ha lasciato gli azzurri per candidarsi alle suppletive con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Forza Italia ha risposto puntando su Fabio Roscioli, tesoriere nazionale e figura storicamente vicina alla famiglia Berlusconi.In Campania la vigilia del congresso regionale è accompagnata da una contestazione interna che coinvolge anche parlamentari del partito.E poi ci sono i sondaggi. Una rilevazione BiDiMedia diffusa il 28 agosto colloca Forza Italia al 7,3 per cento, con Futuro Nazionale all’8 per cento. Un sondaggio è una fotografia, non una sentenza. Ma quando alla fotografia si aggiungono le sedie vuote, le fuoriuscite e il malcontento interno, fingere che nulla stia accadendo diventa più difficile.L’ipotesi scissioneEd è proprio qui che la vicenda si fa interessante. Perché secondo alcune ricostruzioni giornalistiche una eventuale scissione potrebbe non essere necessariamente considerata una disgrazia dalla famiglia Berlusconi. Al contrario, potrebbe liberare lo spazio necessario per un ricambio molto più profondo della futura rappresentanza parlamentare.Le indiscrezioni arrivano fino a ipotizzare una volontà di Arcore di assicurarsi, attraverso candidature nuove e affidabili, un peso determinante nel futuro gruppo parlamentare. È un retroscena. Non una verità accertata. E la distinzione conta.Ma proviamo per un momento a guardare oltre il retroscena. Se una parte dell’attuale classe dirigente decidesse davvero di andarsene, Forza Italia sarebbe necessariamente più debole? Non è detto. Dipenderebbe da ciò che arrivasse dopo. Perché una scissione può distruggere un partito. Ma può anche costringerlo a liberarsi di rendite di posizione, candidature considerate ereditarie e piccoli potentati territoriali che negli anni finiscono inevitabilmente per formarsi dentro qualsiasi organizzazione politica.In altre parole: potrebbe costringere Forza Italia a scegliere se vuole continuare ad amministrarsi oppure tornare a fare politica. La differenza sta tutta qui. Non servirebbe una semplice sostituzione di nomi. Cambiare chi occupa una poltrona lasciando intatto il meccanismo con cui quella poltrona viene assegnata non è rinnovamento. È arredamento.Un nuovo corso avrebbe senso soltanto se riuscisse a riportare dentro Forza Italia ciò che negli anni sembra essersi progressivamente allontanato: società civile, impresa, professioni, giovani amministratori, competenze e persone che non considerino la politica una carriera cominciata a vent’anni e destinata a terminare con la pensione. E soprattutto dovrebbe tornare il confronto. Quello vero.Non congressi nei quali il risultato è conosciuto prima dell’apertura dei lavori. Non platee chiamate ad applaudire decisioni già prese. Ma idee che si confrontano, leadership che competono, persone che possono dissentire senza essere immediatamente considerate nemiche.Perché Silvio Berlusconi costruì un partito personale, certamente. Ma costruì anche un partito capace di parlare a milioni di persone che prima non erano dentro un partito. Ed è questo secondo pezzo dell’eredità berlusconiana che oggi rischia di essere dimenticato.Una nuova leadershipSul futuro della leadership i nomi circolano. Roberto Occhiuto è inevitabilmente uno di questi. Ha visibilità, consenso e da tempo insiste sulla necessità di recuperare l’identità liberale e riformista degli azzurri. Antonio Tajani continua a guidare il partito e conserva un peso politico e internazionale che sarebbe superficiale liquidare.Poi c’è Arcore. E quando si parla di Forza Italia, Arcore non è mai semplicemente un indirizzo. Marina Berlusconi continua a negare una propria discesa in campo, ma le sue prese di posizione pubbliche dimostrano che il futuro dell’area politica costruita dal padre non le è indifferente. Periodicamente riaffiora persino la suggestione di vedere nuovamente il cognome Berlusconi su una scheda elettorale.Il vero bivioPuò accadere oppure no. Ma forse stiamo cominciando dalla domanda sbagliata. Prima di chiedersi chi sarà il prossimo leader bisognerebbe stabilire che cosa dovrà guidare. Un partito dell’8, del 10 o del 12 per cento può essere determinante nella politica italiana.Ma un partito senza comunità, senza partecipazione e senza capacità di attrarre persone nuove può conservare parlamentari e perdere progressivamente la propria ragione d’essere. È questo il vero bivio.Forza Italia può scegliere di proteggere ciò che resta oppure rischiare per ricostruire ciò che manca. Può continuare a garantire posti oppure tornare a conquistare persone. Può contare le tessere oppure tornare a contare le sedie occupate durante un dibattito. Può temere chi esce oppure domandarsi perché non entra più nessuno.E forse una scissione, se davvero arriverà, avrà almeno un merito: rendere impossibile continuare a rimandare queste domande. Perché il problema non è trovare un altro Silvio Berlusconi. Non esiste.Il problema è ritrovare le ragioni per cui milioni di italiani scelsero la sua Forza Italia. Poi verranno Tajani, Occhiuto, Marina Berlusconi, le candidature, i congressi e le inevitabili battaglie per la leadership. Ma soltanto dopo.Perché un simbolo si può conservare. Un nome si può ereditare. Una struttura si può mantenere in vita per anni. Un’identità politica, invece, bisogna meritarsela ogni giorno. Forza Italia continuerà a chiamarsi Forza Italia. Resta da capire se avrà ancora la forza di esserlo davvero.L'articolo Forza Italia al bivio, tra crisi di identità e ipotesi scissione pilotata proviene da Nicolaporro.it.