Contro Carrai un clima infame. La sinistra toscana cosa dice?

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C’è un momento in cui le parole non bastano più. Un momento in cui non è più sufficiente parlare di clima difficile, di tensioni, di legittimo dissenso politico. Perché quando un uomo viene rappresentato sui muri della propria città con il volto insanguinato, quando compaiono scritte che ne invocano la morte, quando i suoi figli sono costretti a vedere quelle immagini per strada, il confine del confronto democratico è già stato superato.Le minacceMarco Carrai lascia la presidenza della Fondazione Meyer. E questa vicenda dovrebbe scuotere profondamente Firenze e la Toscana. Carrai ha raccontato di essere stato insultato e minacciato per anni a causa del suo ruolo di console onorario di Israele, arrivando a descrivere la vita propria e della sua famiglia come quella di persone costrette a stare “quasi in un bunker”.Ha raccontato delle immagini del suo volto grondante sangue apparse sui muri di Firenze, accompagnate da accuse pesantissime e persino da minacce di morte. Non servono acrobazie dialettiche.Questo non è normale dissenso politico. Criticare Israele è legittimo. Contestare le decisioni del governo israeliano è legittimo. Manifestare contro la guerra a Gaza è legittimo. Minacciare una persona no. Trasformarla in un bersaglio no. Costringere dei bambini a vedere il proprio padre raffigurato come un assassino per le strade della loro città no.E soprattutto non può diventare accettabile attribuire a un uomo una responsabilità morale per le decisioni di uno Stato semplicemente perché ricopre l’incarico di console onorario di Israele. Il punto politico è esattamente questo. Carrai non guidava il governo israeliano. Guidava la Fondazione Meyer.Il Meyer è l’ospedale dei bambini. Un fiore all’occhiello della sanità toscana che ha accolto e curato anche bambini provenienti da Gaza. Durante la presidenza Carrai la Fondazione ha raccolto risorse per sostenere la cura dei bambini senza distinzioni di nazionalità, religione o appartenenza.Eppure tutto questo, per alcuni, sembra essere diventato secondario davanti a una qualifica: console onorario di Israele.Ed è precisamente qui che la vicenda assume una dimensione molto più grave. Perché quando una persona smette di essere giudicata per ciò che fa e viene condannata per ciò che rappresenta, siamo davanti a una deriva che una società democratica non dovrebbe mai sottovalutare.La Comunità Ebraica di Firenze è intervenuta con parole durissime, sostenendo che il mancato rinnovo di Carrai rischia di rappresentare “un premio a chi manifesta da anni contro di lui” e parlando di una vera e propria “caccia al sionista”.Oltre cento persone hanno inoltre sottoscritto una lettera indirizzata al presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, ricordando i risultati raggiunti dalla Fondazione Meyer sotto la presidenza Carrai e denunciando un clima crescente di ostilità verso tutto ciò che viene associato a Israele.E allora la domanda diventa inevitabilmente politica.La sinistra toscana cosa fa?Perché mentre tutto questo accadeva, una parte della maggioranza regionale chiedeva da tempo che Carrai lasciasse il proprio incarico. AVS ha definito il cambio alla guida della Fondazione un “atto dovuto”. Dal Movimento 5 Stelle sono arrivate valutazioni altrettanto favorevoli al cambiamento. Naturalmente è perfettamente legittimo ritenere che, alla conclusione di un mandato, una presidenza debba cambiare.Ma è altrettanto impossibile fingere che tutto questo sia accaduto nel vuoto. Per anni Carrai è stato oggetto di contestazioni esplicitamente legate anche al suo ruolo di console onorario di Israele. Parallelamente sono arrivate minacce, immagini violente e attacchi personali. È questo contesto che la politica non può ignorare.Il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto da Carrai e ha sostenuto che la conclusione della sua presidenza debba essere considerata la naturale fine di un mandato e non una rimozione. Bene.Ma basta? Davanti a un uomo che racconta di aver vissuto sotto minaccia, davanti a una famiglia costretta a confrontarsi con immagini di un padre rappresentato con il volto insanguinato, davanti a scritte che arrivano a invocarne la morte, la politica non può limitarsi alla gestione amministrativa di una successione.Deve dire da che parte sta. Non rispetto alla guerra di Gaza. Non rispetto al governo israeliano. Non rispetto al conflitto israelo-palestinese. Ma rispetto a un principio elementare della democrazia: nessuno può essere trasformato in un nemico da colpire per ciò che rappresenta.Ed è proprio la sinistra, che ha costruito una parte fondamentale della propria identità politica sull’antifascismo, sulla difesa dei diritti, sulla tutela delle minoranze e sulla lotta contro ogni discriminazione, che dovrebbe sentire più forte di chiunque altro il dovere di tracciare quella linea. Senza esitazioni. Senza distinguo. Senza silenzi imbarazzati.Perché criticare Israele non significa essere antisemiti. È necessario dirlo con altrettanta chiarezza. Ma quando “israeliano”, “ebreo” o “sionista” cessano di descrivere un’identità, una nazionalità o una posizione politica e diventano etichette attraverso le quali delegittimare indiscriminatamente le persone, allora il confine diventa pericolosamente sottile.Quando poi arrivano il volto insanguinato, le accuse collettive e le minacce di morte, quel confine è già stato oltrepassato. La storia europea dovrebbe averci insegnato almeno questo.Il messaggio che rischia di passarePerciò la questione oggi non è soltanto se Marco Carrai debba o meno continuare a guidare la Fondazione Meyer. La questione è il messaggio che passa quando, dopo anni di contestazioni, intimidazioni e attacchi personali, quell’uomo lascia il proprio incarico.Chi può davvero festeggiare? Se anche soltanto uno di coloro che hanno scritto parole di morte contro Carrai dovesse pensare di avere ottenuto ciò che voleva, allora la politica avrebbe già perso.E non basterebbe dire che il mandato era terminato. Non basterebbe parlare di rotazione. Non basterebbe prendere atto. Contro l’odio non si prende atto. Contro l’odio si prende posizione. Perché quando l’intimidazione riesce anche soltanto a dare l’impressione di poter condizionare la vita delle istituzioni, a perdere non è Marco Carrai. A perdere siamo tutti noi.L'articolo Contro Carrai un clima infame. La sinistra toscana cosa dice? proviene da Nicolaporro.it.