Le persone con disabilità sperimentano spesso, nella vita, relazioni con soggetti che, nei loro confronti, sanno al più porre in essere un approccio di tipo “pietistico”. Non sempre ciò viene esplicitato, ma “poverino/a” rappresenta la parola con cui maggiormente si sentono, in genere, descritte.Il pietismo, come il paternalismo, costituisce uno degli atteggiamenti più svalutativi nei confronti delle persone disabili, dato che si rapporta alle medesime, per quanto talvolta in maniera inconsapevole, in termini inferiorizzanti. Verso coloro che si ritengono inferiori, l’atteggiamento migliore che si può assumere è tuttavia quello della “carità”, non della costruzione di comunità, la quale può instaurarsi invece solo tra uguali. Questo implica che “pietismo”, sul piano individuale, e “carità”, sul piano collettivo, che pure appaiono comportamenti benevoli, favoriscono in realtà il mantenimento di un contesto sociale discriminante, il quale esclude le persone disabili da una reale partecipazione comunitaria.Affinché si possa uscire dal circolo vizioso “pietà-carità”, sovente corroborato da eventi mediatici ad alto potenziale emotivo, in cui la commozione prende il posto della riflessione sociale, occorrerebbe iniziare a pensare le persone con disabilità esattamente come tutte le altre, con solo alcuni bisogni specifici o maggiori. Ciò implica che se un ampio numero di esigenze, in generale, venisse garantito dal sistema pubblico, le persone disabili tenderebbero a non essere colpite, più del necessario, da carenze relative al soddisfacimento dei loro bisogni.Nonostante abbia argomentato già in altri articoli, sempre sul Corriere della Sera, le ragioni per cui le persone disabili sono esattamente come le altre, mi si conceda di precisare ancora questa affermazione, purtroppo tuttora non facente parte del senso comune. Sono consapevole che le persone disabili incontrano limiti che, per estensione o intensità, le altre non sperimentano. Ho detto prima, infatti, che hanno talvolta bisogni specifici o maggiori. Queste persone sono tuttavia, nella loro essenza, esattamente come le altre, poiché ogni essere umano è, per natura, caratterizzato dagli stessi elementi essenziali. Questo assunto, ovvero la comune umanità di tutti gli esseri umani, risulta necessario da interiorizzare, poiché senza tale consapevolezza ben difficilmente si potrà poi agire, sul piano politico, in modo comunitario.Le persone disabili, soprattutto all’interno di un contesto sociale inclusivo – ma anche in un contesto abilista, se riescono a non introiettare le modalità meschine con cui opera il mondo attuale –, non sono pertanto da considerare “poverine”. Frequentando anzi, spesso, ambienti associativi maggiormente intrisi di umanità, vi è minore probabilità che lo diventino. Conosco infatti un discreto numero di persone, con deficit anche gravi, le quali conducono un’esistenza migliore, ossia più felice, rispetto a quella di alcuni pur importanti docenti universitari non disabili, studiosi rilevantissimi nel proprio ambito, caratterizzati però da una meschinità vergognosa, attratti soltanto dalla lotta per il potere e per il successo. “Poverini”, a mio avviso, andrebbe detto a loro.In ogni caso, ciò che vorrei accennare, in questa sede, non è tanto il tema del pietismo sul piano individuale, verso il quale serve comunque consapevolezza filosofica, quanto sul piano collettivo, sul quale occorre agire in ambito politico. In particolare, vorrei fare riferimento ad una situazione sempre più diffusa, connessa alla pluriennale tendenza, tipica di tutti i Paesi occidentali, alla riduzione dello Stato sociale. Si tratta del fenomeno della delega alle grandi fondazioni private ad occuparsi di alcuni gravi problemi sociali, tra cui appunto quelli collegati alla disabilità, di cui gli Stati sembrano non potersi più far carico per mancanza di risorse.Mi colpì molto, qualche anno fa, il titolo di un quotidiano, che attribuiva l’epiteto di “angeli” ai responsabili di un’organizzazione del terzo settore impegnata a reperire fondi, se ben ricordo, per l’apertura di un reparto ospedaliero specializzato per bambini disabili. Sia chiaro: meglio questa attività che produrre armi, sigarette o altre merci dannose. Ciò nonostante, occorre essere consapevoli che l’esistenza di grandi fondazioni private presiedute da supermiliardari autonominatisi (in virtù della proprietà dei capitali immessi), le quali agiscono finanziando enti del terzo settore, costituisce spesso solo l’esito di un’enorme opera di sottrazione di risorse pubbliche mediante elusione fiscale. Quest’ultima ha portato, nel tempo, alla progressiva riduzione della spesa sociale, cui le iniziative private suppliscono solo in minima parte, decidendo peraltro le attività da supportare in totale arbitrio. Il fine di tali operazioni “benefiche” è infatti esclusivamente quello di far apparire in modo favorevole i proprietari delle rispettive multinazionali, nonché le aziende stesse, le quali sembrerebbero così aiutare, in maniera “gratuita”, questi “poverini” sfortunati. Come si fa a pensare male di chi è così generoso? Ecco dunque all’opera, mediaticamente, il circolo vizioso “pietismo-carità”, a scapito del circolo virtuoso “persone-comunità”.Occorre allora ricordare che anche gli enti del terzo settore non sono estranei alla logica del profitto. Devono infatti produrne, pur limitandosi a distribuirlo all’interno dell’ente, anche però in remunerazioni elevate per le posizioni di vertice. Molti enti del terzo settore, in effetti, adottano dinamiche economiche simili a quelle delle imprese capitalistiche da cui cercano di accaparrarsi i fondi. Per riceverli, inoltre, devono convincere le relative fondazioni che un certo progetto avrà un notevole impatto emotivo sulla popolazione, in modo tale che, adeguatamente pubblicizzato, procurerà un elevato ritorno di immagine. Allargando lo sguardo emerge pertanto, con queste modalità, una progressiva trasformazione di servizi pubblici essenziali prima garantiti, in concessioni arbitrarie. Ciò, peraltro, si verifica tanto più quanto più si applica, ai bisogni di alcune categorie di persone, come quelle disabili, una dinamica emotiva di tipo pietistico. Se i progetti non suscitano compassione, infatti, le fondazioni non ottengono visibilità, quindi non erogano denaro, e gli enti del terzo settore chiudono, lasciando a casa i rispettivi “angeli”.Per evitare questo strumentale pietismo occorre allora agire sul piano sia filosofico che politico. Sul piano filosofico è necessario argomentare che le persone con disabilità sono persone come tutte le altre, solo con bisogni specifici o maggiori. Sul piano politico si deve operare, invece, mostrando che tali bisogni, come tutti i bisogni sociali, possono essere realmente soddisfatti solo all’interno di un contesto pubblico comunitario, non mediante la beneficienza privata di organizzazioni interessate soltanto alla propria visibilità.luca.grecchi@unimib.it