La politica estera continua a essere il terreno più accidentato per le coalizioni italiane. Mentre gli ultimi sondaggi certificano un sostanziale equilibrio fra gli schieramenti, è proprio sulle grandi questioni internazionali – dall’Ucraina ai rapporti con gli Stati Uniti, fino ai temi dell’immigrazione – che emergono le fratture più profonde. Divisioni che attraversano tanto il centrodestra quanto il centrosinistra e che, secondo alcuni osservatori, rischiano di essere alimentate da una competizione sempre più orientata a conquistare le fasce più radicali dell’elettorato. A complicare il quadro si aggiunge la relazione annuale del Copasir, che richiama l’attenzione sui rischi di escalation legati alla propaganda sulla cosiddetta remigrazione. Formiche.net ne ha parlato con il politologo e professore emerito all’Università di Bologna, Paolo Pombeni.Professor Pombeni, gli ultimi sondaggi raccontano due coalizioni competitive ma ancora attraversate da profonde differenze, soprattutto in politica estera. È una fragilità destinata ad aumentare?È una trappola che i partiti si sono costruiti da soli. Il bipolarismo ha prodotto un effetto devastante: ha costretto a mettere insieme una miscellanea di sensibilità molto diverse pur di raccogliere il maggior numero possibile di voti. Oggi, con la prospettiva di una riforma in senso proporzionale, ogni forza politica sa che verrà misurata innanzitutto per il proprio consenso. Questo significa che ciascun partito punta sì a vincere con la coalizione, ma anche ad aumentare il proprio peso specifico. È una dinamica che lascia molto spazio a chi urla di più e agli estremi, che cercano di imporre la propria fisionomia. Ed è probabilmente la cosa peggiore che possa accadere.La politica estera sembra essere il terreno sul quale queste tensioni emergono con maggiore evidenza, tanto a destra quanto a sinistra. Perché?Perché è il tema che pesa meno sull’elettore medio ma moltissimo sui cosiddetti pasdaran. Nel centrodestra la politica estera resta un argomento relativamente secondario: prevale una visione piuttosto generica. Nel centrosinistra, invece, il problema è più profondo perché esiste una tradizione ideologica molto forte. Oggi quella tradizione è spesso ridotta a slogan e dichiarazioni di principio. Potrebbe essere superata soltanto se qualcuno riuscisse davvero a esercitare una leadership politica capace di imporre una linea chiara.In questo contesto come interpreta la strategia di Giuseppe Conte?Conte ragiona in termini molto concreti. Sa che, se ci saranno primarie, si vincono mobilitando il mondo dei movimentisti. Per questo alza continuamente il tiro, nella speranza di portare qualche elettore arrabbiato in più ai gazebo. Le sue posizioni sulla Russia sono, francamente, agghiaccianti. C’è un’irresponsabilità di fondo, anche perché, se dovesse davvero andare al governo, non potrebbe mai sostenere coerentemente quelle stesse posizioni. Ma proprio perché è molto spregiudicato, questo problema non sembra preoccuparlo.Anche nel centrodestra il protagonismo di Roberto Vannacci continua a far discutere. È destinato a pesare sugli equilibri della coalizione?Vannacci è certamente un tema centrale. È uno spregiudicato, anche se non possiede la finezza politica che invece ha Conte. Molto dipenderà da come evolverà il quadro. Se dovesse restare una forza di minoranza, credo che il fenomeno possa avere un orizzonte piuttosto limitato. Nella politica, che è sempre un gioco di specchi, non sarà difficile trovare un compromesso capace di ricondurre certe spinte entro un equilibrio.La relazione annuale del Copasir ha richiamato l’attenzione sul rischio di una possibile escalation alimentata dalla propaganda sulla remigrazione. È un allarme fondato?Il Copasir è un’istituzione politica e va letto come tale. Che esista un enorme problema legato a possibili strategie della tensione è sotto gli occhi di tutti. E non riguarda soltanto la remigrazione. Il tema della convivenza è molto più ampio e non può essere esaurito con uno slogan. Il Copasir utilizza proprio l’argomento più facilmente comprensibile – come la remigrazione, che considero impraticabile esattamente come lo era il blocco navale – per lanciare un messaggio alle forze politiche. Sta dicendo che esiste una bomba sociale reale, sulla quale qualcuno continua a soffiare. E aggiunge un’altra questione decisiva: bisogna capire chi alimenta queste dinamiche, anche attraverso la rete e i circuiti che gravitano attorno ai movimenti antagonisti. È un invito alla responsabilità rivolto a tutta la politica, perché c’è qualcosa di molto pericoloso che sta serpeggiando nel Paese.