di Guido Keller – Benjamin Netanyahu ha respinto il piano in quindici punti promosso da Donald Trump per la seconda fase della tregua nella Striscia di Gaza, ribadendo che Israele non ritirerà le proprie forze finché Hamas non avrà consegnato tutte le armi. Il movimento palestinese sostiene invece che il disarmo potrà avvenire soltanto parallelamente al ritiro israeliano e alla cessazione definitiva degli attacchi.Le due posizioni pongono un problema centrale per il futuro della tregua. Hamas considera le armi una garanzia della propria sopravvivenza e non intende rinunciarvi prima del ritiro israeliano. Israele, al contrario, non vuole abbandonare le posizioni occupate senza la certezza che il movimento palestinese non possa ricostruire le proprie capacità militari.Il piano statunitense tenta di superare lo stallo prevedendo un disarmo accompagnato da un ritiro progressivo israeliano, settore dopo settore, sotto la supervisione di una forza internazionale. Netanyahu ha però respinto il principio della simultaneità, chiedendo che Hamas venga disarmato prima dell’arretramento delle forze israeliane.La proposta americana prevede inoltre la consegna delle armi a un’amministrazione palestinese composta da tecnici e sostenuta da Washington, affiancata da una forza internazionale di stabilizzazione e da una nuova polizia palestinese. Rimane tuttavia irrisolto il problema delle garanzie: non è chiaro chi potrebbe costringere Hamas a consegnare gli arsenali clandestini e smantellare le proprie strutture militari, né chi garantirebbe il completo ritiro israeliano una volta concluso il disarmo.La posizione di Netanyahu è condizionata anche dalla situazione politica interna in vista delle elezioni del 27 ottobre. I sondaggi non garantiscono al premier una maggioranza e gli alleati più radicali della coalizione respingono qualsiasi arretramento da Gaza. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha dichiarato che l’esercito israeliano non dovrebbe ritirarsi “nemmeno di un millimetro”.La richiesta israeliana di un disarmo totale presenta inoltre difficoltà pratiche. Certificare che Hamas abbia consegnato ogni arma e distrutto tutti i depositi clandestini sarebbe estremamente complesso. Il ritrovamento di arsenali non dichiarati potrebbe diventare il motivo per sospendere o rinviare ulteriormente il ritiro.Il rifiuto israeliano rappresenta anche una difficoltà politica per Trump, che aveva presentato l’intesa come uno dei principali risultati della propria diplomazia. Dopo la liberazione degli ostaggi e lo scambio con i prigionieri palestinesi, Washington puntava sulla seconda fase per arrivare alla conclusione della guerra.Gli Stati Uniti hanno inoltre interesse a ridurre i fronti di crisi mentre sono impegnati contro l’Iran, continuano a sostenere l’Ucraina e devono mantenere risorse militari disponibili per l’Indo Pacifico. La prosecuzione dell’instabilità a Gaza e in Libano comporta ulteriori costi militari e diplomatici.Netanyahu sembra tuttavia ritenere che Washington difficilmente arriverà a uno scontro frontale con il governo israeliano. Gli interessi dei due alleati non coincidono completamente: Trump punta a ridurre contemporaneamente le tensioni regionali, mentre il governo israeliano vuole impedire che il ritiro da Gaza consenta ad Hamas di sopravvivere militarmente o favorisca la nascita di un’autorità palestinese dotata di maggiore autonomia politica.Resta quindi aperta anche la questione della futura sovranità sulla Striscia. Il comitato tecnico previsto dal piano potrebbe occuparsi della ricostruzione, dei servizi e degli aiuti, ma senza un accordo sul controllo politico e militare di Gaza rischierebbe di trasformarsi in un’amministrazione civile dipendente dalla protezione internazionale.Se Washington accetterà la richiesta israeliana di subordinare il ritiro al completo disarmo preventivo di Hamas, la seconda fase della tregua rischia dunque di rimanere bloccata. Hamas difficilmente consegnerà tutte le proprie armi senza ottenere garanzie concrete sul ritiro, mentre Netanyahu non intende arretrare prima della smilitarizzazione. Il risultato potrebbe essere il prolungamento di una tregua armata, segnata da incursioni, rappresaglie e negoziati senza un accordo definitivo.