Zoom è uno di quei servizi che usiamo dando per scontato che sia sicuro, proprio perché ci siamo abituati a fidarci. Ecco perché la notizia di una vulnerabilità critica scoperta di recente fa più effetto del solito: chiunque partecipasse a una videochiamata con condivisione dello schermo poteva essere attaccato senza cliccare nulla, senza scaricare niente, senza ricevere alcun avviso.La falla è stata scoperta dalla società di sicurezza A Security e riguardava tutti i sistemi operativi supportati da Zoom: Windows, macOS, Linux, iOS e Android. In pratica, nessuno era al sicuro. Il meccanismo dell'attacco era quello che in gergo tecnico si chiama esecuzione di codice da remoto: l'aggressore poteva prendere il controllo del dispositivo della vittima semplicemente essendo nella stessa chiamata. Bastava che ci fosse la condivisione dello schermo attiva, e l'attacco poteva colpire sia i partecipanti che l'host, in modo completamente silenzioso.Zoom è stata avvisata e ha già rilasciato una patch correttiva: se non avete aggiornato l'app di recente, è il momento giusto per farlo.La parte che dovrebbe farci riflettere di più, però, non è la falla in sé. Il cofondatore di A Security, Omer Gull, ha spiegato a WIRED come è stata trovata: "Prima ci sarebbero voluti un team di cinque persone e forse sei mesi di lavoro per trovare qualcosa del genere. Ora si ottengono gli stessi risultati con meno di 20 prompt."La vulnerabilità è stata scoperta a inizio giugno usando modelli AI disponibili pubblicamente, con meno di venti richieste. Questo cambia radicalmente il panorama della sicurezza informatica: non perché l'AI sia "cattiva", ma perché abbassa drasticamente la soglia di competenza necessaria per trovare falle critiche in software usati da milioni di persone. Chiunque, con gli strumenti giusti, può ora fare in ore quello che prima richiedeva mesi di lavoro specializzato.C'è anche un dettaglio che vale la pena citare: il ricercatore che ha raccontato alla giornalista di WIRED questa storia lo ha fatto in videochiamata su Microsoft Teams. Una scelta non casuale, evidentemente.La vicenda di Zoom è un promemoria che la sicurezza digitale non riguarda solo le reti pubbliche o le password deboli: riguarda anche le app che usiamo ogni giorno con la massima fiducia, e il fatto che l'AI stia rendendo più facile trovare le loro crepe prima che lo faccia qualcun altro con buone intenzioni.L'articolo Vulnerabilità critica in Zoom: bastava una videochiamata per essere hackerati, e l'AI l'ha trovata in pochi minuti sembra essere il primo su Smartworld.