Per decenni il divismo ha rappresentato una forma di mito contemporaneo. Figure come Sophia Loren, Alain Delon o Monica Bellucci sembravano appartenere a un mondo lontano, quasi irraggiungibile. Oggi le celebrity sono ovunque, eppure è sempre più raro percepire quella stessa aura. È davvero cambiato lo spettacolo o, più semplicemente, abbiamo smesso di costruire i nostri miti?Foto: Wikimedia commonsMatilda De Angelis: «Il cinema deve tornare a raccontare la società»Il fascino nasce dalla distanzaCi sono fotografie che sembrano appartenere a un’altra epoca non soltanto perché sono in bianco e nero, ma perché raccontano un modo completamente diverso di guardare le persone famose. Basta osservare Sophia Loren mentre attraversa il red carpet di Cannes, Alain Delon circondato dai fotografi davanti a un hotel parigino, Grace Kelly affacciata al balcone del Palazzo dei Principi o Marcello Mastroianni che accende una sigaretta davanti ai flash. In tutte quelle immagini c’è qualcosa che oggi sembra quasi impossibile da ritrovare. Non è solo eleganza, non è soltanto talento. È la sensazione che quelle persone appartenessero a un mondo diverso dal nostro, un luogo che potevamo osservare ma non abitare.Forse è proprio questa la differenza tra una persona famosa e una diva. La notorietà può essere misurata dai numeri, dai biglietti venduti o dai milioni di follower. Il divismo, invece, appartiene a un’altra dimensione. È una costruzione culturale, quasi simbolica. Una diva non è semplicemente qualcuno che tutti conoscono: è qualcuno che il pubblico decide di collocare un gradino sopra la realtà, in uno spazio dove l’ammirazione si mescola al desiderio e all’immaginazione. Più quella figura rimane distante, più diventa capace di rappresentare qualcosa che va oltre sé stessa.Oggi continuiamo a produrre celebrity, forse più di quante ne siano mai esistite, eppure è sempre più raro parlare di vere icone. Sappiamo cosa mangiano, dove vanno in vacanza, come si allenano, quali prodotti usano, con chi trascorrono il tempo libero. Attraverso i social assistiamo a una quantità di dettagli che, fino a pochi decenni fa, sarebbero rimasti completamente invisibili. Questa vicinanza rende le star più autentiche, più umane, perfino più simpatiche. Ma proprio mentre si accorciano le distanze, sembra dissolversi anche quella forma di fascinazione che per oltre un secolo ha alimentato il divismo.The Odyssey incanta Londra: Anne Hathaway incinta, Matt Damon con la moglie Luciana e Zendaya regina del red carpet di sabbiaFoto: Wikimedia commonsPerché l’uomo ha sempre avuto bisogno di creare mitiForse, però, il cambiamento non riguarda soltanto il mondo dello spettacolo. Riguarda qualcosa di molto più antico. Da sempre l’essere umano costruisce figure che colloca al di sopra della propria quotidianità. Nella mitologia greca gli dèi osservavano gli uomini dall’alto del Monte Olimpo, uno spazio che nessun mortale poteva raggiungere. Le religioni hanno immaginato il divino come qualcosa di distante dalla dimensione terrena, capace proprio per questo di suscitare rispetto, timore e devozione. Anche il potere politico ha seguito la stessa logica: re, imperatori e sovrani vivevano circondati da cerimonie, palazzi e rituali che rendevano evidente la loro separazione dal resto della società.La distanza non serviva soltanto a proteggere chi governava. Serviva a costruirne il mito. Quanto meno conosciamo una persona, tanto più tendiamo a completarla con la nostra immaginazione. È un meccanismo quasi inevitabile: l’assenza lascia spazio alla proiezione. Dove mancano informazioni, arrivano il desiderio, il sogno, l’idealizzazione. È così che una figura smette di essere semplicemente umana e diventa simbolica.Anche il cinema del Novecento, probabilmente senza volerlo, ha utilizzato lo stesso principio. Le grandi star comparivano sullo schermo, concedevano poche interviste, apparivano sulle copertine delle riviste e poi tornavano a scomparire. Il pubblico non conosceva la loro quotidianità. Ne intuiva appena qualche frammento. Ogni apparizione diventava un evento proprio perché interrompeva un’assenza. E quell’assenza alimentava il fascino.Andy Warhol aveva intuito tuttoQuando Andy Warhol sceglie Marilyn Monroe, Elizabeth Taylor ed Elvis Presley come protagonisti delle sue celebri serigrafie non sta semplicemente celebrando alcune delle personalità più amate del suo tempo. Sta raccontando un cambiamento molto più profondo. Negli anni Sessanta la cultura di massa stava costruendo un nuovo pantheon. Le immagini delle star cominciavano a occupare lo stesso spazio che, per secoli, era stato riservato alle icone religiose o alle grandi figure storiche. Entravano nelle case attraverso i giornali, i manifesti, il cinema e la televisione. Diventavano oggetti da collezionare, da contemplare, da imitare.Warhol comprese che la forza di Marilyn non risiedeva soltanto nella sua bellezza o nel suo talento. Risiedeva soprattutto nella sua immagine. Un’immagine riprodotta all’infinito, ma che continuava a rimanere misteriosa. Nessuno conosceva davvero Marilyn Monroe. Il pubblico conosceva il personaggio, il sorriso, il volto, il mito. Ed è proprio questa distanza tra la persona reale e quella immaginata ad aver reso Marilyn una delle icone più potenti del Novecento.Forse è anche per questo che le sue opere continuano ancora oggi a parlarci. Non raccontano soltanto la nascita della cultura pop, ma mostrano il momento in cui le celebrity iniziano a occupare il posto che, per secoli, era appartenuto agli eroi e alle figure leggendarie. Warhol aveva capito che il divismo non nasceva semplicemente dalla fama. Nasceva dalla capacità di un volto di trasformarsi in simbolo. E ogni simbolo, per esistere davvero, ha bisogno di conservare una parte di mistero.Deva Cassel sarà sempre “la figlia di Monica Bellucci”? Il look Dior riapre il dibattitoDa Monica Bellucci a Deva Cassel: quando cambia il modo di guardare una divaSe c’è un esempio che racconta meglio di qualsiasi altro come sia cambiato il concetto di divismo, è probabilmente quello di Monica Bellucci e di sua figlia Deva Cassel. Entrambe incarnano un ideale di bellezza che ha conquistato il mondo della moda e del cinema. Entrambe hanno lavorato con alcune delle maison più importanti a livello internazionale e sono cresciute all’interno di un immaginario estetico fortissimo. Eppure il modo in cui vengono percepite dal pubblico è profondamente diverso.Quando Monica Bellucci iniziava a imporsi sulla scena internazionale, ogni apparizione contribuiva ad alimentare un’aura di mistero. Le copertine dei magazine, le campagne pubblicitarie, i festival cinematografici e le rare interviste costruivano un racconto fatto soprattutto di assenze. Il pubblico vedeva Monica Bellucci, ma conosceva pochissimo Monica Bellucci. Era proprio quello spazio lasciato vuoto a permettere all’immaginazione di trasformarla in una delle ultime grandi dive europee.Deva Cassel appartiene invece a una generazione completamente diversa. Il pubblico l’ha vista crescere, segue il suo lavoro quasi in tempo reale, osserva il backstage delle campagne pubblicitarie, i viaggi, gli eventi e le collaborazioni attraverso i social. La sua immagine arriva accompagnata da un flusso continuo di contenuti che ne raccontano il percorso professionale e, in parte, anche quello personale.Questo non significa che Deva abbia meno fascino o meno possibilità di diventare un’icona. Significa semplicemente che il contesto è cambiato. La distanza che un tempo separava il pubblico dalle proprie stelle si è ridotta fino quasi a scomparire. E quando la distanza diminuisce, anche il processo di mitizzazione diventa inevitabilmente più difficile.Collage: Foto dx: Wikimedia commons/ foto sx: Foto: Zabulon/ABACAPRESS.COM/IPA AgencyLe celebrity non sono cambiate. È cambiato il nostro sguardoLa spiegazione più immediata sarebbe attribuire tutto ai social network. Sarebbe anche la più semplice. In realtà il cambiamento è molto più profondo e riguarda soprattutto noi. Oggi non ci basta più ammirare una persona famosa. Sentiamo il bisogno di conoscerla. Vogliamo sapere cosa pensa, come vive, quali sono le sue fragilità, i suoi errori, le sue abitudini. Chiediamo autenticità, trasparenza, spontaneità. È un’esigenza che ha trasformato completamente il rapporto tra pubblico e celebrity.Negli ultimi anni abbiamo imparato ad apprezzare artisti che parlano apertamente di salute mentale, relazioni, fallimenti e paure. È un cambiamento importante, che ha contribuito ad abbattere immagini irrealistiche e a rendere il mondo dello spettacolo più umano. Ma ogni conquista porta con sé anche una rinuncia. Più una figura diventa accessibile, meno spazio resta per l’immaginazione. E il divismo, forse, è sempre vissuto proprio lì: nella parte che non ci era concessa vedere.Le grandi star del Novecento non erano perfette. Semplicemente, non avevamo gli strumenti per assistere alla loro quotidianità. Oggi, invece, ogni momento può essere raccontato, fotografato, commentato e condiviso nel giro di pochi secondi. Il mistero, che per decenni è stato uno degli ingredienti fondamentali della costruzione del mito, lascia spazio alla familiarità.Foto: Wikimedia commonsIl divismo è davvero finito?La domanda che attraversa questo articolo, forse, è sbagliata. Il divismo non è finito affatto. Sono cambiate le condizioni che lo rendevano possibile. Ogni epoca costruisce i propri miti con gli strumenti che ha a disposizione. Nel Novecento erano il cinema, le riviste illustrate e la televisione. Oggi sono i social network, le piattaforme digitali e una comunicazione continua che premia la presenza più dell’attesa. Le celebrity non vivono più su un piedistallo: abitano lo stesso spazio digitale che utilizziamo per parlare con gli amici, condividere le vacanze o raccontare la nostra giornata.Il divismo, però, non nasceva soltanto dal talento o dalla bellezza. Nasceva dalla capacità del pubblico di attribuire a una persona un significato che andava oltre la sua stessa identità. È lo stesso meccanismo che, nei secoli, ha accompagnato gli eroi della mitologia, le figure religiose e persino i sovrani. Tutti appartenevano a una dimensione distante, difficilmente accessibile e, proprio per questo, diventavano simboli.È anche per questo che, ancora oggi, quando Sophia Loren appare sul red carpet di un grande festival o Monica Bellucci entra in una sala illuminata dai flash con quell’eleganza silenziosa che l’ha resa un’icona internazionale, abbiamo la sensazione di assistere a qualcosa di diverso. Non è soltanto ammirazione. È il ricordo di un tempo in cui ogni apparizione era un evento e il mistero faceva parte dello spettacolo.Oggi continuiamo ad avere attrici straordinarie, musicisti capaci di riempire gli stadi e celebrity seguite da centinaia di milioni di persone. Ma il divismo appartiene a un’altra logica. Vive nell’attesa, nella rarità, nella distanza. E forse è proprio questa la differenza più grande tra una celebrity e una diva: la prima entra ogni giorno nelle nostre vite, la seconda continua a restarne fuori. Ed è proprio da quella distanza che, da sempre, nascono i miti.| Da Rumors.it