di Giuseppe Gagliano – Una società petrolifera statunitense ha trasferito attrezzature in Groenlandia senza avere ancora ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie, provocando la reazione del governo di Nuuk. L’impresa, la Greenland Energy, ha riconosciuto l’errore e assicurato che non si ripeterà, mentre il progetto riaccende il dibattito sulle risorse dell’isola e sugli interessi strategici degli Stati Uniti nell’Artico.Fondata nel 2025 e con sede in Texas, Greenland Energy punta al bacino della Terra di Jameson, sulla costa orientale, dove ritiene possano trovarsi ingenti riserve di idrocarburi. La società prevede un investimento iniziale di circa 60 milioni di dollari per realizzare due pozzi esplorativi e ha indicato un valore potenziale delle risorse vicino ai mille miliardi di dollari.Il governo groenlandese ha tuttavia sospeso dal 2021 il rilascio di nuove licenze per l’esplorazione di petrolio e gas. Il progetto americano si basa su un’autorizzazione precedente, trasferita attraverso successive acquisizioni societarie, ma il possesso della licenza non consente automaticamente di iniziare le perforazioni. Sono ancora necessari studi preliminari, valutazioni ambientali, consultazioni pubbliche e ulteriori permessi. Le autorità ritengono improbabile che l’intero procedimento possa concludersi nel 2026, mentre la società ha spostato all’inverno del 2027 la possibile conclusione dell’iter.La vicenda assume una particolare rilevanza per i rapporti attribuiti ai vertici e agli investitori dell’impresa con ambienti statunitensi vicini a Donald Trump. Il presidente della società, Larry Swets, viene indicato come vicino al presidente americano, mentre tra gli investitori figura il finanziere Kenneth Griffin. Nel consiglio di amministrazione compare inoltre Carol Craig, che ha avuto un ruolo in programmi legati alla difesa antimissile statunitense.Greenland Energy nega qualsiasi collegamento tra il proprio progetto industriale e le ambizioni strategiche espresse da Trump sulla Groenlandia. Il presidente americano ha però ripetutamente indicato l’isola come essenziale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, facendo della sua collocazione geografica e delle sue risorse uno degli elementi della strategia americana nell’Artico.Anche le dimensioni delle potenziali riserve richiedono cautela. Secondo le stime del Servizio geologico statunitense, nella Groenlandia nordorientale potrebbero trovarsi risorse tecnicamente recuperabili equivalenti a circa 31 miliardi di barili di petrolio. La possibilità tecnica di estrazione non implica tuttavia la sostenibilità economica dei progetti, considerando il clima estremo, la scarsità delle infrastrutture, le difficoltà logistiche e gli elevati costi ambientali.L’interesse per l’isola va inoltre oltre gli idrocarburi. La Groenlandia occupa una posizione strategica tra Nord America, Atlantico settentrionale e Artico e ospita già infrastrutture statunitensi fondamentali per l’allarme missilistico, la sorveglianza spaziale e la difesa. Lo scioglimento dei ghiacci e la progressiva apertura delle rotte artiche ne stanno aumentando ulteriormente l’importanza, mentre Washington osserva con attenzione la presenza russa nella regione e gli interessi economici della Cina.La controversia sulle attrezzature di Greenland Energy diventa così anche una questione di sovranità. Nuuk ha ribadito che qualsiasi attività sul territorio deve rispettare le procedure previste dalle autorità groenlandesi. Per Washington, l’accesso alle risorse e alle infrastrutture dell’isola rappresenta un interesse strategico crescente, ma eventuali pressioni sulla Groenlandia rischierebbero di complicare anche i rapporti con la Danimarca e con gli altri alleati europei.Il caso dei due pozzi esplorativi mostra quindi una competizione più ampia per il futuro dell’Artico, dove risorse energetiche, materie prime, nuove rotte commerciali e sicurezza militare sono sempre più intrecciate. Al centro resta la posizione di Nuuk, che rivendica il diritto di decidere tempi e condizioni dello sfruttamento delle proprie risorse.