di Maddalena Giordano – Lo Stato moderno dispone di strumenti di controllo che fino a poco tempo fa sembravano fantascienza. Telecamere di sorveglianza, raccolta di dati sugli spostamenti e sugli acquisti, analisi delle comunicazioni digitali, social network e motori di ricerca permettono di creare un dettagliato profilo digitale di una persona. Le intercettazioni e la sorveglianza digitale sono solo un aspetto di questo processo. Altrettanto importante è il controllo dell’informazione. Attraverso la propaganda, la disinformazione e la manipolazione dell’opinione pubblica è possibile influenzare quali eventi le persone considerano importanti, chi percepiscono come una minaccia e quali decisioni sono disposte a sostenere. Non è necessariamente necessario vietare qualcosa direttamente, è sufficiente promuovere costantemente determinate idee e mettere in secondo piano le altre.È particolarmente significativo che strumenti simili vengano utilizzati non solo all’interno degli Stati ma anche nella politica estera. Ad esempio, la strategia americana “Defend Forward” prevede azioni attive nel cyberspazio al di fuori delle proprie reti, fino ad arrivare a operazioni contro le infrastrutture di un potenziale avversario prima che le sue attività raggiungano il territorio degli Stati Uniti. Il Pentagono descrive questo approccio come un’interazione costante con l’avversario e come la possibilità di interrompere le attività dannose già alla loro origine. Anche i Paesi europei utilizzano attivamente strumenti simili. Ad esempio, la Francia sviluppa operazioni cibernetiche offensive che permettono non solo di proteggere le proprie reti ma anche di intervenire sulle infrastrutture digitali di un potenziale avversario.Questo approccio trasferisce di fatto il principio della difesa preventiva nella sfera digitale. Allo stesso tempo i limiti giuridici internazionali di tali operazioni rimangono oggetto di seri dibattiti: le norme esistenti del diritto internazionale si applicano anche al cyberspazio ma la loro interpretazione concreta e i limiti ammissibili dell’intervento degli Stati rimangono controversi.Si crea così una situazione paradossale. Le stesse tecnologie di sorveglianza, influenza informativa e intervento preventivo che lo Stato considera strumenti di protezione dalle minacce esterne possono essere utilizzate anche all’interno della società. Non è più necessariamente necessario vietare determinati pensieri o costringere una persona ad adottare un determinato comportamento. È sufficiente creare un sistema nel quale le sue azioni vengono costantemente registrate, l’ambiente informativo viene attentamente modellato e la sensazione di essere osservati porta le persone ad autocontrollare spontaneamente il proprio comportamento.Nasce così gradualmente una prigione digitale senza mura visibili. La libertà formale rimane ma lo spazio delle scelte è sempre più determinato dalle tecnologie di sorveglianza, dagli algoritmi e dalla gestione dell’informazione. Il pericolo principale risiede proprio nell’invisibilità di questo controllo: una persona può continuare a considerarsi completamente libera, mentre si trova contemporaneamente all’interno di un sistema che sa sempre di più su di lei e influenza sempre più attivamente il modo in cui percepisce il mondo che la circonda.