Il 71% degli americani non vuole data center vicino casa. E la Cina osserva

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Che gli americani non vogliano data center AI vicino a casa è un fatto ormai difficile da contestare: il 71% si oppone alla costruzione di un centri di elaborazione dati nella propria area, secondo Gallup, con quasi la metà fermamente contraria. È un processo “nimby” tipico, che non riguarda solo gli Usa, ma anche l’Italia. Quello che si è aggiunto nelle ultime settimane è un secondo livello, più scivoloso: l’accusa, formulata da esponenti repubblicani e da parte della Silicon Valley, che dietro quella rabbia genuina delle collettività si muova anche un lavoro di amplificazione straniera — pagamento di attivisti locali incluso — con Pechino come sospettato principale di usare la leva locale per i propri interessi globali.Un rapporto della società di digital risk management Alethea documenta circa 700 menzioni dei data center da parte di media statali cinesi, russi e iraniani tra gennaio e giugno, descritte come un tentativo di trasformare la rivolta interna contro i data center in un “cuneo contro la fiducia nelle infrastrutture, nelle aziende e nel governo degli Stati Uniti”. Sul fronte politico, il presidente della commissione Energy and Commerce della Camera, Brett Guthrie, ha indirizzato una lettera che chiede all’amministrazione Trump di indagare su queste presunte campagne, sostenendo di avere “prove solide”.Il fenomeno, del resto, non è un’esclusiva americana. Anche in Italia, dove il governo Meloni ha recentemente raccontato come gli investimenti in queste strutture cruciali siano arrivati a 25 miliardi di euro (progettati), ci sono situazioni simili. In Lombardia, dove si concentra circa metà degli impianti italiani e oltre il 60% delle oltre 500 richieste di connessione presentate a Terna, sta emergendo una mappa dell’opposizione sociale che ricalca da vicino quella statunitense: a Lacchiarella, a sud di Milano, un paio di centinaia di persone si sono radunate l’11 luglio contro il progetto Apto Campus, in un’area — tra Lacchiarella, Zibido San Giacomo, Opera e Siziano — dove si sovrappongono almeno cinque progetti in fase diverse di autorizzazione; a Travagliato, nel Bresciano, un consiglio comunale sul tema ha richiamato oltre 300 persone in presenza e circa 800 in streaming. Mancano ancora, in Italia, sia una rete nazionale organizzata paragonabile a movimenti storici come il No Tav, sia  qualsiasi accusa di regia straniera: le proteste restano apparentemente espressione di comitati locali, ma cosa sia sotto la superficie non è del tutto chiaro.Il punto interessante non è dunque se l’interferenza esista — è plausibile, e in parte documentata — ma perché funzioni. Un’operazione di influenza non crea dal nulla un’opinione pubblica ostile; la trova già lì, e la asseconda. Un sondaggio NBC News di marzo collocava a visione favorevole nei contro dell’AI a meno 20 punti — peggio del Partito Repubblicano, peggio dell’Ice, terza in una classifica che include anche il governo iraniano. L’opposizione ai data center è bipartisan quasi in modo identico: il 75% dei democratici e il 63% dei repubblicani si direbbero contrari a un impianto nella propria zona. Le ragioni sono quelle classiche del contesto Nimby (salute e sicurezza, inquinamento, qualità della vita, rispetto paesaggistico, valore immobiliare), più alcune letture complottiste (che non mancano mai) e quelle legate a dubbi, insicurezze e incomprensioni sull’intelligenza artificiale.È esattamente il tipo di frattura — trasversale, emotiva, ancorata a paure materiali su bollette e occupazione più che a posizioni ideologiche coerenti — che un’operazione di influenza esterna può sfruttare con efficacia molto maggiore rispetto a un tema già polarizzato lungo linee di partito prevedibili. Non serve costruire il consenso: basta trovarne la crepa più larga e allargarla.È in questo schema che la recente lettera che Bernie Sanders – storico senatore leftist – ha inviato ai leader del settore aziendale dell’AI, chiedendo un blocco dello sviluppo della tecnologia, rischia di essere un ulteriore punto di aggancio. Sanders ha costruito la sua battaglia su un registro esplicitamente populista: le grandi aziende tecnologiche minacciano lavoro, salute pubblica e controllo democratico, e vanno fermate prima che sia troppo tardi. Il rischio, per ora più logico che fattuale, è quello che la sequenza suggerisce: se un’operazione di influenza cerca la crepa più larga nell’opinione pubblica, e se un registro populistico di successo elettorale lavora proprio per allargare — legittimandola su scala nazionale — un’ansia che altrimenti resterebbe dispersa in proteste locali, allora la ricerca di consenso interno e lo sfruttamento esterno di quella stessa ansia rischiano di muoversi, senza alcun coordinamento e senza che il primo lo sappia o lo voglia, nella stessa direzione.Se Sanders alimenta involontariamente la frattura dandole voce politica, Mark Zuckerberg prova a richiuderla dal lato opposto — non con l’argomento della sicurezza, ma con quello dell’infrastruttura. Il fondo da 1 miliardo di dollari per le comunità che ospitano i data center Meta, annunciato lo stesso giorno della lettera di Sanders, è un tentativo esplicito di disinnescare la componente più materiale della rabbia locale — bollette, occupazione, ricadute economiche — prima che trovi ulteriori sbocchi politici o superfici di amplificazione esterna. È una risposta che non discute né la cornice esistenziale di Sanders né quella dell’interferenza cinese: la aggira, cercando di rendere l’opposizione materialmente meno conveniente comunità per comunità. Non è detto che funzioni — comprare consenso locale campus per campus è un’operazione lenta, complessa, alimentata per altro da una società Big Tech che si porta dietro una serie di ostilità sociali pregresse, mentre la frattura politica nazionale si allarga più rapidamente. Tuttavia è la controprova di quanto la partita si giochi ormai meno sulla policy federale e più sulla tenuta del tessuto sociale che la sostiene — lo stesso tessuto che Pechino starebbe già osservando con molto interesse.