La rivoluzione di Djokovic: «Set a quattro game». Così lo sport può cambiare senza perdere la propria identità

Wait 5 sec.

Se c’è un tennista che può permettersi di immaginare una rivoluzione del tennis, quello è Novak Djokovic.Il grande serbo, l’immortale da ventiquattro titoli Slam, con oltre cento tornei ATP conquistati, una carriera trascorsa ai vertici assoluti del circuito e una longevità agonistica che lo vede ancora competitivo alle soglie dei quarant’anni. Un insieme di elementi tutt’altro che scontati e che conferiscono al campione serbo un’autorevolezza che pochi altri sportivi possono vantare.Per questo motivo, quando propone di modificare uno dei pilastri del regolamento, anche in uno sport rimasto granitico di fronte all’evolversi dei tempi, difficilmente si tratta di una semplice provocazione.L’idea è destinata inevitabilmente a dividere. Da una parte c’è chi considera il formato delle partite un elemento intoccabile dell’identità del tennis, dall’altra chi ritiene ormai necessario adattare il gioco ai cambiamenti vissuti dallo sport professionistico, sempre più condizionato dall’intensità dei calendari, dalla preparazione atletica, dalle esigenze televisive e dall’evoluzione delle abitudini del pubblico.Senza dimenticare il fattore meteo, inteso come climate change. È ancora sotto gli occhi di tutti l’immagine di Jannik Sinner travolto dal caldo di una Parigi infuocata durante il Roland Garros che da consuetudine si gioca a maggio.Un fattore dunque che sui tornei all’aperto – e tutti i Grandi Slam si disputano all’aperto – sta impattando sempre più.La rivoluzione di Djokovic: set da quattro game e niente vantaggiMa occorre ricostruire tutto il contesto nel quale il fuoriclasse serbo ha lanciato la sua proposta a carattere rivoluzionario. Durante il Fanatics Fest di New York, una tre giorni di confronto e dibattito dedicata allo sport che si è svolta nella Grande Mela nelle scorse settimane, Nole è stato intervistato dallo youtuber Nick Knows Ball a cui ha spiegato quale sarebbe, a suo giudizio, il modo migliore per rendere il tennis più sostenibile senza stravolgerne la natura.«Bisognerebbe cambiare il formato del punteggio: giocare fino ai quattro game per ogni parziale, possibilmente senza vantaggi all’interno del game, al meglio dei cinque set. Potremmo mantenere così le partite dentro l’arco delle due ore: è meglio per tutti».Una proposta che riprende in realtà, quanto già viene adottato alle Next Gen ATP Finals, il torneo riservato ai migliori giovani del circuito.Torneo che, è il caso di ricordare, ne ha sfornati di campioni, considerando che è stato vinto, tra gli altri, da Jannik Sinner e Carlos Alcaraz.Applicare quel modello ai tornei ATP e soprattutto agli Slam rappresenterebbe in tutto e per tutto una delle rivoluzioni (se non la rivoluzione) più profonde mai ipotizzate nella storia del tennis moderno.Il fascino e i limiti delle “maratone” di tennisLiquidare la proposta come una semplice conseguenza dell’età di Djokovic sarebbe probabilmente riduttivo, nonché un torto alla storia ma anche alle performance del fuoriclasse.È vero che il campione serbo, ormai vicino ai quarant’anni, vive oggi sulla propria pelle quanto recupero fisico e gestione delle energie incidano sul rendimento; è tuttavia altrettanto vero che il tennis professionistico è profondamente cambiato.Le stagioni sono sempre più dense, il calendario propone eventi praticamente per undici mesi l’anno, gli impegni commerciali si moltiplicano e anche il pubblico si è progressivamente abituato a consumare contenuti sempre più rapidi.Certo, le grandi maratone continuano a rappresentare una delle immagini più affascinanti di questo sport, come dimostrano alcune delle partite che hanno contribuito a costruire il mito dello stesso Djokovic, dall’Australian Open 2012 vinto contro Rafael Nadal dopo cinque ore e 53 minuti fino alla finale di Wimbledon 2019 conquistata annullando due match point a Roger Federer dopo quasi cinque ore di gioco.Arrivando alla storia recente, è già epica la finale del Roland Garros 2025 tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, durata cinque ore e ventinove minuti, entrata nella storia come una delle più lunghe e spettacolari mai disputate, facendo registrare anche risultati televisivi di assoluto rilievo.Allo stesso tempo, incontri di questa durata incidono inevitabilmente sulla programmazione televisiva, sulla gestione dei tornei e – non da ultimo – sul recupero degli atleti, che poi sempre più sono costretti a saltare o a dare forfait ai tornei successivi.Quando è la longevità degli atleti a cambiare i regolamentiVa anche detto che la riflessione di Djokovic si inserisce in un fenomeno molto più ampio.Negli ultimi anni la carriera degli sportivi d’élite si è progressivamente allungata grazie ai progressi della medicina, della preparazione atletica e dell’alimentazione.Cristiano Ronaldo continua a competere ai massimi livelli a quarantun anni, Lionel Messi ha trascinato la sua Argentina, ancora una volta, fino alla finale dei Mondiali 2026.E poi Lewis Hamilton e Fernando Alonso che guidano ancora in Formula 1, mentre LeBron James è arrivato a condividere il parquet con il figlio Bronny, un’immagine che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impossibile anche solo da immaginare.L’allungamento della vita agonistica porta inevitabilmente con sé nuove riflessioni sulla gestione dei calendari, dei recuperi e perfino dei regolamenti. Non è quindi soltanto una questione anagrafica: è l’intero ecosistema dello sport professionistico che sta cambiando.Eppur si evolve. Dal calcio alla F1, tutti gli sport sono in movimentoLo sport non è materia statica, per sua natura. Anche le discipline più granitiche, anche i regolamenti più intoccabili subiscono ritocchi, cambiamenti se non quando rivoluzioni vere e proprie.Il calcio ha appena sperimentato ai Mondiali 2026 una delle più profonde trasformazioni regolamentari della propria storia recente.Oltre all’allargamento del torneo a 48 nazionali, la FIFA ha ampliato le competenze del VAR, introdotto nuove misure contro le perdite di tempo, modificato la gestione delle sostituzioni, degli infortuni e dei tempi di ripresa del gioco, aprendo contemporaneamente la porta a uno spettacolo sempre più vicino ai grandi eventi americani con l’ipotesi di un halftime show per la finale.La Formula 1, dal canto suo, continua da anni a modificare format dei weekend, gare Sprint e calendario per aumentare spettacolo, competitività e valore commerciale del prodotto.Sport diversi, esigenze differenti, ma una direzione comune: trovare un equilibrio tra tradizione, sostenibilità economica e nuove modalità di fruizione.Il seme del dubbio insinuato da Nole: tra tradizione e innovazione il dibattito è appena iniziatoTornando alla proposta di Nole, non tutti, naturalmente, condividono la visione di Djokovic.Tra le prime reazioni ha fatto discutere quella del brasiliano Joao Fonseca, che ha liquidato la proposta con una battuta: «Dice così perché sta invecchiando».Il giovane talento sudamericano ha poi aggiunto di ritenere il formato tradizionale parte integrante della storia del tennis e, proprio per questo, da preservare.Una posizione, questa sì provocatoria, e forse irrispettosa della storia scritta dal campione serbo.Ma è anche, se non giusto, quantomeno naturale che ogni generazione di sportivi, voglia in qualche modo soppiantare quella che l’ha preceduta.Del resto, ogni generazione di sportivi finisce inevitabilmente per confrontarsi con lo stesso interrogativo: quanto si può innovare senza snaturare uno sport?La proposta di Djokovic difficilmente verrà adottata nel breve periodo.Ma il fatto stesso che uno dei più grandi tennisti della storia abbia deciso di metterla sul tavolo è un segnale impossibile da ignorare di come anche uno sport intransigente e dogmatico come il tennis debba avviare una riflessione a livello sistemico sul valore del cambiamento.