Atalanta, Bologna, Fiorentina Milan, Parma e Roma: mezza Serie A è in mano alle proprietà USA e non è una semplice coincidenza: è il segnale di una profonda trasformazione che sta avvenendo nel calcio italiano. La prospettiva, del resto, è chiara: i club del nostro campionato rappresentano aziende da valorizzare e non dei beni gelosamente da custodire per il prestigio personale.In questo elenco non è presente l’Inter, visto che nonostante sia controllata dal fondo statunitense Oaktree, quest’ultimo è stato appena acquisito dalla multinazionale canadese Brookfield. Ma la domanda non cambia: l’obiettivo dei gruppi finanziari statunitensi è vincere davvero o aumentare il valore dell’investimento?Perché i gruppi USA investono nel calcio italianoUna delle principali ragioni che indirizza l’interesse statunitense verso le nostre organizzazioni sportive risiede nella storicità dei marchi legati alle nostre società di calcio, considerando l’enorme riconoscibilità che alcuni dei nostri club vantano ancora oggi all’estero. Un appeal che non si è mai sopito con il passare del tempo, anzi: l’eco delle imprese sportive in ambito nazionale e internazionale, i grandi campioni transitati, epoca dopo epoca, in quello che era senza dubbio considerato il campionato più bello e difficile del mondo, hanno da sempre catturato l’attenzione di decine di migliaia di tifosi in tutto il mondo e il fascino che riveste il calcio italiano negli USA, seppur attualmente il nostro movimento sia in una profonda crisi di identità, non è mai passato di moda.Certamente, non mancano tuttavia valutazioni che possiedono sfumature a forti tinte economiche. Quello che più appare chiaro è che i club italiani, agli occhi del capitale americano, oltre che rappresentare un investimento collaterale che diversifica il rischio, sono considerati asset sottovalutati dal mercato ma con grande potenziale di crescita. Innanzitutto, costano meno dei club di Premier League. In secondo luogo, hanno dalla loro due caratteristiche che altre realtà non hanno: da un lato, un potenziale commerciale ancora inespresso, considerando le possibilità di espansione in mercati ancora inesplorati (o non del tutto monetizzati) alla ricerca di nuove fonti di ricavo. Dall’altra parte ci sono ampissimi margini per creare valore immobiliare tra nuovi stadi e ammodernamento dei centri sportivi. Lo scopo è ridurre velocemente il gap con le big europee, ma solo attraverso un business consolidato da ricavi ricorrenti, gestioni più oculate e processi decisionali più snelli ed efficienti.Il cambio di mentalitàLe differenze tra una gestione basata sul modello tradizionale italiano e quella voluta dai fondi americani è piuttosto evidente dal punto di vista dei modelli decisionali e strategici. Per decenni, infatti, il modello tradizionale italiano vedeva in prima linea il presidente-tifoso, che investe sull’onda dell’emotività, accentrando i processi decisionali senza una reale pianificazione riguardo l’utilizzo strategico del capitale. Un modello, questo, che lentamente è andato deteriorandosi con l’avvento del Fair Play Finanziario, che ha spazzato via governance obsolete per quei club dipendenti oltremodo dalla ricchezza e dagli umori del loro “padrone”Il modello americanoCon il modello americano invece il club diventa un’impresa. Governance di stampo manageriale, CEO e dirigenti specializzati guidano la gestione strategica del club. La valorizzazione dell’asset sportivo parte invece da presupposti chiari: controllo dei costi, pianificazione pluriennale, indicatori di performance: tutto ciò rappresenta un modello di sostenibilità che poggia su pianificazione e prevedibilità a scapito di modelli più volatili e incerti.In questa direzione, che non significa necessariamente austerità o scarsa propensione all’investimento, si muove la progressiva riduzione del monte ingaggi e del costo della rosa. A monte della riflessione, in questo senso, non vi è solamente la necessità di una revisione dei compensi da destinare ai calciatori quanto anche il numero stesso dei calciatori a disposizione dello staff tecnico. Il taglio dei giocatori in esubero, fra le altre cose, rientrerebbe in quella politica della riduzione degli sprechi come tassello che fa il paio con l’attenzione a non generare minusvalenze o a pagare stipendi ad atleti fuori progetto.Proprio dalla stessa logica, che fa storcere un po’ il naso si tifosi, nasce l’idea che i capitali immobilizzati per l’acquisto dei calciatori debbano rimanere allineati ad un rigore finanziario secondo cui l’investimento non debba guardare solo al presente ma soprattutto al futuro: costo del cartellino, stipendio, ammortamento, potenziale valore futuro, possibilità di rivendita: la logica è che ogni euro speso deve generare un ritorno crescente sull’investimento.Le aree in cui stanno investendoI gruppi finanziari statunitensi non investono solo nel calciomercato. Come già ampiamente sottolineato, gli investimenti destinati al parco giocatori seguono una precisa logica che esula dal grande investimento fine a sé stesso. Gli operatori finanziari americani programmano investimenti in infrastrutture, digitalizzazione, marketing, sviluppo commerciale, fan engagement. L’obiettivo è aumentare il fatturato, non solo la posizione in classifica.RedBird ad esempio, il proprietario del Milan, ha lavorato innanzitutto sulla sostenibilità finanziaria del club, sui ricavi e sulla valorizzazione dei giovani ma all’orizzonte c’è l’ambizioso progetto del nuovo stadio in condivisione con l’Inter, che come detto comunque mantiene una anima statunitense. Rocco Commisso alla Fiorentina, ha sostenuto l’iniziativa pubblica dell’ammodernamento del nuovo stadio investendo tuttavia sulla costruzione del nuovo centro sportivo Viola Park. Progetto che viene seguito fedelmente dalla sua famiglia che ora gestisce direttamente il club viola. L’Atalanta invece con Stephen Pagliuca ha puntato su continuità e crescita graduale: in mezzo, invece, come fulcro della crescita, una nuova fan experience con notevoli investimenti sullo stadio. Anche i Friedkin alla Roma pensano allo stadio come priorità strategica.Per gli investitori americani la costruzione degli impianti di proprietà rappresenta il principale limite del calcio italiano. L’enfasi posta sulla questione dipende da un motivo precipuo: per i grandi gruppi finanziari americani è proprio lo stadio ad essere il principale asset economico di un club poiché segue quelle logiche industriali (di ricorrenza e stabilità dei ricavi) che incrementano la solidità del club stesso. Il problema italiano tuttavia è che la maggior parte degli impianti è di proprietà comunale, spesso datati e poco sfruttabili dal punto di vista commerciale.Di conseguenza, le proprietà americane si scontrano con lunghe procedure burocratiche per costruire o riqualificare gli impianti. Si perde dunque l’occasione di ridurre la forbice con i migliori club d’Europa, Premier in testa, e di uscire definitivamente dalle logiche dell’autofinanziamento: tutto ciò permetterebbe ai nostri club di mantenere in rosa i migliori calciatori per dare vita ad uno “spettacolo” sempre più competitivo e rivendibile a livello televisivo.Molti tifosi sperano che l’arrivo di un fondo o di un gruppo finanziario americano significhi automaticamente vittorie e grandi successi. In realtà, essi puntano globalmente ad aumentare il valore del club: un modello che differisce sostanzialmente da quello più discusso del Manchester City. Entrambi trattano il club come un’impresa, ma le strategie seguono percorsi diversi: per i Citizens infatti la crescita è sostenuta da una proprietà con enormi possibilità finanziarie, mentre molte proprietà americane spostano il focus sulla sostenibilità del club e sulla creazione di valore attraverso efficienza gestionale, infrastrutture e incremento del valore degli asset. In altre parole, nel calcio moderno non esiste un solo modello vincente; tuttavia vi è un elemento in comune: il successo sportivo è sempre più il risultato di una strategia imprenditoriale strutturata e non più delle idee di investimento estemporanee di un modello gestionale che ormai non esiste più.