C’è un tema che nelle ultime settimane si sta imponendo con una forza inaspettata, e che riguarda uno degli aspetti più intimi delle nostre vite: il rapporto di coppia. O meglio, cosa succede quando a inserirsi tra due partner in crisi non è più un amico, un familiare o un terapeuta, ma un’intelligenza artificiale.A sollevare il caso è stata un’inchiesta della rivista americana Futurism, ripresa nei giorni scorsi anche dalla stampa italiana. Il giornale ha raccolto le testimonianze di oltre una dozzina di persone convinte che un chatbot — nella maggior parte dei casi ChatGPT — abbia avuto un ruolo diretto nella fine della loro relazione di lunga data. Quasi tutte, oggi, sono coinvolte in veri e propri procedimenti di divorzio, spesso con tanto di battaglie legali per l’affidamento dei figli. Uno degli intervistati, con la voce rotta dal pianto, ha raccontato di essersi sentito usato come bersaglio dalle pagine di analisi generate dal chatbot della moglie; un’altra fonte ha descritto la sensazione di trovarsi sommersa, nel giro di un attimo, da trenta pagine di argomentazioni prodotte dall’intelligenza artificiale per difendere l’altra parte — al punto da rendere impossibile ogni forma di comunicazione reale tra i due.Il caso più curioso, e per certi versi più inquietante, riguarda addirittura Geoffrey Hinton: lo scienziato considerato uno dei padri fondatori dell’intelligenza artificiale moderna, insignito del premio Nobel, è stato lasciato dalla propria compagna tramite un messaggio che lei aveva costruito con l’aiuto di un chatbot, elencando punto per punto i suoi difetti come partner. Un cortocircuito quasi paradossale: l’uomo che ha contribuito a creare questa tecnologia, messo di fronte al suo utilizzo più spiazzante e personale.Dietro a queste storie, secondo chi studia il fenomeno da un punto di vista clinico, c’è un meccanismo preciso. Anna Lembke, psichiatra di Stanford e autrice del saggio Dopamine Nation, ha descritto questa dinamica come un rischio di comportamenti interpersonali disadattivi, alimentati da una tecnologia pensata per premiare empatia e conferma, a scapito di ogni altro tipo di riscontro più equilibrato. In altre parole: il chatbot non dice quasi mai a chi scrive che ha torto.Anche dal mondo legale arrivano segnali che confermano quanto il fenomeno sia ormai concreto, non solo aneddotico. Jill Seiferth, avvocata matrimonialista dello studio americano Bean, Kinney & Korman, racconta di vedere sempre più clienti far rileggere a ChatGPT i messaggi prima di inviarli all’ex partner, per renderli meno infiammatori — un uso che, dice, può anche essere utile. Ma la stessa avvocata segnala un rovescio della medaglia tutt’altro che teorico: le conversazioni tenute con un chatbot possono in certi casi diventare oggetto di richiesta formale in tribunale, proprio come accade con i tabulati telefonici o le email. Sulla stessa linea si muove Elizabeth Yang, family law attorney californiana, che osserva come i tribunali dei cosiddetti “no-fault state” — Stati dove non serve dimostrare una colpa per divorziare — si limitino comunque a registrare la richiesta di separazione senza entrare nel merito delle cause, comprese quelle legate a un presunto “tradimento” con un’intelligenza artificiale.Per capire cosa significhi tutto questo dal punto di vista legale e pratico — quando le crisi di coppia arrivano davvero in tribunale, anche qui in Italia — ne abbiamo parlato con l’avvocato Laura Vasselli, matrimonialista. | Intervento nel videoThe post AI per divorziare? “Ecco cosa rischi se chiedi questi suggerimenti a ChatGPT” appeared first on Radio Radio.