Cinema Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare nulla

Wait 5 sec.

Ogni sessione di bilancio porta con sé il solito teatro di polemiche sui presunti tagli alla cultura, ma la realtà dei fatti smentisce puntualmente la retorica del piagnisteo di settore. Il ministero della Cultura ha infatti trovato la formula finanziaria per ripristinare e persino incrementare la dotazione del Fondo per il cinema e l’audiovisivo, aggiungendo ben 200 milioni di euro attraverso il decreto Infrastrutture e Pnrr. Si tratta dell’ennesimo espediente contabile per mantenere in vita un meccanismo statalista di sussidi a pioggia, dimostrando come l’attuale esecutivo continui a perseguire la medesima linea del passato in perfetta continuità.L’illusione di una svolta rigorista o liberista si infrange contro la realtà dei numeri e dei decreti attuativi. L’incremento del Fondo porterà la dotazione a 660 milioni di euro per il 2026 e a 650 milioni per il 2027, per poi assestarsi sulla quota base di 500 milioni a decorrere dal 2028. Ma chi garantisce che questa cifra non verrà continuamente ritoccata al rialzo tramite i soliti interventi d’urgenza? Attraverso lo strumento del tax credit lo Stato continuerà a finanziare a fondo perduto pellicole prive di riscontro al botteghino che spesso veicolano un’impostazione ideologica diametralmente opposta a quella che una maggioranza conservatrice e liberale dovrebbe promuovere, o quantomeno smettere di sovvenzionare.Il testo della riforma approvato per l’Aula non scardina affatto la logica del contributo pubblico, ma si limita a riorganizzare la burocrazia di gestione. La futura nascita dell’Agenzia per il cinema e l’audiovisivo, destinata a subentrare alla Direzione Generale del Ministero a partire dal 2028, rappresenta solo un trasloco di poltrone all’interno del perimetro pubblico. Invece di smantellare l’impalcatura assistenziale e restituire centralità al mercato, si crea un nuovo ente statale affiancato da un Forum del cinema, ponendo le premesse per l’ennesimo tavolo consociativo. In questo modo si perpetua una politica di spesa che continua a far gravare sui contribuenti il peso di un comparto incapace di camminare sulle proprie gambe.La logica del circoletto e l’odio per il mercatoPer comprendere l’inefficienza strutturale di questo sistema assistenziale basta osservare i criteri con cui il settore auto-assegna il prestigio artistico e distribuisce le proprie risorse. L’ultima edizione dei David di Donatello ha offerto una dimostrazione plastica di un’industria autoreferenziale: la pellicola Le città di pianura di Francesco Sossai ha fatto il pieno con 16 nomination e ben 9 statuette conquistate (tra cui Miglior Film e Miglior Regia), pur avendo incassato al botteghino appena 800mila euro, a fronte di oltre 900mila euro di contributi pubblici e tax credit. È la fotografia perfetta della logica da circoletto e di amichettismo che domina la cinematografia nazionale, dove il giudizio del pubblico pagante viene totalmente subordinato al gradimento delle commissioni e dei salotti d’area.Leggi anche:Cinema, i David snobbano Zalone e premiano i film girati a nostre speseCinema, è braccio di ferro Giuli-GiorgettiI dati economici dell’intera stagione confermano un divario profondo tra i titoli sostenuti dal contribuente e le reali preferenze degli italiani nelle sale. Progetti come Queer di Luca Guadagnino – pluricandidato e vincitore di 2 David tecnici – hanno beneficiato di oltre 17 milioni di euro di tax credit per fermarsi a soli 1,3 milioni di incassi, mentre La città proibita di Gabriele Mainetti ha ricevuto circa 5,6 milioni di sostegno pubblico incassandone appena 1,7 al botteghino pur portandosi a casa 3 premi. Nel complesso, i principali titoli acclamati dalla critica istituzionale e ricoperti di riconoscimenti arrivano a racimolare una ventina di milioni di euro di incasso complessivo a fronte di oltre 34 milioni di euro versati dallo Stato, dimostrando che il valore commerciale e l’interesse del pubblico sono variabili del tutto opzionali per chi produce.Di contro, i rari fenomeni capaci di generare un reale valore economico e riempire i cinema vengono tenuti a debita distanza dal riconoscimento istituzionale. Il film Buen Camino di Checco Zalone ha polverizzato ogni record con oltre 76,5 milioni di euro di incasso, dimostrando che il cinema può produrre ricchezza senza vivere di sussidi, eppure è stato confinato a una sola candidatura marginale per la miglior canzone, restando a bocca asciutta senza vincere neanche un premio. Un paradosso che dimostra come il sistema premiante e la politica dei contributi remino nella direzione opposta a quella di una vera industria culturale liberale, dove l’unico giudice sovrano e meritocratico dovrebbe essere il libero mercato.Un sistema da smantellare, non da riformareRassicurare il settore affermando che questo intervento «conferma l’attenzione del Governo per un settore strategico dell’industria culturale nazionale e offre certezze a imprese, lavoratori, artisti e maestranze», come dichiarato congiuntamente dal ministro della Cultura Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria Lucia Borgonzoni, significa arrendersi alla solita retorica del soccorso pubblico. Anche l’entusiasmo dei produttori, sintetizzato dalle parole del presidente di Anica Alessandro Usai che parla di «un intervento importante e tempestivo», conferma che la filiera resta felicemente avvinghiata alla mammella statale invece di mettersi in gioco sul piano della competitività globale.Allo stesso modo, le posizioni della presidente di Apa Chiara Sbarigia, secondo cui queste risorse permetteranno ai produttori indipendenti «di lavorare con maggiore serenità e programmare le produzioni per il 2027, salvando decine di migliaia di posti di lavoro», dimostrano l’incapacità del comparto di concepire l’impresa senza il paracadute del contribuente. Persino le critiche di chi, come Angelo Zaccone Teodosi di IsICult, reputava il testo precedente «più deciso e coraggioso» ma apprezza comunque il «riordino degli incentivi», svelano come il dibattito si consumi unicamente sul quanto e sul come spendere, e mai sull’opportunità di azzerare del tutto il sistema di prelievo e redistribuzione statale.La vera scelta coraggiosa e liberale consisterebbe nell’azzerare completamente il Fondo per il cinema e abolire il meccanismo drogato del tax credit, lasciando alla libera scelta degli spettatori e degli investitori privati il compito di selezionare i progetti meritevoli. Continuare a finanziare strutture burocratiche, fondi speciali e comitati di gestione sotto la benedizione del governo di centrodestra significa applicare la massima di Tomasi di Lampedusa al bilancio dello Stato: cambiare la forma della governance per fare in modo che l’egemonia culturale e lo spreco di risorse pubbliche rimangano esattamente identici al passato.Enrico Foscarini, 10 agosto 2026L'articolo Cinema Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare nulla proviene da Nicolaporro.it.