La lezione del professor D’Orsi, l’Angelo della sua “verità”

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Il 2 giugno 2026, è nato “Agorà”, il movimento politico frutto di un’idea dallo storico Angelo D’Orsi per entrare direttamente nell’agone politico. Il sottotitolo “Dalla Piazza al Parlamento” ha come obiettivo, spiega D’Orsi, “portare la voce di tutti i milioni di cittadini che in questi anni hanno manifestato per Gaza, per la pace in Ucraina e per il No al referendum costituzionale dove può veramente contare qualcosa”.Da qui lo storico si lancia in una invettiva dichiarando che quello di “Agorà” è:un progetto nuovo, per uno scopo che ci riguarda tutti da vicino. Non lasciamo la cosa pubblica nelle mani di chi non la sa gestire, di chi è al servizio di potenze straniere e se ne serve soltanto a scopi personali, familiari, o di partito. Ritorniamo a fare politica, direttamente, ricordando che la politica, tante volte vilipesa e oltraggiata, è “la più nobile delle arti”, come ci insegnano i classici, da Platone ad Aristotele, da Cicerone a Machiavelli, fino a Gramsci.Fino a qua nulla di strano. Dietro il colto richiamo ad autori illustri D’Orsi si pone alla testa di una sinistra radicale, portatrice di istanze antioccidentali, siano queste contro l’esistenza della Nato, contro l’appoggio all’Ucraina ecc. Posizioni, anche se non da tutti condivise, assolutamente legittime, come è giusto che sia in una società “libera” ed “occidentale”, peraltro tanto esecrata dal Nostro.Il punto nodale non risiede nelle idee manifestate, ma nel tono con le quali vengono sostenute.L’arma della delegittimazioneSe il suo radicalismo lo può avvicinare ad intellettuali, di calibro superiore, come Luciano Canfora, la modalità di narrazione è assolutamente specifica e propria. Dove il filologo barese, ad esempio, ostenta le sua erudizione tenendo in non cale quanto i suoi avversari possano opporre alle sue parole, ecco che D’Orsi usa l’arma del dileggio e della delegittimazione come strumento sistematico.In un intervento su La7 il professore, ormai in aperta polemica con il duo Calenda-Picerno, ha fatto fronte alle accuse di “putinismo”, apparentemente suffragate dalle non poche comparsate in terra russa del docente torinese di adozione con le seguenti parole: Pina Picerno non meriterebbe una risposta, innanzitutto perché sono solito parlare solo con quelli ai quali riconosco un minimo di dignità intellettuale e lei non ce l’ha […]. Io sono al servizio della verità come storico. Quale è il compito dello storico se non accertare la verità dei fatti per e per come si sono realmente svolti? Il problema è che la verità spesso urta la propaganda e appunto non posso che ribattere e rovesciare sulla Picerno ed i suoi accoliti questa accusa di essere dei propagandisti. Non riconosco nessuna dignità intellettuale a chi le muove.Storico militanteIn queste poche parole vi è l’essenza del magistero storico e politico di D’Orsi. A parte il vacuo senso di superiorità espresso, immotivato, visto che l’agone politico non è un simposio storico, si nota come, sia nell’analisi storica, sia nella proposta politica, la vis polemica e militante e la metodologia scientifica si mischino in un tragico zibaldone.Lo stesso D’Orsi ne va fiero. In un CV pubblicato dal Ministero dell’Interno l’autore mischia, orgogliosamente, in un tutt’uno, sia l’attività didattica e scientifica, sia la militanza politica. Ovvio che un uomo, nella sua sintesi personale, è tante cose in una e divide le sue passioni in differenti rami dell’agire, ma questi dovrebbero non essere mischiati, se si vuole dare forza ed autorevolezza ad entrambi.Non avrebbe senso entrare nello specifico per confutare alcuni ragionamenti dell’autore, come inutile rilevare determinati voluti errori ed omissioni della narrazione storica dei fatti. Questo sarebbe il meno. Il punto nodale è che per D’Orsi lo studio è un momento ancillare al vis politica. Quale distanza dalla lezione di Spinoza! Quale distanza da Bloch, che pur sacrificò la sua vita per affermare i suoi principi etici, senza, però, mischiare la scienza con la politica!Nelle prime pagine de “I chierici della Guerra” (2005) D’Orsi avverte il lettore di non riuscire a “tenere a bada la passione calda del militante (dell’ideale “partito” antiguerra che […] è il “partito della verità”)”. Per inciso si potrebbe osservare che l’autore non spiega cosa sia la pace, laddove fiumi di inchiostro sono stati versati a dire che la pace non è un valore di per sé (assenza di guerra), ma acquisisce significato solo per il suo contenuto morale. Non è un caso che da Tacito e Clausewitz è stato più volte teorizzato che la “pace” è l’imperialista arma del conquistatori.Scienziato o politicoQuesto, però, null’altro è che una bazzecola. Si provi a vedere l’opera di D’Orsi secondo due differenti lenti. La prima quella della dicotomia della professione intellettuale e quella politica. La seconda tramite l’interpretazione del lemma “verità” tanto totalizzante, quanto ambiguo.Come non relazionare le “univoche” – sul piano politico – asserzioni di D’Orsi con le contrastanti metodologie espositive al fondamentale testo di Max Weber “Il lavoro intellettuale come professione” (1919) nelle sue declinazioni “La scienza come professione” (Wisseschaft als Beruf) e “La politica come professione” (Politik als Beruf). La riflessione del grande filosofo è incentrata sul ruolo dell’intellettuale, scienziato e politico, sui limiti intrinseci delle due discipline e sull’inevitabile conflitto tra la scienza, la cui autorità riposa sul suo essere del tutto avalutativa, e la politica, che nella definizione e nella scelta di gerarchie di valori ai quali la realtà deve adeguarsi trova la propria ragion d’essere.È necessario sottolineare che la discussione sulla scienza come professione conduce naturalmente Weber all’esame del ruolo e della carriera dell’insegnante, il cui compito, nella doppia accezione di vocazione e professione implicita nel significato di Beruf, impone di saper sempre distinguere la corretta pratica scientifica, non per questo priva di passione e entusiasmo, dalla “profezia”, ovvero dallo sfruttamento della posizione privilegiata occupata per la diffusione delle proprie opinioni, le quali possono anche non essere errate, ma in quanto opinioni esulano assolutamente dall’ambito scientifico e dal rigore richiesto dall’onestà intellettuale.Il non fornire giudizi di valore è infatti tra i compiti espliciti della scienza: essa deve rivelare i presupposti propri di ciascuna opinione o credenza e le conseguenze che ne derivano. In altri termini, e in particolare per quanto riguarda l’esame delle dottrine morali, deve limitarsi a “costringere o quanto meno aiutare il singolo a rendersi conto del senso ultimo del suo agire”.Questa distinzione di categorie è estranea al magistero di D’Orsi che sacrifica la sobrietà e l’aristocrazia “macchiaveliana” della scienza storica (1513) alla retorica politica, legittima in re ipsa, ma calata nel “giudizio di valore” e non di fatto.Il rapporto con la “verità”Da qui il rapporto con la “verità”. L’autore, nel 2010 fu il curatore di un testo dal titolo “Il Processo di Gesù” per i tipi di una piccola, ma dinamica, casa editrice dal nome “Nino Aragno Editore”. Il tema è intellettualmente “intrigante” riguardando – per credenti e “laici” – il più importante processo della storia, sul piano filosofico. A dare credito ai vangeli “sinottici” (quelli ritenuti “rivelati”), ecco i testi di Luca (22—23) Matteo (26-27), Marco (15) e soprattutto Giovanni (26-27). Emerge – tra questi – come fondamentale la narrazione di Giovanni.Nel breve testo si riporta che il Cristo, sfrontatamente di fronte all’autorità laica afferma di essere il re. Ma che tipo di re? “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. In modo apparentemente scivoloso e distratto, Pilato risponde: “Che cos’è la verità?” (quid est veritas’), in originale greco ἀλήθεια (“non nascosto” o “senza secondi fini”)Ecco che emergono due narrazioni. Quella colta del legato romano: disinvolto nelle sue conoscenze delle filosofia classica (anche se a livello “scolastico”), e del profeta motu proprio. Non è difficile prendere le parti del (forse sannita) governatore della Giudea. Siamo sicuri, dialetticamente, che esista una verità posta ex ante? E che questa possa essere “disinteressata”?Il professor D’Orsi lo sostiene da sempre – come un profeta cresciuto nella Galilea, secoli prima – con la differenza che il secondo subì il finale supplizio come testimonianza. Il primo è sempre presente televisione. Qualche differenza vi è! Personalmente tifo per Pilato. In verità si potrebbe invitare lo storico a rammentare come i grandi disastri del XX secolo sono passati tramite l’esercizio della “verità”.L’essenza del messaggioLa “verità” proposta da D’Orsi, manca della necessaria pacatezza (la verità non ha bisogno di essere urlata, per imporsi: basta la sua piana esposizione), e della profondità di analisi dei fatti, sostituiti, nella narrazione, da proposizioni apodittiche. La verità di D’Orsi è la menzogna elevata a dogma, come in ogni pensiero “assoluto”. Cosa porti questo ce lo ha raccontato Orwell.Ecco che si arriva all’essenza del messaggio di D’Orsi che, negli anni, assume sempre più l’immagine ed il comodo ruolo del “vecchio mal vissuto” di manzoniana memoria, capace di aizzare gli animi e le persone, senza poter minimamente scalfire il presente. Anche questa è l’Accademia italiana!L'articolo La lezione del professor D’Orsi, l’Angelo della sua “verità” proviene da Nicolaporro.it.