La battaglia antitrust contro Google non accenna a placarsi, e uno degli scenari più clamorosi torna a fare capolino: la vendita forzata di Chrome. A riaprire il dossier non è il governo americano, che in questa fase non ha riproposto la richiesta, ma Public Knowledge, un'organizzazione no-profit che ha presentato una memoria alla Corte d'Appello come amicus curiae, ovvero come soggetto esterno che offre osservazioni utili al giudizio. Nel mezzo della vicenda ci sono due nomi che conosciamo bene: Apple e Mozilla, con interessi opposti ma ugualmente enormi in gioco. Il ragionamento di Public Knowledge è semplice quanto scomodo per Google: Chrome e il motore di ricerca sono nelle stesse mani, e questo crea un conflitto di interessi strutturale. Un esempio concreto riguarda i cookie di tracciamento: nell'aprile 2025 Google ha deciso di mantenerli attivi in Chrome, facendo marcia indietro rispetto al progetto di bloccarli per impostazione predefinita. Chi ha preso quella decisione? La stessa azienda che gestisce uno dei più grandi business pubblicitari del mondo, direttamente influenzato da quelle regole. Per Public Knowledge, un Chrome indipendente potrebbe invece prendere queste scelte "esclusivamente nell'interesse degli utenti".La loro posizione è netta: separare Chrome da Google significherebbe affidare il browser a un'organizzazione il cui successo dipende dalla capacità di servire chi lo usa, non di massimizzare i ricavi pubblicitari. Come scrivono nella memoria, "la cessione farebbe sì che le decisioni venissero affidate a un'organizzazione il cui successo dipende principalmente dalla capacità di servire gli utenti del browser".Va detto chiaramente: la vendita di Chrome non è sul tavolo in questa fase del procedimento. Il giudice l'aveva già respinta in precedenza, e il Dipartimento di Giustizia non l'ha riproposta davanti alla Corte d'Appello. Quello che il governo chiede, invece, è confermare la responsabilità di Google e soprattutto eliminare la possibilità che l'azienda paghi Apple e Mozilla per ottenere il posizionamento predefinito dei propri servizi di ricerca. Il provvedimento del settembre 2025 aveva vietato gli accordi di distribuzione esclusiva per sei anni, ma aveva lasciato aperta la porta ai pagamenti in cambio di condivisione dei ricavi pubblicitari.Ed è proprio qui che la storia si complica, perché quei pagamenti valgono miliardi. Google versa ogni anno somme enormi ad Apple affinché il suo motore di ricerca sia il predefinito su iPhone, iPad e Mac. Per Apple è una fonte di entrate straordinaria senza dover sviluppare nulla. Per Google significa accesso immediato a centinaia di milioni di utenti.La situazione di Mozilla è ancora più delicata. L'organizzazione che sviluppa Firefox ha presentato a sua volta una memoria come amicus curiae, avvertendo che il browser potrebbe essere costretto a "uscire dal mercato" se non potesse più ricevere denaro da Google. Mozilla cita anche uno studio interno secondo cui i ricavi crollerebbero drasticamente se Firefox fosse obbligato a sostituire Google con Bing come motore predefinito. Non è un dettaglio: quegli accordi finanziano una parte significativa dello sviluppo di Firefox, uno dei pochi browser rimasti fuori dal controllo diretto di Apple, Google e Microsoft.La Corte d'Appello si trova quindi davanti a un paradosso difficile da sciogliere: limitare i pagamenti di Google riduce uno strumento con cui l'azienda mantiene la propria posizione dominante, ma un divieto troppo ampio potrebbe indebolire proprio quei concorrenti che il provvedimento vorrebbe tutelare. Google ha già presentato ricorso e sostiene di essersi affermata sul mercato in modo corretto, con Apple e Mozilla che avrebbero scelto il suo motore "perché garantisce una migliore esperienza agli utenti e maggiori entrate pubblicitarie".Google dovrà presentare nuove argomentazioni alla Corte d'Appello il prossimo mese: la decisione finale dovrà tenere insieme tre questioni strettamente legate, ovvero quanto limitare Google nella distribuzione della ricerca, se permetterle ancora di pagare i partner e fino a che punto intervenire su Chrome. Il rischio concreto è che qualsiasi soluzione crei nuovi problemi mentre ne risolve altri.L'articolo Se Chrome fosse venduto, Firefox potrebbe morire: il paradosso antitrust Google sembra essere il primo su Smartworld.