Un Centro democratico contro la rincorsa agli estremi. La riflessione di Merlo

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La fase politica che si sta aprendo in vista del voto del 2027 può riservare sorprese anche positive. Certo, permangono molte contraddizioni e l’attuale radicalizzazione del conflitto politico rischia di indebolire progressivamente la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e la stessa efficacia dell’azione di governo. Una radicalizzazione che spinge le forze politiche, soprattutto quelle più consistenti, ad abdicare al loro tradizionale ruolo a vantaggio di una costante rincorsa nei confronti dei partiti che coltivano spinte ed accenti più estremisti, massimalisti e radicali. È appena sufficiente verificare il concreto dibattito politico di questi ultimi tempi per rendersene conto.Ma proprio all’interno di un quadro politico alquanto preoccupante, instabile e precario, è altrettanto indubbio che possono anche decollare progetti politici che sino a qualche tempo fa era pressoché impossibile anche solo pensarci. Mi riferisco, nello specifico, al potenziale e del tutto possibile decollo di un progetto centrista. O meglio, per dirla con parole ancora più semplici, ad un Centro autonomo, riformista, democratico e con una spiccata cultura di governo. Ad un “centro dinamico”, per dirla con una bella espressione di Guido Bodrato. Un Centro, cioè, che negli ultimi tempi è stato sacrificato sull’altare degli “opposti estremismi” o, per dirla con un linguaggio più contemporaneo, degli “opposti populismi”.Ma questo luogo politico può realmente decollare solo se è culturalmente plurale, come nelle migliori tradizioni politiche del nostro Paese. Un Centro, quindi, plurale e che sia in grado di rappresentare e, al contempo, di valorizzare le varie culture e i molti filoni di pensiero centristi che proprio in questi ultimi anni hanno giocato un ruolo del tutto marginale se non addirittura puramente testimoniale nella vita pubblica italiana. E quando parliamo di culture politiche, di filoni di pensiero e di tradizioni ideali non possiamo non citare la cultura e la tradizione del cattolicesimo popolare e sociale.Però, con una aggiunta specifica e peculiare in questa precisa stagione storica e politica del nostro Paese. E questo perché considerando che i due schieramenti maggioritari sono dominati ed egemonizzati da partiti e culture riconducibili al massimalismo o al populismo o all’estremismo, è quasi scontato che la cultura e il pensiero di matrice popolare scommettano sul progetto centrista che si sta stagliando all’orizzonte. E all’interno di questa considerazione, ripeto quasi scontata nonché obbligata, è adesso necessario favorire, pur senza imposizioni, un processo di “ricomposizione” dell’area cattolico popolare e cattolico sociale per arricchire e rafforzare un progetto politico che per troppi anni è rimasto ai margini della dialettica politica italiana.Anche perché, va pur detto, senza la partecipazione attiva, responsabile e protagonistica del pensiero e della cultura del cattolicesimo popolare e sociale lo stesso progetto politico di centro nascerebbe monco, parziale, limitato e quasi sicuramente destinato alla sconfitta politica ed elettorale. Lo dice, del resto, la concreta storia politica del nostro Paese e non vaghe ed elitarie riflessioni politologiche od intellettualistiche.Ecco perché il futuro del Centro e la possibile “ricomposizione” dei Popolari sono due facce della stessa medaglia. Anche perché, e lo dico senza alcuna polemica preconcetta o pregiudiziale, la storia, la cultura, il pensiero e la tradizione del popolarismo di ispirazione cristiana negli altri partiti — mi riferisco a ciò che è rimasto dei grandi partiti italiani — non vantano neanche più un vago diritto di tribuna. A destra e, soprattutto, a sinistra.