di Shorsh Surme – Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato alla Mecca un accordo di difesa congiunta che, oltre a suggerire una possibile futura adesione dell’Egitto, si inserisce in una fase regionale caratterizzata da una sovrapposizione senza precedenti di fronti: Golfo Persico, Mar Rosso, Gaza, Libano, Siria, Iraq, Corno d’Africa, Asia meridionale e persino il teatro ucraino. L’intesa stabilisce che qualsiasi attacco armato contro uno Stato firmatario sarà considerato un attacco contro tutti, ma lascia aperti interrogativi sostanziali sulla sua attuazione, sui confini operativi e sulla definizione dell’avversario.L’analisi parte da due domande fondamentali. L’accordo della Mecca inaugura un ombrello di deterrenza regionale capace di ridurre la dipendenza dei firmatari dalle potenze esterne? Oppure rappresenta il primo passo verso una divisione funzionale dei ruoli, nella quale Stati Uniti e Israele concentrano la pressione strategica sull’Iran, mentre le potenze regionali gestiscono i suoi assetti periferici e i fronti intermedi?A ciò si aggiunge un ulteriore interrogativo: questo nuovo assetto favorirà la chiusura dei fronti o, al contrario, rischia di ampliare il perimetro del conflitto sotto la copertura della difesa collettiva, della sicurezza marittima e della stabilizzazione governativa?La dichiarazione congiunta richiama esplicitamente la logica dell’articolo 5 della NATO, ma non ne replica l’architettura. Mancano infatti un meccanismo operativo definito, l’indicazione della natura delle forze impiegabili, la delimitazione geografica dell’impegno e la previsione di un comando congiunto, di basi permanenti o di centri operativi integrati.La creazione di un comitato ministeriale e di un segretariato con sede in Arabia Saudita segnala tuttavia che l’intesa non è una mera dichiarazione politica, bensì un embrione istituzionale suscettibile di espansione. È un segnale di volontà: i tre Paesi intendono dotarsi di una piattaforma strutturale che possa evolvere in un sistema di sicurezza multilivello.Le dichiarazioni del ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, che ha definito l’accordo “tecnicamente” simile all’articolo 5 ma non diretto contro l’Iran, vanno lette come un tentativo di evitare una lettura settaria dell’iniziativa e di impedire che venga percepita come un asse anti-iraniano. La smentita non elimina tuttavia il fattore iraniano: lo colloca semplicemente in un quadro più ampio, nel quale la deterrenza non coincide necessariamente con l’offensiva.L’accordo acquista peso non soltanto per la sua formulazione, ma anche per la natura e le capacità dei firmatari. L’Arabia Saudita dispone di ingenti risorse finanziarie, di una significativa capacità di proiezione tra Golfo e Mar Rosso e di massicci investimenti nell’aviazione, nella difesa aerea e nell’industria militare. La Turchia dispone di un grande esercito, di esperienza operativa maturata in Siria, Iraq, Libia, Somalia e Mediterraneo e di un’industria della difesa avanzata nei settori dei droni, dei missili, delle navi e dei mezzi blindati. Il Pakistan, infine, possiede un grande apparato militare, capacità missilistiche e un deterrente nucleare, oltre a una lunga cooperazione con Riyadh e alla presenza di migliaia di militari e sistemi d’arma già dispiegati in Arabia Saudita.La convergenza di queste capacità produce un effetto cumulativo. Riyadh fornisce risorse, territorio e legittimità politica, Ankara apporta know-how operativo e capacità industriali, mentre Islamabad introduce la dimensione strategica del deterrente nucleare, pur senza estenderlo formalmente agli altri membri.Non siamo ancora di fronte a una “NATO islamica”: mancano l’integrazione delle forze, una dottrina comune e una copertura nucleare condivisa. L’architettura appare tuttavia potenzialmente scalabile.L’accordo arriva in un momento di forte stress dell’ordine regionale, caratterizzato dall’escalation del confronto con l’Iran, dagli attacchi alle infrastrutture e alle rotte marittime nel Golfo, dalle tensioni nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso e dalla proliferazione di droni e missili nelle mani di attori non statali legati a Teheran.Parallelamente, è in corso un riassetto degli equilibri regionali, con l’indebolimento del corridoio iraniano verso il Libano, le pressioni sul governo iracheno per il disarmo delle fazioni, Hezbollah sottoposto a crescente pressione militare e politica e la discussione sulla possibile costituzione di una forza araba o internazionale per garantire la sicurezza a Gaza dopo l’eventuale disarmo di Hamas.In questo contesto, l’accordo della Mecca può essere interpretato come un tentativo di costruire un ombrello di sicurezza regionale semi-autonomo, non interamente dipendente dagli Stati Uniti. I tre Paesi intrattengono relazioni differenti con Washington, Pechino, Mosca e la NATO, ma condividono una preoccupazione: un’eventuale riduzione delle garanzie americane potrebbe esporli a maggiori vulnerabilità strategiche di fronte alla minaccia rappresentata da missili e droni e ai rischi per le rotte energetiche.L’alleanza non sarebbe esclusivamente anti-iraniana. Potrebbe mirare anche a evitare che Israele, una volta indebolito l’Iran, diventi l’unica potenza regionale capace di definire gli equilibri dell’area. Da qui emerge una possibile doppia traiettoria: cooperazione con Stati Uniti e Israele su alcuni dossier e, parallelamente, costruzione di una capacità autonoma in grado di bilanciare l’influenza israeliana in altri ambiti.Resta però irrisolta la questione centrale: l’accordo sarà uno strumento di difesa collettiva oppure potrà trasformarsi in una piattaforma d’intervento?La clausola relativa all’attacco armato non chiarisce infatti il punto più delicato: come viene definita la minaccia quando questa proviene da attori non statali, transfrontalieri o presenti in Paesi terzi?E ancora: cosa accadrebbe se un governo arabo chiedesse assistenza contro un gruppo armato interno o contro milizie operanti su più fronti?