di Samuele Lucia – Mi ricordo ancora l’ascesa dello Stato Islamico: ero solo un ragazzino che frequentava le scuole medie, ma quello che ricordo meglio sono gli spietati video di propaganda che l’ISIS registrava, montava e pubblicava, mostrando esecuzioni feroci, molte volte caratterizzate da sgozzamenti, per avvicinare le persone alla loro ideologia e al loro gruppo.Il territorio dello Stato Islamico è crollato sette anni fa. Ma sono sempre stato convinto che il suo ecosistema digitale non fosse mai stato sconfitto. Anche Europol indica l’organizzazione come principale minaccia terroristica nell’Unione e che i più giovani sono diventati un obiettivo della propaganda estremista online. Gli occhi sono soprattutto puntanti sulla questione dell’intelligenza artificiale, ma vorrei partire dall’inizio.Tra il 2014 e il 2017 l’avanzata militare dell’ISIS fu accompagnata da una macchina mediatica impressionante. Video, fotografie, riviste digitali, comunicati tradotti in diverse lingue. Persino alcune delle esecuzioni più atroci furono costruite come prodotti audiovisivi: montaggio, grafica, differenti inquadrature, rallentamenti, una precisa costruzione della tensione.Ma vorrei uscire dai soliti schemi, raccontando una versione più ampia e non soltanto ciò che la gente già sa. Vorrei riportare la dimensione sulla quale si sofferma anche lo storico svizzero Daniele Ganser nel libro Le guerre illegali della NATO, inserendo le immagini dello Stato Islamico nella sua più ampia e controversa lettura delle guerre occidentali in Medio Oriente e della loro rappresentazione.Le tesi di Ganser sulle responsabilità degli Stati occidentali e sul ruolo dei servizi d’intelligence per molti potrebbero risultare controverse, ma io le prenderei seriamente in considerazione. Le immagini dell’ISIS pongono una questione che va oltre le interpretazioni dello storico svizzero: quanto potere può conquistare un’organizzazione terroristica attraverso ciò che ci costringe a guardare?Il paradosso della propaganda dello Stato Islamico fu proprio questo: non erano solo i terroristi a diffonderla. I media occidentali dovevano raccontarla. I governi dovevano reagire. I social network dovevano decidere se cancellarla. Milioni di persone finirono così per conoscere immagini che erano state concepite fin dall’inizio per terrorizzare.Tra queste, un ruolo particolare ebbe l’esecuzione del giornalista americano James Foley, filmata e diffusa nell’agosto 2014. Quell’immagine atroce, circolata ovunque, contribuì a creare un clima emotivo e politico che facilitò e giustificò l’intensificarsi dell’intervento militare americano e della coalizione in Siria e in Iraq, presentandosi come una delle scuse più potenti per accelerare operazioni che, secondo letture critiche come quella di Ganser, si inserivano in un quadro più ampio di strategie occidentali nella regione.Torniamo a oggi: i numeri sulla questione preoccupano l’Europa. Il rapporto TE-SAT 2026 di Europol fotografa quanto il fenomeno continui a pesare sulla sicurezza europea. Nel 2025 sono stati registrati 45 attacchi terroristici tra quelli compiuti, falliti e sventati, di cui 24 sicuramente affiliati all’ISIS. Delle 486 persone arrestate per reati legati al terrorismo, 347 erano legate allo Stato Islamico; ma il dato da prendere più in considerazione è un altro: oltre il 70% riguardava propaganda terroristica e attività di sostegno. Europol sostiene che l’ambiente online possa incoraggiare individui, soprattutto giovani, ad agire a distanza attraverso la diffusione della propaganda digitale, i cosiddetti “lupi solitari”. Il bersaglio più comune sono sicuramente i giovani generazioni. Nel maggio 2025 Europol ha coordinato un’operazione specificamente dedicata alla propaganda terroristica ed estremista indirizzata ai minori.Sono stati segnalati alle piattaforme più di duemila link. Non erano tutti riconducibili all’ISIS: l’operazione riguardava anche l’estremismo violento di destra. Ma ciò che è stato trovato non dà assolutamente segnali rassicuranti: video brevi, immagini di bambini accompagnate da messaggi estremisti, elementi provenienti dall’universo del gaming mescolati con materiale terroristico, narrazioni costruite per trasformare i giovani coinvolti nel terrorismo in figure eroiche. In tutto questo materiale terribile è stato indicato anche l’utilizzo esplicito dell’AI (intelligenza artificiale), impiegata per creare immagini, testi e video progettati in modo efficiente per entrare in sintonia con un pubblico giovane. Potrei aggiungere che l’AI potrebbe essere definita “l’arma che costa quasi zero”: se un tempo l’ISIS aveva bisogno di persone capaci di filmare, montare e creare contenuti, oggi molte di queste operazioni possono essere sostituite dall’intelligenza artificiale, rendendo ancora più veloce il processo di propaganda e di reclutamento di nuove figure.Ad oggi, nel 2026, la dimensione risulta ancora più preoccupante. Tredici Paesi, Italia compresa, hanno individuato e segnalato 17.298 URL distribuiti su 40 piattaforme. Contenevano complessivamente oltre 1.100 ore di propaganda terroristica ed estremista in formato audio. C’è infine una conseguenza dell’intelligenza artificiale che riguarda direttamente anche chi fa formazione. Dieci anni fa il problema dei giornalisti era decidere quanto mostrare dei filmati dello Stato Islamico; oggi, invece, si potrebbe far fatica a distinguere un filmato autentico da uno che non lo è, a capire se il filmato che stiamo vedendo riguarda una scena già avvenuta, se è stata manipolata, chi potrebbe averla prodotta, ma il fattore più importante è chi vuole che venga condivisa e soprattutto a quale scopo.Vorrei chiudere come a me piace fare, ovvero ponendomi una domanda: esiste una battaglia dopo il Califfato?La risposta, per me, è certamente sì. E non riguarda lo Stato Islamico che terrorizzò l’Europa e conquistò gran parte di Siria e Iraq.Lo Stato Islamico di oggi non controlla più un territorio paragonabile a quello del Califfato. Non dispone della stessa immagine di invincibilità che un tempo proiettava, e forse anche i nostri servizi segreti sono più attrezzati e pronti a contrastarlo.Eppure abbiamo visto, purtroppo, con eventi come l’attentato al Pride di Berlino o con i giovani arrestati in Italia accusati di diffondere materiale di propaganda terroristica, che il fenomeno non va preso sottogamba.L’ISIS del 2014 aveva bisogno di una macchina mediatica per mostrare al mondo la propria potenza. Quello di oggi potrebbe anche non averne bisogno: basterebbe una rete di sostenitori, uno smartphone e gli stessi strumenti di intelligenza artificiale che utilizziamo tutti i giorni. Il Califfato è caduto.Internet è rimasto.E l’intelligenza artificiale rischia di trasformare quello che ieri era propaganda in un’arma ancora più silenziosa, capillare e complicata da fermare.