di Dario Rivolta * – Se l’avessero scritto anche solo una decina di anni fa avremmo pensato a un errore o a una bufala. Oggi invece è assodato: le quattro banche più grandi al mondo in termini di patrimonio sono le principali banche statali cinesi. Come non bastasse, tra le prime dieci quelle cinesi sono sette. Ecco i nomi di questi quattro giganti: Industrial and Commercial Bank of China, China Construction Bank, Agricultural Bank of China e Bank of China. Insieme hanno circa 26 trilioni di dollari di attività, una dimensione enorme rispetto ai singoli concorrenti occidentali. L’americana J.P. Morgan Chase è solo quinta e Bank of America e Citigroup sono rispettivamente sesta e ottava. È pur vero che le banche statunitensi continuano a detenere il vantaggio in termini di redditività, ma, trattandosi di banche statali e non private, non è il guadagno degli azionisti ciò che conta per Pechino. È piuttosto l’utile politico. L’ambizione, nemmeno tanto nascosta, è quella di accrescere il ruolo globale dello yuan, sviluppare canali di finanziamento transfrontalieri alternativi ed estendere l’influenza della Cina attraverso operazioni bancarie all’estero.Nel 2025, per la prima volta, l’avanzo commerciale cinese con il resto del mondo ha superato il trilione di dollari e i problemi economici quali la disoccupazione, la deflazione e la feroce concorrenza interna di alcune aziende nei rispettivi settori, paradossalmente, stanno spingendo le esportazioni, obbligando i produttori cinesi a ricercare e conquistare nuove quote di mercato nei mercati esteri. Pensando a lungo termine, come è abitudine di chi governa a Pechino, lo Stato diversifica i suoi interventi di sostegno all’economia e, senza rinunciare agli investimenti nell’intelligenza artificiale, spinge anche su settori quali la robotica, le biotecnologie e tutta la gamma di sistemi per l’energia verde.L’obiettivo finale dei cinesi, smentito ufficialmente pur senza troppa convinzione, è quello di emanciparsi totalmente dal dominio mondiale del dollaro, considerato uno dei maggiori strumenti usati dagli Stati Uniti per esercitare la propria egemonia. Non è un caso che la Banca Nazionale di Pechino, fino a pochi anni fa la maggiore detentrice di titoli del Tesoro statunitensi, sia scesa al terzo posto tra i possessori di tali obbligazioni. Al primo posto rimane il Giappone che, nonostante la stretta alleanza con gli Stati Uniti, continua anch’esso a vendere Bot americani. In realtà, Tokyo ha dovuto farlo proprio con l’aiuto degli stessi Stati Uniti, che hanno venduto grandi quantità di euro per comprare yen, per impedire che lo yen, oggetto di speculazione finanziaria, si svalutasse oltre un certo limite. Ovviamente né i cinesi né i giapponesi, né altri detentori di titoli americani, vogliono svenderne tanti in poco tempo, perché ciò causerebbe un crollo dei beni in dollari e quindi un forte impoverimento valoriale delle riserve detenute.I motivi dell’abbandono del dollaro da parte di chi una volta si precipitava a comprarlo risiedono principalmente in due fattori. Il primo è che il fortissimo debito pubblico e privato americano intacca la fiducia nella stabilità della valuta. Il secondo, politicamente più importante, è che l’uso del dollaro nelle transazioni internazionali è soggetto alle sanzioni dirette e secondarie che Washington sta imponendo a tutti coloro che, in un modo o nell’altro, disattendono le sue direttive. Uno dei modi per esercitare il controllo è lo SWIFT, il sistema di pagamento interbancario fino a poco fa monopolista per tutte le transazioni internazionali. La sede di tale organizzazione è a Bruxelles, in Belgio, ed è soggetta al diritto belga, eppure la realtà è che esiste un’influenza “de jure” europea e un’influenza “de facto” americana. Anche grazie a SWIFT, Washington può minacciare di escludere dal sistema finanziario americano qualsiasi banca straniera che collabori con soggetti sanzionati e, per una grande banca europea o asiatica, perdere l’accesso al mercato USA sarebbe spesso molto più grave che perdere il cliente sanzionato.Non è un caso che tutti i Paesi che hanno aderito ai BRICS stiano aumentando poco per volta i pagamenti nelle rispettive valute o utilizzando lo yuan. Dopo le dichiarazioni di Trump secondo cui avrebbe riportato l’Iran “all’età della pietra”, lo yuan ha stabilito un record per il volume di transazioni in un singolo giorno. Per ciò che concerne i pagamenti transfrontalieri, i cinesi hanno creato da qualche anno un sistema di pagamento interbancario alternativo, il CIPS, che sta diventando sempre più popolare, proprio in concorrenza con lo SWIFT. Secondo i dirigenti di Bruxelles, la quota di pagamenti in yuan corrisponde a non più del 2,85% degli scambi totali e raggiunge un livello inferiore all’euro, alla sterlina, allo yen e al dollaro canadese. Purtroppo per loro, in questa valutazione non si tiene conto del crescente volume di transazioni in yuan gestite dal CIPS e dei pagamenti bilaterali tra la Cina e Paesi attualmente a lei vicini. Per evitare le sanzioni indirette americane, molti commerci bilaterali con Pechino passano da piccole banche regionali cinesi che non hanno rapporti con gli Stati Uniti e che quindi non temono ripercussioni. Il procedimento CIPS, al marzo scorso, contava 194 partecipanti diretti e 1.597 indiretti, con aziende provenienti da 191 Paesi.Il governatore della Banca Centrale di Pechino aveva dichiarato nel giugno 2025 che lo yuan è diventato la terza valuta di pagamento più grande al mondo e addirittura la seconda valuta più utilizzata per i finanziamenti del commercio internazionale. Il Sud-est asiatico e l’America Latina, già a partire dalla seconda metà del 2025, erano i principali motori di crescita per l’utilizzo internazionale dello yuan, ma il dato più preoccupante per l’egemonia del dollaro riguarda i “petrodollari”. Nel marzo 2026 i pagamenti in yuan sono stati utilizzati per il 41% del petrolio in arrivo dal Medio Oriente verso la Cina. Tutto ciò non significa che i “petrodollari” scompariranno, ma che stanno emergendo, con forza, sistemi di pagamento paralleli. Per dare un esempio dell’attrattiva esercitata dai finanziamenti a tre anni in yuan per le aziende di primo livello, basta sapere che il tasso massimo è del 2%, mentre le obbligazioni equivalenti in dollari sono attorno al 4,5%.Tutto quanto sopra rappresenta oggettivamente un rischio finanziario e politico non solo per il bilancio americano, ma anche per le economie della maggior parte dei Paesi occidentali.Eppure, nonostante tutto, le prospettive per il futuro potrebbero diventare ancora peggiori, perché Pechino sta spingendo con determinazione la propria valuta digitale, la quale, se riuscisse a imporsi mondialmente, sancirebbe un totale cambio di passo su tutta la finanza internazionale. Non è un caso che Trump stia spingendo, indipendentemente dai suoi, pur reali, interessi personali, per il “dollaro digitale”. Gli USA spingono una “stablecoin” ancorata al dollaro e impongono, a differenza di altre valute digitali quali i bitcoin, che sono basate sul nulla e quindi puramente speculative, stringenti requisiti per chi volesse emetterla. L’Europa sta pensando di fare lo stesso con l’euro.Siamo quindi di fronte a un tipo di guerra di cui si parla poco, ma che potrebbe avere conseguenze economiche e finanziarie devastanti. Fortunatamente per l’Occidente, al di là delle ambizioni di Pechino, per i progetti cinesi esistono ancora grandi ostacoli: il governo mantiene un forte controllo sui capitali, il suo mercato finanziario non è, per ora, aperto o liquido come quello statunitense, la valuta cinese non è ancora soggetta alle leggi del mercato e il suo valore continua a essere controllato dallo Stato.La battaglia per la supremazia valutaria resta dunque ancora aperta, ma sottovalutarne gli aspetti potrebbe diventare pericoloso.* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.