di Giuseppe Gagliano – Boko Haram e le sue principali diramazioni jihadiste avrebbero iniziato a utilizzare l’intelligenza artificiale non soltanto per la propaganda e il reclutamento, ma anche per migliorare la pianificazione delle operazioni, l’addestramento, la raccolta delle informazioni e il coordinamento delle unità combattenti. È quanto emerge da un rapporto dell’Università di Cambridge basato sulle testimonianze di oltre venti ex appartenenti alle due principali fazioni del movimento.Secondo le testimonianze, l’impiego di questi strumenti sarebbe cominciato già nel 2023. Inizialmente l’intelligenza artificiale veniva associata soprattutto alla traduzione dei messaggi, alla propaganda e alla manipolazione delle immagini. Il suo utilizzo si sarebbe successivamente esteso allo studio degli obiettivi, all’organizzazione delle unità, alla valutazione delle reazioni avversarie e alla gestione delle informazioni operative.Le dichiarazioni degli ex combattenti devono essere considerate con prudenza, poiché non tutte sono verificabili. Il fenomeno evidenziato dal rapporto non consiste comunque nella nascita di armi completamente autonome, ma nella possibilità di rendere più facilmente accessibili conoscenze che in passato richiedevano istruttori, manuali e lunghi periodi di addestramento. Un sistema automatico può tradurre documenti, organizzare informazioni, confrontare alternative e accelerare l’apprendimento delle cellule operative.La Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico avrebbe sfruttato queste possibilità per ridurre il numero degli uomini impiegati negli assalti e migliorare il coordinamento di piccoli reparti. Per Boko Haram e le sue diramazioni si tratterebbe di un cambiamento significativo, poiché consentirebbe di limitare le perdite, preservare i combattenti più esperti e individuare con maggiore precisione i punti vulnerabili delle forze governative.L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata per interpretare immagini, individuare regolarità negli spostamenti dell’avversario, organizzare gli approvvigionamenti e valutare itinerari e tempi delle operazioni. Il vantaggio non deriva quindi necessariamente dall’automazione delle armi, ma dalla possibilità di assistere comandanti con esperienza limitata nella gestione di informazioni e decisioni operative.Per le organizzazioni jihadiste esiste anche un vantaggio economico. Gli eserciti regolari devono investire ingenti risorse in reti protette, sensori, sistemi di comando e personale specializzato, mentre gruppi non statali possono utilizzare dispositivi commerciali, connessioni comuni e programmi disponibili a distanza. Ne deriva un’asimmetria nella quale lo Stato deve spendere somme considerevoli per difendere infrastrutture e basi, mentre l’attaccante può concentrare risorse relativamente modeste su singoli punti vulnerabili.Le testimonianze raccolte indicano inoltre che alcuni militanti sarebbero stati addestrati da specialisti provenienti dall’Iraq, dall’Afghanistan e dal Nord Africa. Se confermato, il dato suggerirebbe un trasferimento di competenze più ampio all’interno delle reti jihadiste internazionali. Procedure e conoscenze possono infatti essere trasmesse attraverso comunicazioni cifrate, tradotte nelle lingue locali e distribuite senza richiedere lo spostamento di grandi quantità di uomini.Il problema assume particolare rilevanza nel bacino del lago Ciad, dove Boko Haram e la Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico sfruttano la difficoltà di Nigeria, Camerun, Ciad e Niger nel controllare le rispettive frontiere. Nel 2025 quasi due terzi degli attacchi registrati in Africa sarebbero avvenuti entro cento chilometri da un confine, permettendo alle organizzazioni armate di muoversi attraverso aree nelle quali la cooperazione tra le autorità statali rimane insufficiente.Nello stesso anno la Nigeria avrebbe registrato 750 vittime del terrorismo, con un incremento del 46 per cento. Gli attacchi attribuiti alla Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico sarebbero aumentati da venti a novantadue, causando 384 morti. Complessivamente, le due principali componenti dell’insurrezione jihadista sarebbero state responsabili dell’80 per cento delle vittime.L’aumento della violenza non può tuttavia essere attribuito esclusivamente alle nuove tecnologie. Boko Haram continua a sfruttare povertà, disoccupazione, corruzione, debolezza amministrativa e limitata presenza dello Stato nelle regioni periferiche. L’intelligenza artificiale può amplificare capacità già esistenti, ma non costituisce l’origine dell’insurrezione.La risposta delle autorità non può quindi limitarsi al controllo dei programmi informatici e delle comunicazioni. La cooperazione transfrontaliera, la condivisione delle informazioni, il rafforzamento delle amministrazioni locali e la protezione delle comunità restano elementi essenziali per contrastare organizzazioni capaci di adattarsi rapidamente alle nuove tecnologie.Il rischio principale non è che l’intelligenza artificiale trasformi Boko Haram in una potenza tecnologica, ma che permetta a organizzazioni con risorse limitate di utilizzare in maniera più efficace uomini, armi e informazioni. La trasformazione del terrorismo potrebbe quindi avvenire non attraverso la comparsa improvvisa di nuove forme di guerra, ma mediante il progressivo aumento dell’efficienza di quelle già esistenti.