Trump lo aveva promesso a gran voce: «Le tariffe renderanno più ricca l’America». Dal giorno dell’insediamento – passando per il famigerato Liberation Day del 2 aprile 2025 – i dazi, «la parola più bella del dizionario» secondo il presidente, sono diventati l’ossessione dell’amministrazione Trump. Nonostante la bocciatura della Corte Suprema, che a febbraio ha dichiarato incostituzionale la legge alla base delle tariffe – una decisione che costringe l’amministrazione a rimborsare alle aziende circa 100 miliardi di dollari – il governo continua a trovare nuove basi giuridiche per riscrivere a proprio favore le regole del commercio internazionale. Eppure, a due anni e mezzo dall’insediamento e con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, gli effetti sull’economia americana restano contrastanti. Nelle intenzioni del presidente, le tariffe dovevano creare posti di lavoro nell’industria manifatturiera e ridurre il disavanzo commerciale con i Paesi esportatori. Risultati che, finora, stentano ad arrivare.A pagare il prezzo dei dazi sono soprattutto i consumatori. «Nei primi mesi le tariffe non si sono tradotte subito in un aumento dei prezzi perché molte aziende avevano fatto scorte di prodotti importati e sono riuscite ad assorbirne temporaneamente il costo», spiega Carlo Altomonte, docente di Economia all’Università Bocconi. «Con il passare dei mesi, però, l’evidenza empirica mostra quello che gli economisti chiamano pass-through: il costo del dazio è stato progressivamente trasferito sul prezzo finale pagato dal consumatore».L’effetto sui consumatori È l’opposto di quanto sosteneva l’amministrazione Trump, secondo cui sarebbero stati soprattutto gli esportatori stranieri ad assorbire il costo delle tariffe abbassando i propri prezzi. Le stime di Goldman Sachs indicano invece che circa il 55% del costo dei nuovi dazi è stato scaricato sui consumatori americani attraverso prezzi più alti.Secondo Douglas Irwin, uno dei maggiori esperti americani di politica commerciale, gli effetti sui consumatori sono di due tipi: uno immediato e uno che si manifesta nel tempo. «Quando gli Stati Uniti impongono dazi sul caffè, sugli iPhone o sulle banane – dice Irwin a Open – il rincaro è subito visibile e il consumatore può attribuirlo facilmente al dazio. Quando invece le tariffe colpiscono componenti elettronici, acciaio o altri input intermedi, l’effetto è meno evidente». La Federal Reserve stima che servano circa sette mesi perché il costo dei dazi si trasferisca quasi interamente sui prezzi pagati dai consumatori.Oggi gli americani pagano di più per molti beni: dall’abbigliamento ai televisori, dai mobili alle automobili. Se è ormai chiaro che i dazi hanno contribuito ad aumentare il prezzo dei beni di consumo – aggiungendo circa 0,8 punti percentuali all’inflazione core PCE, l’indicatore seguito dalla Fed – il loro effetto sull’inflazione complessiva è stato molto più contenuto. La spiegazione è semplice: i servizi – che rappresentano la quota più ampia dei consumi delle famiglie americane, dagli affitti alle cure mediche fino ai trasporti – non sono colpiti dalle tariffe.Scende la fiducia, cresce l’economia Questo, però, non è bastato a preservare la fiducia dei consumatori. «L’indice di fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan – spiega Altomonte – è ai minimi dalla Seconda guerra mondiale. Eppure il Pil non scende perché nel frattempo gli investimenti nell’intelligenza artificiale sostengono l’economia». Nel primo trimestre del 2026 il Pil reale è cresciuto del 2,1%, mentre continuavano ad aumentare gli investimenti delle imprese in tecnologia. Anche la produttività del lavoro è cresciuta e a Wall Street l’indice S&P 500 ha toccato ripetutamente nuovi massimi storici.È però molto difficile collegare questi segnali positivi alla politica dei dazi dell’amministrazione Trump. Secondo Irwin non bisogna confondere la coincidenza temporale con un rapporto di causa-effetto. Secondo il docente del prestigioso Dartmouth College, nello stesso periodo gli Stati Uniti hanno conosciuto un’ondata senza precedenti di investimenti nell’intelligenza artificiale e nei data center, indicata dalla Federal Reserve come uno dei principali motori della crescita. È il paradosso dell’America di oggi: i consumatori sono pessimisti, ma gli investimenti nell’intelligenza artificiale continuano a sostenere crescita e Borsa.Per gran parte degli economisti, finora i dazi non hanno contribuito in modo significativo a raggiungere due degli obiettivi principali dell’amministrazione: ridurre il deficit commerciale e rilanciare l’occupazione manifatturiera. Come riporta il Wall Street Journal, nei primi cinque mesi del 2026 il deficit commerciale statunitense si è attestato a 297,91 miliardi di dollari, in calo di circa il 10% rispetto allo stesso periodo del 2024. Sebbene la produzione industriale sia cresciuta del 3,1%, il settore impiega meno persone: a giugno, anche a causa delle nuove politiche restrittive sull’immigrazione, la manifattura contava circa 75.000 addetti in meno rispetto a gennaio 2025.La rivoluzione industriale firmata TrumpC’è però un’altra scuola di economisti americani che continua a sostenere le scelte del presidente. Oren Cass, capo economista di American Compass e tra gli ideologi della strategia di Trump sui dazi, dice a Open che chiedersi se «i dazi abbiano reso più ricca l’America» è la domanda sbagliata, perché la politica tariffaria Maga «andrebbe misurata con il metro della trasformazione strutturale dell’economia». E se è vero che molte delle previsioni degli economisti più catastrofisti si sono rivelate errate, secondo Cass ci sono alcuni indicatori che consentono di valutare positivamente questa nuova politica industriale: la maggiore fiducia tra i produttori, l’aumento della produzione industriale e gli investimenti in nuovi impianti.Se c’è un aspetto che accomuna economisti di visioni opposte è la convinzione che Trump stia cercando di invertire la rotta della globalizzazione. «Negli ultimi ottant’anni la direzione della politica commerciale americana era stata quella della progressiva riduzione dei dazi – afferma Irwin –. Trump ha invertito questa traiettoria aumentando le tariffe in misura molto significativa. Si tratta di un grande esperimento di politica economica e commerciale». Sulla stessa linea Carlo Altomonte: «Gli Stati Uniti vogliono uscire dall’angolo in cui la globalizzazione li ha messi creando un enorme deficit commerciale ed erodendo la loro capacità produttiva. Per questo stanno usando i dazi come uno strumento di politica industriale».I dazi come leva politica Finora questa strategia ha funzionato: i dazi sono diventati una leva politica per ottenere accordi e investimenti che altrimenti sarebbero stati difficili da raggiungere. «Petrolio, aerospazio, automobili: dall’Europa al Giappone, la minaccia di nuove tariffe ha spinto diversi partner ad aumentare gli acquisti di prodotti americani e ad aprire maggiormente i propri mercati. Usano le tariffe – continua Altomonte – come un grimaldello per tentare di implementare una politica industriale che riduca le loro dipendenze strategiche». È la strategia del chaos by design, cioè creare deliberatamente incertezza per costringere gli altri Paesi a negoziare, delineata dall’allora rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti Jamieson Greer e che Altomonte sintetizza così: «Facciamo casino, i Paesi si spaventano e così vengono a negoziare con noi». Ma le trattative non riguardano soltanto i dazi: si estendono all’energia, alle esportazioni di armi, agli investimenti e alle piattaforme digitali. «Trump sta cercando di invertire una trasformazione durata decenni – conclude Altomonte –. Anche se la direzione fosse quella giusta, gli effetti di una politica industriale richiedono molto più tempo di un ciclo elettorale».L'articolo La scommessa dei dazi di Trump: chi ha pagato davvero il prezzo delle tariffe proviene da Open.