Guerra cognitiva, tutti gli errori da non ripetere. L’analisi di Pagani

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Mentre l’Europa discute di resilienza informativa, un caso di scuola si consuma dall’altra parte dell’Atlantico: gli Stati Uniti, nel nome della libertà di parola, hanno smantellato buona parte dell’architettura istituzionale che li proteggeva dalla disinformazione ostile. È una lezione che l’Italia, alle prese con la riforma della guerra cognitiva promossa dal ministro Crosetto, non può permettersi di leggere distrattamente.L’ordine esecutivo del 20 gennaio 2025Il punto di partenza è cronologico. Il 20 gennaio 2025, il primo giorno del secondo mandato, la nuova amministrazione statunitense firma l’ordine esecutivo “Restoring Freedom of Speech and Ending Federal Censorship”. Il testo è breve e nei toni non lascia spazio a interpretazioni: il governo federale non deve più utilizzare risorse pubbliche per condizionare, anche indirettamente, la libertà di espressione dei cittadini americani. Le etichette di “misinformazione”, “disinformazione” e “malinformazione” vengono definite pretesti retorici utilizzati dalla precedente amministrazione per sopprimere opinioni sgradite. L’Attorney General riceve mandato di indagare sulle attività pregresse dell’esecutivo in materia e di proporre misure correttive.Il paradosso della censura per procuraIl problema, tuttavia, non è la cornice giuridica ma l’uso che ne è stato fatto. Esiste infatti negli Stati Uniti una critica giuridicamente fondata alla prassi nota come jawboning: la pressione informale, non normata, che un funzionario pubblico esercita su un soggetto privato – tipicamente una piattaforma social – per indurlo a moderare o rimuovere contenuti che il governo non gradisce, aggirando così di fatto le garanzie costituzionali sulla libertà di parola. Un’inchiesta di MIT Technology Review, autorevole rivista del Massachusetts Institute of Technology dedicata all’analisi delle tecnologie emergenti, condotta insieme al collettivo giornalistico investigativo Type Investigations, ha ricostruito come questa critica legittima si sia progressivamente saldata con una narrazione più ampia e meno verificabile, quella del cosiddetto “complesso censorio-industriale”: l’idea cioè che università, centri studi indipendenti e piattaforme tecnologiche costituissero i nodi di un’unica regia statale orchestrata per silenziare il dissenso conservatore. Questa narrazione, nata nei circoli online della destra alternativa durante la pandemia, è stata assorbita nelle linee guida operative di agenzie come la Federal Trade Commission, la Federal Communications Commission e il Dipartimento di Giustizia, che hanno aperto indagini su enti di ricerca come lo Stanford Internet Observatory, il centro dell’Università di Stanford specializzato nello studio della disinformazione online, e su organizzazioni di media watchdog come NewsGuard, che valuta l’affidabilità delle testate giornalistiche online.Lo smantellamento del Global Engagement CenterL’effetto più significativo, dal punto di vista della sicurezza nazionale, è la chiusura del Global Engagement Center del Dipartimento di Stato, la struttura che dal 2016 aveva il compito di monitorare le campagne di influenza straniera condotte da Russia, Cina e Iran. Il paradosso è evidente: in nome della lotta alla censura di Stato, si è smantellato l’organismo che serviva a individuare la censura e la manipolazione esercitate da attori stranieri ostili. Organismi come l’Odni (l’ufficio del Direttore dell’intelligence nazionale americana), l’Fbi e la Cisa (l’agenzia federale per la sicurezza informatica e delle infrastrutture), insieme a Nato e Unione Europea, hanno segnalato che questo smantellamento produce “punti ciechi” informativi proprio mentre le operazioni di influenza estera si fanno più sofisticate grazie all’intelligenza artificiale generativa.Il caso DoppelgängerChe la minaccia non sia teorica lo dimostra il caso Doppelgänger, l’operazione di disinformazione russa più documentata e sanzionata degli ultimi anni. Individuata per la prima volta nel 2022, l’operazione clona i siti di testate autorevoli – Le Monde, Der Spiegel, Ansa, il Washington Post – per veicolare narrazioni che amplificano paure sociali legate a inflazione, crisi energetica e immigrazione, diffuse poi capillarmente da reti di bot e commenti generati con l’intelligenza artificiale.Il Dipartimento di Giustizia americano ha sequestrato decine di domini riconducibili a due entità russe, la Social Design Agency e Structura, mentre il Consiglio dell’Unione Europea ha sanzionato formalmente i dirigenti responsabili già dal luglio 2023. Ricerche più recenti, basate su migliaia di documenti interni della Social Design Agency, hanno chiarito che Doppelgänger non è un’operazione isolata ma una tecnica di veicolazione all’interno di campagne più ampie coordinate dall’ufficio di Sergei Kirienko, il funzionario russo che dal 2020 dirige il settore della politica interna dell’amministrazione presidenziale del Cremlino, con un budget stimato superiore ai 600 milioni di euro l’anno. Nella primavera del 2026 la stessa rete è stata individuata dal Financial Times come protagonista di una nuova campagna mirata alle elezioni parlamentari ungheresi, a sostegno della rielezione di Viktor Orbán – a conferma che l’infrastruttura sopravvive alle sanzioni e si riadatta di elezione in elezione.Il dibattito costituzionale americanoÈ qui che il caso americano diventa, per l’Italia e per l’Europa, un monito diretto più che un problema altrui. Il dibattito interno agli Stati Uniti non è affatto unanime: alla tesi dell’eccesso governativo si contrappone la posizione, sostenuta dalla maggioranza della Corte Suprema nel caso Murthy v. Missouri del 2024 – la sentenza con cui i giudici hanno respinto per difetto di legittimazione ad agire (standing) un ricorso che chiedeva di vietare quasi ogni contatto tra funzionari federali e piattaforme social. Sul piano accademico, la posizione più articolata è quella di Evelyn Douek (Stanford Law School) e Genevieve Lakier (University of Chicago Law School), che nel saggio “Lochner.com?” pubblicato sulla Harvard Law Review (disponibile su harvardlawreview.org/print/vol-138/lochner-com) sostengono che la giurisprudenza recente della Corte Suprema in materia di piattaforme rischia di ripetere l’errore della celebre sentenza Lochner v. New York del 1905: proteggere in astratto la libertà negativa da ogni interferenza statale finisce per consolidare i rapporti di potere già esistenti, in questo caso quello delle grandi piattaforme private, a scapito dell’interesse collettivo a un dibattito pubblico informato. Le due giuriste sostengono che il governo ha il dovere di condividere con le piattaforme informazioni su minacce reali – dalle ingerenze straniere ai rischi per la salute pubblica – e che lo studio scientifico della disinformazione non equivale a coercizione: la vera domanda, per loro, non è se lo Stato possa parlare con le piattaforme, ma con quali garanzie procedurali di trasparenza lo faccia. Una terza posizione, delle organizzazioni per le libertà civili americane Aclu ed Electronic Frontier Foundation, osserva che il problema non è la parte politica al governo ma il potere discrezionale delle burocrazie federali in quanto tale, esercitato indifferentemente da amministrazioni di segno opposto.Tre lezioni per l’ItaliaPer l’Italia questo triplice confronto offre tre indicazioni operative precise, particolarmente rilevanti nel momento in cui il Parlamento discute la riforma della governance della guerra cognitiva promossa dal ministro della Difesa. La prima è che la distinzione tra tutela della libertà di espressione e resilienza cognitiva dello Stato non è un compromesso politico da negoziare caso per caso, ma va scritta nella norma istitutiva, con una separazione funzionale netta tra chi comunica con le piattaforme su minacce cibernetiche e ingerenze straniere e chi, invece, non deve avere alcun titolo per intervenire sul dibattito politico interno. È esattamente la logica alla base della proposta di riforma statunitense più equilibrata attualmente in discussione, il Jawboning Transparency Act elaborato da centri di ricerca come il Knight First Amendment Institute, legato alla Columbia University e specializzato in libertà di espressione, e il Cato Institute, think tank libertario di Washington: un registro pubblico obbligatorio di ogni comunicazione tra funzionari e piattaforme, pubblicato entro 24-48 ore, accompagnato da una separazione rigida tra allerta tecnica e influenza sul discorso pubblico.La seconda indicazione riguarda la sopravvivenza istituzionale degli organismi di monitoraggio. Il caso del Global Engagement Center dimostra quanto sia fragile, in un ciclo politico che cambia ogni pochi anni, una struttura percepita come schierata anche quando non lo è. Un organismo italiano o europeo di analisi della guerra cognitiva, per durare oltre una legislatura, deve essere costruito con garanzie di terzietà tecnica – composizione multipartitica dei comitati di controllo, rendicontazione pubblica trasparente dei criteri utilizzati, separazione netta dalle strutture di comunicazione politica del governo in carica – che lo rendano difficile da smantellare per ragioni di convenienza politica contingente, indipendentemente da chi governi.La terza indicazione è più culturale che normativa, ma non meno urgente. L’esperimento americano mostra come una critica fondata – quella sugli eccessi della moderazione governativa durante la pandemia – possa essere sequestrata da una narrazione più ampia e meno rigorosa, fino a trasformarsi essa stessa in uno strumento di pressione politica sulla ricerca indipendente. In Italia e in Europa il rischio simmetrico esiste già: la giusta cautela verso improprie ingerenze statali nel dibattito pubblico non deve trasformarsi in un alibi per indebolire gli strumenti analitici – università, centri studi, agenzie di settore – che sono necessari a riconoscere le operazioni di influenza straniera prima che raggiungano la loro massima capacità di penetrazione. Renee DiResta e Kate Starbird, tra le più note ricercatrici americane sulla disinformazione online, lo hanno scritto con chiarezza a proposito del contesto americano: confondere l’analisi dei dati con la censura priva le democrazie proprio degli strumenti che servono a difendersi.La guerra cognitiva, lo ha ribadito da tempo la letteratura Nato, non punta primariamente alla persuasione ideologica ma alla paralisi decisionale: minare la fiducia nei processi elettorali e nelle istituzioni sanitarie, non per convincere ma per rendere lo Stato incapace di rispondere con tempestività alle crisi geopolitiche. In questo quadro, smantellare per errore di calcolo politico gli strumenti di analisi e allerta precoce equivale, di fatto, a fare il lavoro dell’avversario al posto suo.La vulnerabilità italiana: partiti e leader filorussiC’è, per l’Italia, una vulnerabilità aggiuntiva che il dibattito americano non pone ma che rende la questione ancora più urgente: la presenza, nel sistema politico nazionale, di forze che nel corso dell’ultimo decennio hanno intrattenuto rapporti espliciti con Mosca e Pechino, ben oltre la normale diplomazia di partito.L’accordo di collaborazione firmato a Mosca il 6 marzo 2017 tra la Lega e Russia Unita, il partito di Vladimir Putin – mai formalmente sciolto, e tacitamente rinnovato anche dopo l’invasione dell’Ucraina – e il memorandum d’intesa sulla nuova Via della Seta sottoscritto dal governo Conte I nel marzo 2019 su impulso del Movimento 5 Stelle sono precedenti documentati, non ricostruzioni giornalistiche incerte.A questi si è aggiunta, più di recente, la traiettoria pubblica di Roberto Vannacci, generale dell’Esercito ed ex addetto militare italiano a Mosca tra il 2020 e il 2022, oggi eurodeputato e fondatore del partito Futuro Nazionale: le sue dichiarazioni sulla guerra in Ucraina – dal dubbio sulla matrice russa del drone caduto in Romania, sovrapponibile nei contenuti e nella tempistica a quella espressa da Putin, fino alle aperture sulla ripresa degli acquisti di petrolio russo – sono state riprese sistematicamente dai media di Stato di Mosca, che ne seguono l’ascesa politica dal 2023.Nello stesso solco, nei primi giorni di agosto 2026 Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, ha annunciato che il partito non voterà ulteriori invii di armi a Kyiv e ha proposto di affidare alle primarie della coalizione la linea italiana sul sostegno militare all’Ucraina, aprendo uno scontro pubblico con la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein. È una posizione diversa, nella forma, da quelle di Salvini e Vannacci – Conte continua a definire la Russia l’aggressore e a sostenere le sanzioni – ma che nella sostanza produce un effetto narrativo simile: rafforzare, nel dibattito pubblico italiano, l’idea che il sostegno occidentale a Kyiv sia una scelta reversibile e negoziabile a livello di politica interna, esattamente lo schema con cui le operazioni di influenza russa come Doppelgänger provano a logorare il consenso occidentale.Non si tratta di rievocare polemiche di cronaca politica, ma di segnalare un punto strutturale: qualunque architettura italiana di difesa dalla guerra cognitiva deve fare i conti con il fatto che le stesse forze chiamate, da maggioranza o da opposizione, a legiferare sulla materia hanno in tempi recenti coltivato canali di prossimità politica, dichiarazioni pubbliche o linee narrative sovrapponibili a quelle degli attori esteri che quella normativa dovrebbe contrastare. È un problema che nessun’altra grande democrazia europea affronta nella stessa misura, e che rende la richiesta di terzietà tecnica e di garanzie multipartitiche, discussa più sopra, non un afflato istituzionale astratto ma una condizione di funzionamento reale del sistema.Il vuoto europeoC’è infine una dimensione propriamente europea del problema, che il caso americano rende ancora più urgente. L’Unione non dispone di un equivalente compiuto del Global Engagement Center: il monitoraggio delle campagne di ingerenza informativa straniera (le cosiddette Fimi, Foreign Information Manipulation and Interference) è oggi distribuito tra il Servizio europeo per l’azione esterna, agenzie nazionali come la francese Viginum, l’organismo governativo incaricato di individuare le ingerenze digitali straniere, e articolazioni ministeriali come quella tedesca, senza un coordinamento paragonabile per autorità e continuità istituzionale a quello che gli Stati Uniti hanno appena smantellato.Se Washington arretra dal presidio della disinformazione ostile – e le sanzioni contro le entità legate a Doppelgänger restano in larga parte non coordinate con l’Unione Europea, come dimostra il caso di Aéza, la società russa di servizi di hosting internet usata anche per veicolare i contenuti di Doppelgänger, colpita da sanzioni americane, britanniche e australiane ma non ancora europee – l’onere del monitoraggio ricade in misura crescente sulle capacità europee e sulla cooperazione tra Stati membri. In questo scenario, un’architettura italiana solida sulla guerra cognitiva non è soltanto una questione di sicurezza nazionale interna, ma un contributo strutturale alla capacità collettiva europea di colmare un vuoto che gli alleati storici, per scelta politica interna, stanno lasciando aperto.ConclusioneÈ la lezione più scomoda, e più utile, che il caso americano consegna al dibattito italiano nel momento in cui si delinea l’architettura della nuova governance nazionale sulla guerra cognitiva: la resilienza informativa non si difende scegliendo tra libertà e sicurezza, ma costruendo istituzioni abbastanza solide, trasparenti e tecnicamente competenti da non dover scegliere.