Cosa c’entra Mosca con la crisi di Ceuta? L’analisi del Gruppo 411

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Quanto avvenuto negli scorsi giorni nell’enclave spagnola di Ceuta è stato accompagnato da una massiccia offensiva informativa online, nella quale account riconducibili alla propaganda russa avrebbero contribuito ad amplificare narrazioni della destra radicale sull’immigrazione. È quanto emerge da un’analisi realizzata dal gruppo specializzato nel contrasto alla disinformazione “411”, secondo cui i contenuti diffusi da questi profili hanno raggiunto centinaia di migliaia di utenti nelle ore immediatamente successive all’inizio della crisi.Secondo i ricercatori, la campagna sarebbe partita il 1° agosto, all’indomani del tentativo di decine di migliaia di migranti di attraversare il confine tra il Marocco e Ceuta. I messaggi descrivevano gli eventi come un “assalto organizzato” all’Europa, sostenendo che le autorità fossero complici o incapaci di reagire. In numerosi casi, tali narrazioni sono state accompagnate da contenuti islamofobi e da teorie del complotto.L’analisi evidenzia come questi messaggi siano stati rapidamente rilanciati in diverse lingue attraverso una rete di account che avrebbe consentito una diffusione estremamente rapida dei contenuti. Secondo gli esperti, non si tratterebbe di un fenomeno spontaneo, bensì dell’utilizzo di infrastrutture digitali già esistenti, capaci di amplificare specifiche narrazioni ogni volta che si verifica una crisi particolarmente sensibile dal punto di vista politico e sociale. Tra i principali punti di partenza della campagna viene indicato Rybar, noto canale Telegram vicino agli ambienti militari e dell’intelligence russa, i cui contenuti sarebbero stati successivamente rilanciati da una rete di account collegati al cosiddetto network Pravda, già individuato in precedenza come uno degli strumenti impiegati per diffondere propaganda favorevole al Cremlino in numerosi Paesi.Parallelamente alla diffusione delle narrazioni politiche, i ricercatori hanno osservato un’intensa attività sui social network anche da parte degli stessi migranti. Secondo l’analisi, migliaia di utenti avrebbero condiviso informazioni pratiche su come raggiungere Ceuta, scambiandosi indicazioni logistiche soprattutto nei commenti ai video diventati virali. Gli autori dello studio sottolineano tuttavia che questa rete di comunicazione sarebbe apparsa prevalentemente spontanea e composta da piccoli account individuali, senza evidenze di un unico coordinatore. La componente più preoccupante, secondo gli esperti di contrasto alla disinformazione, riguarda invece la rapidità con cui le narrazioni politiche sono state rilanciate. Rispetto alla crisi migratoria del 2021, quando circa 8.000 persone attraversarono lo stesso confine, l’attuale ecosistema informativo avrebbe mostrato una capacità di mobilitazione decisamente superiore. I messaggi diffusi online non si sarebbero limitati alla propaganda, ma avrebbero anche favorito l’organizzazione di manifestazioni di gruppi nazionalisti a Ceuta nel giro di pochi giorni.Per gli analisti, questo episodio rappresenta un’evoluzione delle campagne di influenza già osservate negli ultimi anni in Europa. E più che il singolo caso di Ceuta, a destare preoccupazione è l’esistenza di reti digitali permanenti pronte a sfruttare eventi ad alto impatto emotivo, come crisi migratorie, tensioni ai confini o emergenze internazionali, per amplificare messaggi polarizzanti e alimentare la radicalizzazione del dibattito pubblico. Per la somma gioia di Mosca.