Ucraina. La guerra delle risorse e l’arma del tempo

Wait 5 sec.

di Cesare Scotoni – La Seconda guerra mondiale cominciò nell’autunno del 1939 e si concluse nell’agosto del 1945. Sei anni tra l’inizio e la fine. Se fosse terminata rapidamente, probabilmente l’avrebbe vinta Hitler. Ma la Germania doveva raggiungere i giacimenti dell’Unione Sovietica per sostenerne, con la produzione, lo sforzo bellico. Necessitava della produzione agricola dell’Europa centro-orientale per sfamare una nazione i cui uomini erano al fronte. E doveva assoggettare popoli che facessero funzionare le fabbriche al posto di chi era in guerra. E ciò malgrado fosse alleata con una decina di nazioni e inquadrasse volontari provenienti dai Paesi occupati.Molti sembrano però avere dimenticato che cosa sia una guerra. Oltre all’orrore e alla distruzione è anche uno spreco di risorse per ottenere il controllo di altre risorse.Il limpido petrolio vietnamita del Golfo del Tonchino o quello più pesante che viene dal Golfo Persico. O la produzione agricola ucraina, con l’arrivo della Cina in quello scenario. Sono tutte buone ragioni per difendere dei principi.Il Donbass autonomo non è mai stato nelle corde né di Kiev né di Mosca. Solo un pretesto. Il riconoscimento dell’annessione della Crimea, invece, interessava a Mosca, mentre l’arrivo dell’UE al porto di Odessa, per completare l’approdo in Europa della Via della Seta, interessava a Berlino. E dispiaceva a Londra. Il Donbass fu un comodo pretesto. E gli indicibili accordi tra singoli Stati vanno taciuti, poiché l’interesse di molti era rivolto a un “superamento” di una NATO costruita per una Londra vincitrice, dopo il tentativo di una sua riforma naufragato in seguito a Pratica di Mare. Forse attraverso quell’esercito europeo al quale l’Italia, con Draghi, aveva detto no ancora nel 2021. Nel frattempo sarà l’Unione europea a trazione franco-tedesca a finire in archivio, per ristrutturare la presenza degli USA nel Vecchio Continente.Ecco perché la disattenzione verso le parole o l’uso di “metri variabili” non fanno male soltanto a un’informazione in evidente crisi di credibilità dopo il “pasticcio” SARS-CoV-19, ma fanno male alla Storia, con la “S” maiuscola. Con un processo assai articolato che comprendeva le esercitazioni russe al mai ben definito, sul piano internazionale, confine tra Federazione Russa e Ucraina, fino al bombardamento del 23 febbraio delle “capitali” delle autoproclamate repubbliche del Donbass, appena riconosciute e accettate come parte della Federazione Russa. E si videro camionate di euro corrompere i comandanti ucraini affinché lasciassero avanzare le truppe russe verso Kiev, dopo che in circa 15 ore il Donbass era già occupato per il 70 per cento. E poi le trattative di Ankara, con le truppe russe che si ritiravano dalla direttrice di Kiev e tedeschi e francesi a proporre il riconoscimento internazionale della Crimea come parte integrante della Federazione Russa, con l’ingresso di Kiev nell’Unione europea per “avere” Odessa e l’applicazione nel Donbass di quegli accordi di Minsk che erano volontà unanime dell’ONU da otto anni. Con Londra, che tanto ha investito su un conflitto locale in Europa per replicare Daytona e indebolire l’Unione, a mettersi di traverso.Putin, che tanto aveva investito sull’asse con la Germania e che si era sentito tradito dal partner tedesco dopo che gli ucraini avevano ucciso il proprio capodelegazione ad Ankara e disconosciuto quell’accordo, ha sempre parlato di “operazione speciale” per “denazificare” il Donbass e ottenere ciò che aveva chiesto, e ottenuto, in due mesi. Non ha mai indicato un termine. Perché il gas e gran parte delle materie prime del miracolo tedesco sono russi e la Russia di compratori ne trova. Salvo il patetico Draghi, tutti compresero subito che comprare le materie prime in rubli aveva tolto forza alla guerra valutaria che avrebbe dovuto far franare l’economia russa e destabilizzare il Paese, e continuarono a fare affari triangolando allegramente. Il “noi non siamo in guerra”, che ripetono oggi tutte le nazioni UE belligeranti a fianco dell’Ucraina, appare risibile, visti i costi che i cittadini europei si trovano a sostenere.E il tempo, la durata del conflitto, è un’arma in più nelle mani di tutti coloro che esercitano quel controllo delle risorse che, tra i Paesi manifatturieri dell’area euro, solo la Francia ancora mantiene, mentre Cina e Russia lavorano per indebolire quel controllo. La difesa della democrazia, in tutto ciò, è solo una favola.