Ci sono lezioni economiche che i governi occidentali si ostinano a non imparare e che, qualche volta, arrivano perfino dalla lontana Cina. Se si vuole che le persone comprino case, può essere utile cominciare consentendo loro di comprarle. Sembra una banalità. Non lo è in un mondo nel quale il potere pretende di stabilire chi possa acquistare, dove, a quali condizioni e con quali requisiti.Lezione da PechinoDai primi di agosto 2026, Pechino ha ulteriormente allentato le restrizioni sull’acquisto delle abitazioni per tentare di rianimare un mercato immobiliare in crisi ormai da anni. Come riferito dall’agenzia di stampa internazionale Reuters, per chi non possiede l’hukou, la registrazione ufficiale di residenza nella capitale, il periodo minimo di versamenti fiscali o contributivi necessario per acquistare un’abitazione è stato ridotto da due anni a uno.L’allentamento riguarda anche immobili all’interno della Fifth Ring Road, precedentemente sottoposti a vincoli più severi. Vengono inoltre aumentati i massimali dei finanziamenti attraverso l’Housing Provident Fund, con ulteriori facilitazioni per determinate abitazioni e categorie familiari.Non siamo davanti alla conversione della metropoli cinese al laissez-faire. Lo Stato libera con una mano e continua a dirigere con l’altra: elimina alcuni ostacoli, ma conserva credito agevolato, incentivi selettivi e la pretesa di orientare le decisioni individuali. Ed è proprio questo a rendere interessante la vicenda. Il potere non ha improvvisamente scoperto la libertà economica: ha incontrato i limiti dell’interventismo.La crisi immobiliare del colosso asiatico ha naturalmente cause assai più complesse delle restrizioni agli acquisti: indebitamento degli sviluppatori, sovrainvestimenti, crisi di grandi gruppi, demografia, immobili incompiuti e sistema di finanziamento degli enti locali. Ma proprio una crisi così profonda rende ancora più evidente l’assurdità di mantenere ostacoli agli scambi. Se domanda e offerta devono ritrovare un equilibrio, impedire ad alcuni individui di acquistare rende l’aggiustamento più difficile.Gli inglesi primaA migliaia di chilometri di distanza, la Gran Bretagna offre quasi l’immagine speculare dello stesso problema. I Conservatori hanno proposto di restringere l’accesso alle case popolari in Inghilterra sulla base della cittadinanza. Secondo il piano riportato dal Financial Times e dal Guardian, soltanto i cittadini britannici potrebbero, in linea generale e salvo alcune eccezioni, diventare titolari principali delle nuove locazioni sociali.La proposta nasce dalla scarsità delle abitazioni sociali e dalle lunghe liste d’attesa. Ma non crea una sola casa. È questo il punto che più interessa, indipendentemente dalla disputa sull’immigrazione. Si può discutere se, nell’assegnazione di una risorsa finanziata dai contribuenti, il cittadino debba essere preferito allo straniero.Tuttavia, non bisogna confondere la scelta dei beneficiari con una politica capace di aumentare l’offerta. Infatti, se esistono cento case e duecento persone che le chiedono, cambiare i criteri di assegnazione non fa comparire la centounesima abitazione. Cambia soltanto chi entra e chi rimane fuori. È la logica inevitabile della scarsità amministrata.Quando lo Stato dispone di una risorsa insufficiente, la politica finisce per stabilire chi debba essere escluso: cittadini o stranieri, famiglie o single, residenti da dieci anni o da cinque, redditi più bassi o leggermente più alti. Si combatte per conquistare una posizione migliore nella fila, invece di domandarsi perché la fila esista.La spirale dell’interventismo pubblicoLa domanda da porsi è comunque un’altra: perché le case sono insufficienti? Perché costruirne è così difficile? Quanto incidono il costo del suolo, la pianificazione urbanistica, i vincoli edilizi, la lentezza delle autorizzazioni, la fiscalità e le restrizioni alla proprietà e alla locazione? È qui che Pechino e Londra finiscono per incontrarsi.Nel Paese del Dragone il potere aveva deciso chi potesse entrare nel mercato degli acquisti e ora, davanti alla crisi, è costretto ad aprire qualche cancello. Nel Regno Unito il patrimonio pubblico è insufficiente e la politica risponde discutendo chi debba restarne fuori. Nel primo caso si attenua il razionamento; nel secondo se ne cambiano i beneficiari. Il problema nasce dalla convinzione che un’autorità possa coordinare dall’alto decisioni che appartengono a milioni di individui.Friedrich A. von Hayek ha spiegato che le conoscenze necessarie al funzionamento di un ordine economico sono disperse nella società e non possono essere concentrate nella mente del pianificatore. I prezzi servono precisamente a trasmettere quelle informazioni. Quando una casa scarseggia e il prezzo aumenta, quel segnale rende conveniente costruire, trasformare, recuperare immobili e investire. Se invece il potere comprime i prezzi, ostacola la costruzione, tassa l’investimento, stabilisce chi possa comprare e decide chi debba abitare, il processo di adattamento viene inceppato.A quel punto – come sottolineato da Ludwig von Mises – arriva quasi sempre un nuovo intervento per correggere gli effetti del precedente. Una regolazione produce una distorsione; la distorsione viene attribuita al mercato; si introduce un’altra regolazione. È la spirale tipica dell’interventismo. La casa ne è uno degli esempi più evidenti. Tetti ai canoni, vincoli urbanistici, divieti, licenze, tasse, sussidi e graduatorie vengono presentati come strumenti contro la scarsità e troppo spesso finiscono per amministrarla.La lezione che arriva da Pechino e Londra è allora molto più ampia delle due notizie. La soluzione alla scarsità delle case non consiste nel perfezionare l’arte politica di scegliere gli esclusi. Consiste nel permettere che si costruisca, si venda, si compri e si affitti più liberamente. Non occorre diventare liberali per scoprire che la libertà funziona. A volte basta aver sperimentato abbastanza a lungo quanto costa limitarla.L'articolo La casa razionata, da Pechino a Londra proviene da Nicolaporro.it.