Si faceva chiamare Gandhi. Anzi, U.T. Gandhi. Una formula magica che teneva insieme le sue iniziali – Umberto Trombetta all’anagrafe – e il soprannome ereditato dal padre, noto per la sua magrezza. Lui invece era imponente, sia a livello fisico, sia come batterista jazz, percussionista e compositore, ma forse la definizione migliore per ricordarlo l’ha trovata l’università di Udine: «Un musicista del mondo con il Friuli nel cuore». È ancora troppo poco, dicono quelli che l’hanno conosciuto. E domani saranno in tantissimi ad arrivare da tutte le regioni d’Italia, e non solo, per salutarlo un’ultima volta questa mattina (alle 10), a Gemona (Udine).Umberto Trombetta aveva 66 anni e a portarlo via, anticipando il tempo, è stato un malore improvviso, nella sua casa di Osoppo. «Una notizia terribile, che mi ha annichilito», confida alla Verità il grande trombettista Enrico Rava, «Gandhi non è stato solo il batterista del mio gruppo più longevo, Electric Five (con Domenico Caliri e Roberto Cecchetto alla batteria e Giovanni Maier al basso, ndr). Era l’anima di quella formazione con la quale abbiamo girato il mondo, dal Canada al Giappone. E soprattutto uno dei miei più grandi amici. Una persona buona e generosa. Si fece in quattro per fare in modo che riuscissi a sottopormi a un’operazione delicata, durante gli assurdi anni del Covid. E si offrì di scorrazzarmi in giro per l’Italia, dato che per un po’ di tempo non avrei potuto guidare. Era una persona unica, su di lui ho sempre potuto contare». Fu una trentina d’anni fa che Trombetta e Rava entrarono nello studio del produttore discografico Stefano Amerio per incidere Cjale ce sere (Nota Records), «Guarda che sera» in friulano. Una svolta. «Gandhi lo andavo a sentire da ragazzino al Cadillac», racconta Amerio, «un locale fuori Udine. Non potevo immaginare che poi sarebbe diventato il mio fratello maggiore, sempre presente nei momenti difficili. Era un musicista di fama internazionale, ma non ci pensava due volte a sporcarsi le mani se gli dicevi che stavi imbiancando lo studio.Quel giorno venne con Enrico a registrare all’Artesuono e poi Rava parlò bene di me a Manfred Eicher, patron della prestigiosa etichetta tedesca Ecm. Un episodio che cambiò la mia carriera qualche anno dopo, grazie all’incisione di Easy Living, album di Enrico del 2003. Dall’altra parte del vetro, Rava, Gianluca Petrella, Stefano Bollani, Rosario Bonaccorso e Roberto Gatto. Dietro di me, con la sua stazza e il suo vocione, c’era Gandhi a proteggermi».Ma un altro insegnamento di questo batterista dalla grande anima, che indossava spesso un berretto kufi in onore di Joe Zawinul, tastierista e mentore dei Weather Report, non deve andare perso: sapeva celebrare la vita e l’amicizia. «Al primo posto Umberto metteva la musica», prosegue Amerio, «ma ogni lavoro e ogni viaggio dovevano terminare con qualcosa di buono da mangiare e da bere, rigorosamente insieme».Lo conferma anche Enzo Favata. «Mentre mi metto in viaggio per andare al funerale, mi arrivano messaggi da tutta la Sardegna», ci rivela il sassofonista. «Nessuno può dimenticare un uomo così: ruvido e cinghialesco, limpido e sincero. Pensi che, dopo 18 anni, avevo deciso di telefonare a tutti i componenti dello storico quintetto Atlantico. E lui mi ha risposto: “Prima devi chiedermi scusa”. Ce l’aveva ancora perché in un progetto avevo chiamato un altro. “Perdonami Gandhi”. “Allora va bene”. Sapere che se n’è andato nella notte delle stelle cadenti mi strappa la carne dal petto. Tutti insieme abbiamo inciso un nuovo album Ecm, Ritornare, che uscirà a settembre. Questo titolo adesso fa male. Perché Gandhi non tornerà più».L'articolo Ciao Gandhi, gigante friulano del jazz proviene da La Verità.