Pax Silica, l’Italia c’è. Rasser spiega perché conta stare con gli Usa sull’AI

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“La decisione dell’Italia di aderire alla Pax Silica è strategicamente importante”. Il giudizio di Martijn Rasser,  vice president for Tech Leadership dello Special Competitive Studies Project (SCSP), inquadra nettamente il senso della firma che l’Italia appone venerdì a Brindisi: non un atto cerimoniale, ma una scelta di campo nell’architettura di alleanze tecnologiche che gli Stati Uniti stanno costruendo attorno alla catena del valore che tiene insieme semiconduttori, intelligenza artificiale e minerali critici, in un momento in cui il baricentro della competizione sull’AI si sposta dalle capacità dei singoli modelli al controllo degli ecosistemi che li sostengono.A firmare la Pax Silica Declaration saranno l’ambasciatore Armando Varricchio, Inviato Speciale del ministro degli Esteri per l’Innovazione e le Nuove Tecnologie, e l’ambasciatore statunitense in Italia Tilman Fertitta, alla presenza delle istituzioni pugliesi. L’adesione arriva dopo la firma posta dallo stesso Varricchio sul Joint Statement on AI Opportunity presentato durante il vertice Pax Silica, ospitato a Washington il mese scorso, a distanza ravvicinata dall’ingresso italiano nella Call to Action for 6G Leadership and Security, la coalizione a guida statunitense per la sicurezza delle reti di sesta generazione, e dopo la partecipazione del ministro Antonio Tajani, a inizio febbraio, al primo Critical Minerals Summit organizzato a Washington dal segretario di Stato Marco Rubio – occasione in cui l’Italia aveva annunciato l’intenzione di aderire “su impulso del ministro Tajani”, spiega la Farnesina. Sono iniziative formalmente distinte, ma condividono la stessa logica: filiere “trusted“, standard condivisi, coordinamento tra partner allineati prima che il mercato ne fissi le regole. La Commissione Europea ha già sottoscritto la dichiarazione per le materie di propria competenza.È la Farnesina stessa a spiegare che “il campo di interesse è in particolare quello dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale e dei minerali critici necessari al loro sviluppo”, con l’obiettivo “di promuovere un ecosistema favorevole all’avanzamento di questi comparti e ridurre le dipendenze da singoli Paesi esportatori”. In questa prospettiva assume un significato particolare anche il dialogo sulle “Trusted Technologies” che Italia e Stati Uniti stanno portando avanti. L’iniziativa, promossa dal Krack Institute of Tech Diplomacy e dalla Fondazione Serics e organizzata da Roberto Baldoni, oggi senior advisor on Technology and Cybersecurity Policy dell’ambasciatore italiano negli Stati Uniti, rappresenta un esempio concreto di quella diplomazia tecnologica che punta a costruire filiere condivise più che autosufficienti.Lanciata dal Dipartimento di Stato a fine 2025 e ampliata al secondo summit di Washington lo scorso giugno, la Pax Silica riunisce oggi oltre venti Paesi – tra cui Giappone e India nell’Indo-Pacifico, Germania e Unione Europea, oltre a partner del Golfo e dell’America Latina – attorno al concetto di “innovation sovereignty” delineato dall’architetto dell’iniziativa, il sottosegretario Jacob Helberg: la sovranità tecnologica non deriva dal replicare l’intera filiera AI entro i propri confini, ma dal contribuire in modo complementare a un’architettura condivisa tra alleati fidati. Un Paese porta la manifattura dei semiconduttori, un altro i minerali critici, un altro ancora capacità di ricerca o manifattura avanzata: l’obiettivo è massimizzare la resilienza collettiva della rete. Il Joint Statement on AI Opportunity firmato al summit di giugno da quasi trenta Paesi, il progetto pilota con Panama sulla certificazione digitale per la movimentazione sicura di semiconduttori e minerali, e la Foundry School avviata con Stanford, sono i primi tentativi di tradurre quella cornice in strumenti operativi.È un modello alternativo, e in competizione diretta, con quello promosso da Pechino, che a luglio ha usato la World AI Conference di Shanghai per lanciare la World AI Cooperation Organization (Waico), sottoscritta da 29 Paesi. Xi Jinping ha indicato quattro priorità – apertura e cooperazione, accesso equo, sicurezza dell’AI sotto controllo umano, coordinamento centrato sulle Nazioni Unite – accompagnate da un pacchetto di iniziative: 5.000 opportunità di formazione, centri di cooperazione applicativa, il sistema di allerta meteorologica Mazu distribuito in 30 Paesi. È una strategia di “selective shaping”: Pechino non punta a riscrivere l’intera governance globale dell’AI, ma a concentrarsi sugli ambiti – standard tecnici, capacity-building, ecosistemi open-weight – dove può esercitare un’influenza reale, offrendo accesso e infrastrutture ai Paesi in via di sviluppo mentre vi incorpora gradualmente i propri standard.La differenza tra le due architetture non è solo di metodo. Washington struttura l’accesso per livelli di fiducia; Pechino lo lega alla propria offerta tecnologica, presentandolo come apertura. Ma è un’apertura alla diffusione delle capacità cinesi, non un accesso paritario a infrastrutture, mercati e governance. Per un Paese come l’Italia, con un’industria dei semiconduttori e della manifattura avanzata già esposta alla concorrenza sostenuta dallo Stato cinese, non c’è una terza via percorribile: muoversi in ordine sparso tra le due significherebbe finire comunque dentro una filiera altrui – quella che offre condizioni di accesso più economicamente convenienti nell’immediato, come quella cinese – senza però alcuna voce in capitolo sugli standard che la governano nel lungo periodo.È su questo terreno che Rasser colloca il valore dell’adesione italiana: “L’iniziativa [Pax Silica] resta ancora agli inizi, e la prova sarà se i suoi membri riusciranno a tradurre l’allineamento politico in azione coordinata. Ma la logica di fondo è solida: nessun Paese può garantirsi da solo la sicurezza della catena del valore dell’intelligenza artificiale”. Ma è qui che la capacità collettiva – tecnologica, industriale e finanziaria – degli Stati Uniti e dei suoi alleati “rappresenta un vantaggio strategico ineguagliato”. “La partecipazione dell’Italia rafforza quella rete e consolida la tenuta della cooperazione tecnologica transatlantica”.Il vicepresidente dello Scsp, tra i massimi espetti al mondo sulla competizione tecnologica, aggiunge una nota per Roma sull’esecuzione: “L’Italia si muove nella direzione giusta, ma resta molto da fare. Il de-risking non deve significare disaccoppiamento indiscriminato dalla Cina, ma individuare le dipendenze inaccettabili, proteggere tecnologie e know-how critici, diversificare le catene di approvvigionamento e investire in capacità produttiva”. Per Rasser, l’Italia ha punti di forza nei semiconduttori e nella manifattura avanzata, “ma sono sotto pressione crescente della concorrenza cinese sostenuta dallo Stato. La finestra per agire si sta chiudendo”.È questa la chiave più utile per interpretare la scelta italiana: non una posizione ideologica, ma la scommessa che restare dentro la rete a guida statunitense offra più margine di manovra – industriale e negoziale, presente e futuribile – che esserne fuori. Nel sottolineare con soddisfazione la firma a Brindisi, il ministro Tajani ha dichiarato che “con l’adesione alla Pax Silica l’Italia conferma la volontà politica di collaborare con gli Stati Uniti e altri partner per favorire sviluppo delle tecnologie dei processi produttivi. Una collaborazione che avrà un forte impatto positivo per le nostre imprese e per rafforzare la nostra sicurezza e l’unità dell’Occidente”.