di Enrico Oliari – Nelle prime ore di oggi il Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha annunciato che forze statunitensi, congiuntamente a quelle saudite, hanno condotto attacchi di precisione contro obiettivi delle milizie sciite filo-iraniane nell’Iraq orientale. Secondo Washington l’operazione è stata una risposta a oltre trenta attacchi con droni registrati nelle ultime 72 ore contro installazioni statunitensi e infrastrutture energetiche saudite. Gli Stati Uniti sostengono che le operazioni delle milizie siano state coordinate dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane (Pasdaran), cosa possibile ma non scontata. Se è vero infatti che sono decine le milizie sciite con base in Iraq armate e sostenute dall’Iran, in particolare Kata’ib Hezbollah (ma anche la Brigata Badr, Asa’ib Ahl al-Haq, Kata’ib Sayyid al-Shuhada, Harakat Hezbollah al-Nujaba, Kata’ib Jund al-Imam, Kata’ib al-Imam Ali), altresì è vero che esse prendono spesso iniziative indipendenti di sostegno agli altri “proxy” iraniani, in questo caso gli Houthi dello Yemen.Da giorni si è infatti riacutizzata la guerra tra i sauditi e gli Houthi dello Yemen, con i primi che hanno bombardato il porto di Hodeida e i secondi che in risposta hanno preso di mira le infrastrutture del petrolio, in particolare l’impianto di Jazan della compagnia petrolifera Saudi Aramco, oggi chiuso e la cui capacità era di 400mila barili al giorno di greggio.Riyad ha confermato il proprio coinvolgimento negli attacchi di oggi contro le milizie irachene, ma in una dichiarazione diffusa dal ministero degli Esteri il Regno ha ribadito di non voler alimentare un’escalation. L’intervento saudita rappresenta tuttavia una svolta significativa del conflitto in corso in Medio Oriente, scatenato da Israele e dagli Stati Uniti. Dall’inizio della guerra l’Arabia Saudita aveva evitato di assumere un ruolo militare diretto partecipando solo ad alcune operazioni coperte mai ufficialmente riconosciute contro obiettivi iraniani, e una delegazione saudita aveva preso paretai maxi-funerale di Ali Khamenei. L’azione congiunta con le forze statunitensi segna invece un coinvolgimento aperto che potrebbe trasformare il regno in un bersaglio prioritario della strategia di rappresaglia di Teheran.La risposta iraniana all’attacco saudita contro l’Iraq non si è fatta attendere. Le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato il lancio di missili balistici contro obiettivi militari statunitensi in Giordania, indicando tra i bersagli la base aerea di Muwaffaq Salti. L’esercito giordano ha dichiarato di aver intercettato e abbattuto cinque missili prima che raggiungessero il territorio nazionale, mentre il CENTCOM ha affermato che nessun ordigno ha colpito le installazioni americane e che tutte le minacce sono state neutralizzate.Parallelamente Teheran ha sostenuto di aver fermato o colpito tre petroliere che avrebbero ignorato gli avvertimenti della Marina iraniana lungo una rotta definita “illegale” nello Stretto di Hormuz.La guerra dei sauditi contro gli Houthi dello Yemen, con tanto di coalizione panaraba guidata da Riyad, ha preso il via dopo il golpe dello Yemen del 2015, e oggi gli Houthi oggi controllano quasi tutta la parte occidentale dello Yemen compresi la capitale Sanaa, la città portuale di Hodeida e diversi impianti petroliferi, mentre i lealisti sostenuti e armati dai sauditi tengono Aden e la parte centro-orientale, con alcune zone controllate da al-Qaeda.La guerra statunitense all’Iran, iniziata ben prima dell’era Trump, e il coinvolgimento più o meno diretto dei sauditi mostra l’evidenza di un conflitto il cui palio è il controllo degli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb, ovvero dell’accesso al Golfo persico e al canale di Suez. Per gli Usa è infatti proprietario controllare le vie energetiche e commerciali, tant’è che di recente è stato preso il controllo del Canale di Panama. Il Medio Oriente tuttavia non risulta essere il giardino della Casa Bianca, cioè l’America Latina, bensì un dedalo di storie plurimillenarie, culture, religioni e tradizioni che non possono accettare di essere semplicemente messe da parte, ovvero di popoli antichi (a differenza di quello statunitense) che intendono mantenere una propria entità, forse anche il diritto di comandare a casa propria o quanto meno di comportarsi in un contesto regionale esattamente come si comportano gli altri nel mondo.