Tutto comincia sul finire dell’Ottocento, quando August Horch dirige il reparto motori della Benz ma sogna un’azienda propria. La fonda nel 1899, costruisce automobili raffinate e poi si scontra con gli investitori, perde il marchio che porta il suo nome e riparte nel 1909 con Audi. Due aziende nate dallo stesso uomo diventano rivali, finché la crisi del 1929 le costringe a ritrovarsi: Horch e Audi si uniscono a DKW e Wanderer nell’Auto Union. I quattro anelli nascono così, uno per ogni marchio. Il dopoguerra apre un’altra trasformazione. Volkswagen acquisisce Auto Union, manda in pensione i motori a due tempi della DKW e converte la F102 nell’Audi 72, con un quattro cilindri a quattro tempi. L’arrivo di NSU porta con sé l’esperienza del motore Wankel, mentre nel 1985 nasce Audi AG. La macchina del tempo corre allora avanti e indietro. Torna alle Auto Union Type C, D e CD degli anni Trenta, mostri con dodici e sedici cilindri capaci di superare i 400 km/h, e riparte verso la quattro, il cinque cilindri, i rally e le imprese di Michèle Mouton e Walter Röhrl alla Pikes Peak. Entra poi nel territorio del design: la quattro Spyder, la Avus quattro con carrozzeria d’alluminio lucidata a specchio, la TT Showcar trasformata quasi senza modifiche in un’auto di serie e la straordinaria TT Shooting Brake, nata appoggiando un tavolino sopra una maquette e rimasta un esemplare unico. La stessa volontà di sperimentare conduce alle vittorie di Le Mans con i motori diesel, alla R8 V12 Tdi da 1.000 Nm e al propulsore benzina desmodromico da 10.500 giri/min e 750 Cv, progetti mai arrivati sulle strade ma fondamentali per comprendere il metodo Audi. Perché la storia dei quattro anelli non è fatta soltanto di modelli riusciti: è costruita anche su intuizioni costosissime, prototipi senza seguito e idee che hanno preparato quelle successive. Dalla prima officina di Horch alle corse, dalle crisi industriali alle concept più visionarie, emerge il ritratto di un marchio che ha continuato a evolversi senza cancellare ciò che era stato.